Federnotizie Veneto di Giulio Bianchi

Pensare insieme la vita. A Bassano
Sì, ci siamo trovati a Bassano (anche questa volta molto “accogliente” nella struttura dei padri Scalabriniani) per “pensare la vita”, ma “insieme”. Abbiamo ascoltato, ma anche parlato. Infatti siamo stati raggiunti da riflessioni interessanti in assemblea, e ci siamo detti parecchie cose nei lavori di gruppo. Il saluto iniziale, ovviamente, è stato quello di Bruna Rigoni, la nostra presidente. Appassionato, come sempre. Motivato dalla ricca esperienza di volontaria del CAV, alle prese con donne in difficoltà e in ricerca, nel cui grembo (“terra d’amore”) cresce la nuova vita per poi nascere, portando con sé gratitudine. Ma “come va la vita”? Che cosa succede, nel mondo, intorno al vivere (e al morire)? Domande impegnative, alle quali ha cercato di rispondere, con lucidità e ricca informazione, il giornalista Giuliano Guzzo, autore, fra l’altro, di Propagande. Segreti e peccati dei mass media. Egli ha denunciato, in primo luogo, il duro silenzio pubblico e mediatico intorno alla vita, volto a “normalizzare” l’aborto, o a presentarlo come semplice e comune soluzione dei problemi.
Certo, le ideologie e le agenzie pro-aborto incontrano comunque resistenze, qua e là nel mondo, e nel nuovo mondo dei social. Ad esempio, dagli Stati Uniti vengono le multinazionali dell’abortismo, ma anche interessanti segnali pro-life nella legislazione e nella mobilitazione popolare, nelle “conversioni” di addetti all’aborto.
C’è un “fronte della vita” anche all’altra estremità dell’avventura di un essere umano. La pressione pro-eutanasia è molto forte, conta sulla collaudata tecnica dei “casi pietosi” messi davanti alla pubblica opinione per suscitare aperture al “diritto alla morte”, e su una prassi giurisprudenziale che apre pericolose falle anche là dove il diritto all’eutanasia non è legge (solo in quattro Paesi europei è veramente ammessa l’eutanasia).
È peraltro curioso che a parlare tanto di diritto a morire siano i sani. E che ai disabili non piaccia poi tanto quella “cultura dello scarto” che li fa apparire per così dire abusivi della vita. Guzzo a questo proposito ha citato una protesta significativa avvenuta a New York, della quale si è occupato anche nel suo blog: “Non è un caso che quando, nel maggio 2018, lo Stato di New York ha discusso un disegno di legge sul suicidio assistito a protestare non siano stati dei cattivoni fondamentalisti bensì dei disabili. A guidare la mobilitazione per conto di Not Dead Yet, per l’esattezza, c’era Anita Cameron, 53 anni, Lgbt di colore colpita da disabilità multiple (sclerosi multipla, atassia cerebellare congenita e diabete).
Queste le sue parole: «La mia prima ragione di opposizione a questo disegno di legge e ad altri simili è che esso costituisce una minaccia per le persone disabili, di colore e del ceto popolare». Il suicidio assistito è solo un modo per toglierci dalle spese, ha insomma urlato ai quattro venti la Cameron”.
Non mancano dunque, in giro per il mondo, anzi sono frequenti (vedi in particolare Belgio, Olanda, Canada) i casi di pressione spregiudicata a favore della morte, addirittura senza coinvolgere i familiari, senza attenzione alle condizioni reali di chi la “chiede” (ma quanto consapevolmente? Influenzato in che modo da quella cultura che parla con facilità di vite che non vale la pena vivere?), … E i pro-life? Davanti alla cultura di morte, che ha “il vento in poppa”, i volontari per la vita cominciano a mobilitarsi adeguatamente, a valorizzare – in particolare – i nuovi mezzi di comunicazione. Non c’è scampo, potremmo commentare: denunciare la cultura di morte, diffondere in vario modo la cultura della vita è per i pro- life una priorità.
La relazione di Giuliano Guzzo ha suscitato grande interesse. Ha mobilitato la mente, acceso curiosità, alimentato progetti.
Non è stato l’unico intervento assembleare. Fra gli altri, ha parlato Marcello Vinci che rappresenta la Federazione nel Forum veneto delle associazioni familiari, assai critico nei confronti del recente pronunciamento della Corte Costituzionale sul suicidio assistito. E sono intervenuti poi i relatori dei gruppi di studio. Ne parleremo. Per ora vogliamo dare spazio alla presenza e all’intervento dell’Assessore regionale alla sanità e ai servizi sociali Manuela Lanzarin.

Famiglia & Vita. Manuela Lanzarin: Grazie
Un grazie in due direzioni L’Assessore regionale alla Sanità-Servizi Sociali – Programmazione Socio Sanitaria – Attuazione del programma – Rapporti con il Consiglio regionale Manuela Lanzarin, accolta con stima e affetto dalla Presidente Rigoni, ha rivolto un convinto “grazie” ai Centri di aiuto alla vita (“vi ringraziamo per quello che ogni giorno fate”), convinti, da parte loro, che anche lei merita un sincero “grazie”, per la disponibilità all’incontro, per la simpatia pro- life mostrata in varie occasioni, per l’impegno politico-amministrativo a favore di famiglia e vita.
Sepoltura dei non nati. Come è noto, in Veneto nel dicembre 2017 è stata approvata la modifica di una legge regionale del 2010, che introduce l’obbligo della sepoltura dei bimbi non nati, anche se non richiesta dai genitori, aspese dell’azienda sanitaria: “Ad ogni aborto, verificatosi in una struttura sanitaria accreditata, anche quando l’età presunta del concepito sia inferiore alle ventotto settimane, nel caso in cui il genitore o i genitori non provvedano o non lo richiedano, l’inumazione, la tumulazione o la cremazione è disposta, a spese dell’azienda ULSS, in una specifica area cimiteriale dedicata o nel campo di sepoltura dei bambini del territorio comunale in cui è ubicata la struttura sanitaria. A tali fini i prodotti abortivi o del concepimento sono riposti in una cassetta, che può contenere uno o più concepiti, secondo il criterio della data in cui è avvenuta la procedura di revisione strumentale/ farmacologica della cavità uterina. Tale data è indicata sulla cassetta”. La deliberazione legislativa, come di consueto, richiede un Regolamento attuativo, del quale l’Assessore Lanzarin si è presa cura a partire dalla nomina alla Sanità, avvenuta nel gennaio di quest’anno. Legge regionale sulla famiglia Aggiungiamo che Lanzarin ha assicurato a Bassano l’impegno per approvare entro la fine del mandato una legge quadro sulla famiglia quanto mai opportuna e “strategica”. “Il calo delle nascite e la fragilità della famiglia sono la prima grande emergenza sociale del Veneto – aveva dichiarato in agosto l’assessore Lanzarin, all’indomani dell’approvazione in giunta della sua proposta, seguita dall’invio al Consiglio per un esame con procedura d’urgenza – In poco più di un decennio il Veneto ha perso quasi 10 mila neonati l’anno. Se le culle restano vuote e le famiglie si fanno sempre più sottili e fragili, la prospettiva non può che essere quella del declino demografico, sociale, culturale ed economico
Ecco perché vogliamo investire risorse nel sostegno alla natalità e alla genitorialità, aiutando i genitori e le comunità ad essere accoglienti verso le nuove vite, sin dal loro concepimento. La novità dell’assegno pre-natale è pensata infatti per aiutare ad accogliere la vita nascente sin dai primi mesi di gravidanza. Ma il disegno di legge ha il respiro di una ‘legge quadro’ perché intende mettere al centro la maternità e la paternità in tutte le fasi della vita agevolando i nuclei familiari, in particolare quelli più in difficoltà, nell’affrontare la sfida di generare, crescere ed educare i figli”.

Una bella formazione. Basile, Dal Monte, Soldera, Tosato
Beh, non sono undici, d’accordo. Comunque hanno formato a Bassano una bella squadra.
Sono stati infatti animatori dei quattro gruppi di studio, ovvero dei quattro “mercati di idee e esperienze” previsti dal Convegno (e Basile è stato anche efficace moderatore).
Non è facile riassumere quanto hanno riferito in assemblea. Ma possiamo senz’altro segnalare subito il “clima”, assai cordiale e costruttivo (“scambio franco di visioni”), che ha caratterizzato le quattro conversazioni collettive.
E poi, sì, tante idee: la “cultura dell’avere”, la visione utilitaristica, tutt’altro che funzionali al rispetto della vita (e a una vita personale autentica), la motivazione dei volontari (a partire dalla percezione del valore della vita), l’”avere qualcosa da dare, la dire”, il voler essere “generativi”, la necessità di “mettersi in moto”, e con “passione ed energia” e “su più fronti”, la prevenzione educativa, la necessità associativa di formarsi e di “connettersi” tra cav-mpv, il tema del rapporto con le realtà ecclesiali, l’”interlocuzione” con le realtà sociali e culturali. In ogni caso – lo ha detto in assemblea Jennifer, nuova responsabile giovani del Veneto – la parola d’ordine è “camminare insieme”.

Camisano, Torri, Vicenza: un concreto sì alla formazione
Lo scorso 12 ottobre presso la Casa delle Opere Parrocchiali di Torri di Quartesolo – ci comunica Rossella Oselladore – si è tenuto un corso dal titolo Comunicare Accoglienza – La costruzione di una relazione, riservato esclusivamente a operatrici dei Centri di Aiuto alla Vita di Camisano Vicentino, Torri di Quartesolo e Vicenza. La docente, dottoressa Manuela Dal Monte, psicologa e psicoterapeuta e vicepresidente del CAV di Bassano del Grappa, ha condotto con professionalità ed entusiasmo l’incontro che ha visto la partecipazione di ben trenta volontarie.
È stata una bella occasione per conoscersi tra operatrici, ma soprattutto la dottoressa Dal Monte, con molta sensibilità, ha dato l’opportunità alle volontarie presenti di riflettere e di riaffermare la vocazione dei Centri di Aiuto alla Vita.

Camilotti commenta l’articolo di D’Agostino: Non mollare!
La tentazione di sentirsi vinti dalle difficoltà è forte per i pro-life, oggi come oggi. Può sembrare che la nostra storia sia storia di sconfitte. Che non si apra un futuro favorevole alla vita. Proprio per questo la seguente riflessione di Ubaldo Camilotti, riportata quasi per intero, può essere molto utile e “corroborante”. Può, appunto, “dare forza”.
Nel numero di settembre di Federnotizie, è riportato lo stralcio di un articolo, pubblicato da Avvenire, nel quale il Prof. Francesco D’ Agostino evidenzia “il totale fallimento del pluriennale impegno ontologico contro l’ aborto” concludendo che “..la questione antropologica va affidata a chi è in grado di predicare a testa alta il Vangelo, incarnandolo sino a dire sempre e comunque sì alla Vita.”
Mi permetto solo alcune osservazioni.
A mio avviso è vero che, storicamente, i nostri sforzi per diffondere una cultura della vita fondata sul primato della persona non hanno dato i frutti sperati. Ma c’è da chiedersi cosa avremmo potuto fare di più con i pochissimi mezzi a disposizione e con l’ostracismo pressoché totale dei mezzi di comunicazione? […] Noi la nostra battaglia importante anche – e non solo – da un punto di vista culturale, l’abbiamo combattuta. Basterà ricordare l’entusiasmo con il quale abbiamo iniziato subito a lavorare intensamente raccogliendo, da giugno a settembre 1980, per i referendum sulla Legge 194 – da contrapporre a quello promosso dal Partito Radicale -, 500.000 firme nel solo Triveneto ed oltre 2.200.000 di firme in tutta Italia; la lezione di democrazia data accettando il dialogo con tutti; a chi voleva impedirci di esprimere il nostro pensiero abbiamo sempre ribadito che l’ impegno per la promozione della vita non può prescindere da quello di garantire a tutti la libertà di espressione; l’importanza di aver portato il dibattito pubblico sul tema della Vita. Così facendo i sostenitori della Legge 194 sono stati costretti ad affermare apertamente che comunque l’ aborto è un dramma e molti hanno riconosciuto che il concepito è un essere umano; la speranza che ha fatto nascere in molti il nostro impegno a servizio della Vita la dimostrazione data, non solo con enunciazioni di principio ma concretamente illustrando l’ attività dei CAV, che l’ aborto può essere superato semplicemente con la solidarietà e con l’ accoglienza.
Ma soprattutto basterà ricordare i 200.000 Bambini nati e le 800.000 Donne assistite in 40 anni grazie ai CAV. […] Certo non basta ricordare. Occorre guardare avanti, consapevoli della attualità e dell’importanza del nostro impegno per la promozione della vita, dal suo inizio nel concepimento alla sua fine naturale, raccogliendo i segni concreti e le speranze di cambiamento maturati in questi anni grazie al nostro lavoro.
Siamo consapevoli che occorrono nuove strategie. Condivido qui le parole del Prof. D’ Agostino: servono testimoni credibili che sappiano spendersi per un impegno culturale a tutto campo non certo per disperderci in mille iniziative, ma per far cogliere che nessuno dei grandi temi attuali (cito per tutti il tema della migrazione e della salvaguardia della Terra) troveranno una soluzione degna dell’ uomo, se non si parte dal riconoscimento della dignità umane presente nel bambino appena concepito e nell’ uomo gravemente sofferente.
Coraggio allora, in sinergia tra loro MpV e CAV lavorino a strettissimo contatto: facendo conoscere con tutti i mezzi possibili (stampa , tv, social media) la nostra specifica mission, curando sempre meglio l’ immagine dei CAV e cercando di far capire che il CAV offre alla Donna, l’ unica scelta realmente rispettosa della sua dignità e libertà: accogliere la nuova vita cercando di migliorare la nostra organizzazione interna, creando un clima di accoglienza, di disponibilità e di amicizia perché la donna bussi alla nostra porta, anzi la trovi aperta come aperti al dialogo ed alla solidarietà e disponibilità sono le nostre Volontarie; concentrando l’ attività dei CAV sull’assistenza ed accoglienza, lasciando ad altri (Consultori e Ginecologi di fiducia) compiti che non sono specificatamente nostri; coordinando meglio – con i CAV presenti nella nostra Provincia e Regione -, l’ attività di accoglienza, valutando con attenzione se i costi (certi) sono compatibili con e le risorse disponibili ( oggi sempre minori) per la gestione della Case di accoglienza. Le Case dovrebbero essere utilizzate, e quindi sostenute, da tutti i CAV del territorio cercando di utilizzarle al massimo della loro ricettività per ridurre i costi; partecipando attivamente alle varie forme di aggregazione tra le Associazioni di volontariato; servirà per creare una rete di Associazioni pronte ad integrare il nostro lavoro con assistenze diverse da quelle che i CAV possono offrire; aumentando la rete dei nostri CAV e MpV; partecipando come MpV ai dibattiti sui grandi temi oggi attuali dimostrando la nostra capacità di sintesi e la nostra apertura mentale.
Ci sostiene lo sguardo dei 200.000 bambini che in questi 40 anni i nostri CAV sparsi in tutta Italia, hanno aiutato a vivere, lo sguardo delle loro mamme che sono rinate con loro, lo sguardo delle centinaia di migliaia di donne che abbiamo incontrato nei nostri Centri di Aiuto alla Vita.
Questi Bambini e queste Donne dimostrano che per noi “Madre e Figlio sono un’ unica vita da amare”. Nostro compito, dall’inizio del nostro impegno per la Vita ad oggi, è non dimenticare il significato di queste parole e contribuire, con serenità, chiarezza e coerenza, a creare una cultura consapevole della gravità delle minacce contro la Vita, dall’ Aborto all’ Eutanasia. Una cultura che trova le sue radici in un umanesimo nuovo che guardi a tutta la Vita ed alla Vita di tutti.

Importanti riflessioni in allegato a questo numero di Federnotizie
Ubaldo Camilotti (che ha perso quest’anno la moglie e al quale per questo siamo particolarmente vicini) ha prodotto e inviato a Federnotizie altri contributi molto utili per la riflessione dei volontari per la vita. Uno – Euntanasia: perché? per chi? – tratta ampiamente il tema del fine-vita, offrendo vicende, concetti, domande (e risposte), problematizzazioni, proposte.
Lo alleghiamo a questo numero di Federnotizie, insieme alla presa di posizione di Camilotti sulla recente sentenza della Corte costituzionale relativa al suicidio assistito (“la CC è andata ben oltre alle sue competenze, sostituendosi di fatto al Legislatore […] la decisione può aprire la strada all’inesistente diritto a morire ed anche all’eutanasia”).
Alleghiamo anche l’intero contributo con note di un pro-life veneto, dal titolo “Il diritto di nascere e il dovere di portare a termine la gravidanza”, firmato Fedele Razio, di cui peraltro intendiamo riportare alcune considerazioni e riflessioni nelle pagine seguenti.
Segnaliamo la pubblicazione nel numero di dicembre della pensosa analisi di Gino Soldera dal titolo “La natalità e il dramma dell’indifferenza”.

L’assurda criminalizzazione del diritto a nascere
Si stima che con l’aborto legalizzato siano ormai stati soppressi nel mondo oltre un miliardo di bambini, mentre sono oltre cinquanta milioni i bambini a cui viene negato ogni anno il diritto a nascere. Solo in Italia dal 1978 ad oggi i bambini la cui vita è stata interrotta volontariamente nel luogo che avrebbe dovuto essere per loro il più sicuro sono circa sei milioni, e il numero è destinato a crescere senza essere nemmeno più misurato correttamente.
Spesso, infatti, le cosiddette pillole del giorno dopo agiscono in realtà impedendo l’annidamento in utero del concepito, provocando pertanto aborti precoci che sfuggono alle statistiche. Tali aborti nascosti sono da stimare in percentuale rispetto alle pillole del giorno dopo assunte spesso anche da giovanissime, ed appaiono pertanto certamente in crescita a causa dell’aumento fortissimo del consumo di pillole del giorno dopo. Si pensi a questo proposito al solo fatto che in Italia nel 2017 il numero di confezioni di pillola del giorno vendute ha addirittura superato il numero delle nascite: 560.081 confezioni vendute contro 458.151 bambini nati.
Mentre grazie ai progressi culturali favoriti dal progresso scientifico si estende in tanti ambiti la consapevolezza circa la necessità di ripensare la legalizzazione dell’aborto volontario, specularmente cresce la veemenza della propaganda abortista, consapevole che, se resisterà abbastanza a lungo, prima o poi l’idea che l’aborto volontario debba essere vietato tornerà ad essere maggioritaria.
Si insiste quindi con sempre maggiore violenza verbale e ideologica a voler propagandare la legalizzazione dell’aborto come un dato acquisito di cui sarebbe inutile se non perfino blasfemo discutere, tacciando di oscurantismo ed ignoranza e di non avere a cuore la salute e la libertà delle donne chi osa mettere in discussione questo nuovo tabù, e aggredendo il diritto del personale sanitario all’obiezione di coscienza di fronte alla chiara soppressione di un essere umano.
Si vuole qui discutere uno fra gli argomenti retorici più subdoli della propaganda abortista, che suona più o meno così: “Se vuoi abrogare la legalizzazione dell’aborto, allora vuoi obbligare la donna a portare a termine la gravidanza”. Ora, il punto chiave è questo: “vietare l’aborto” significa in realtà affermare il “diritto a nascere” del concepito, a cui evidentemente non può che corrispondere il “dovere di portare a termine la gravidanza” da parte della madre, senza il quale il diritto a nascere del concepito non può sussistere.
A questo proposito basterà ricordare che la nostra stessa Costituzione prevede per tutti un dovere di solidarietà economica e sociale, che non può trovare concretezza se non prevedendo in capo a chi vi è tenuto un qualche sacrificio in termini di libertà individuali. La legge declina poi tali doveri di solidarietà prevedendo erga omnes l’obbligo di prestare soccorso o assistenza ai minori di dieci anni e alle persone incapaci di provvedere a sé stesse, inanimate, ferite, o che necessitino assistenza, direttamente ed informando le autorità preposte a seconda delle circostanze.
In capo ai genitori nei confronti dei figli tali doveri di solidarietà sono particolarmente rafforzati. Come si vede, quindi, non è affatto impensabile che la legge ponga in capo a qualcuno il dovere di sacrificare qualche parte delle proprie libertà individuali in nome di un dovere di solidarietà verso altri, nemmeno se tale sacrificio dovesse comportare l’assunzione di qualche rischio.
L’espressione [usata dagli abortisti] “costringere la donna a portare a termine la gravidanza”, o l’espressione simile ancora più greve “obbligare la donna a partorire”, suggerisce evidentemente un comportamento attivo di natura coercitiva, come se la madre venisse limitata nella propria libertà di spostamento e di movimento, un’azione quindi intrinsecamente violenta e del tutto impensabile e contraria alla dignità e alla libertà della donna.
L’obiezione secondo cui “vietare l’aborto” equivarrebbe ad “obbligare la donna a portare a termine la gravidanza” è [peraltro] una truffa sul piano logico, linguistico e semantico, tanto quanto è una truffa logica, linguistica e semantica quella di chi pretende che “vietare l’assistenza al suicidio” equivale ad “obbligare a vivere”. Rimane il problema di dare alle donne che realmente non possono o non vogliono farsi carico del figlio che sta arrivando un’alternativa all’aborto clandestino, davvero pericolosissimo; ecco, a questo noi proponiamo un’alternativa di vita, con il parto in anonimato e l’adozione del neonato, certamente più complessa e costosa, ma non vigliacca ed ipocrita come l’alternativa di morte che è l’aborto volontario.

C’è “movimento” a Padova
Il 28 è stato proposto il tema “Vita Prenatale: un dialogo sempre generativo”, trattato da Daria Minucci e il 2 dicembre Ubaldo Camilotti offrirà un contributo riguardo a “Il messaggio del Movimento per la Vita”. Ma a Padova sono in fase di realizzazione altre iniziative: “Il progetto educazione al valore della vita”, per la classi quinte della scuola primaria e il Corso per nuovi aderenti, certo particolarmente interessante per molti cav-mpv.
Ne riportiamo in grande la locandina.

Storia “nostra”, quella di Glory
Ne “La vita del popolo”, settimanale diocesano Treviso, è stata pubblicata a fine estate una storia che davvero sentiamo come “nostra”, dal titolo “Glory, una vita donata”. L’autore è Davide Bellacicco. Riportiamo per intero l’articolo, con nostre evidenziazioni.

“Grazie, Glory. Il tuo passaggio tra di noi ha lasciato una profonda traccia di bene, di amore, di fede”. Ha concluso così don Adriano Fardin, parroco di Dosson, l’omelia del funerale di Glory Obibo, la giovane donna che ha rinunciato a cure antitumorali invasive per poter dare alla luce la sua bambina.
Una storia che ha commosso Treviso, e non solo, la sua. La giovane, 29 anni, originaria della Nigeria e in Italia da diversi anni, qualche anno fa si trasferisce a Treviso e incontra Samuele. I due si innamorano e decidono di sposarsi. Glory è consapevole delle difficoltà economiche proprie di una giovane famiglia, ma sa anche che in Italia il fiorente mondo dell’associazionismo dà risposte anche a coppie che, loro malgrado, coronerebbero volentieri il sogno di un figlio. Ora aspetta una bambina, così decide di contattare “Uniti per la Vita”, l’associazione trevigiana della rete nazionale Cav- Mpv che si dedica alla promozione della cultura della vita e a un fattivo e concreto accompagnamento nelle tante situazioni di difficoltà, dalle gravidanze non desiderate a quelle rese più complesse da problematiche di tipo psicologico, economico, affettivo.
Inserita in un corso pre-parto del pomeriggio, in un gruppo più piccolo, dedicato a chi necessita di un supporto in più per via delle barriere linguistiche e non solo, a seguirla personalmente nel suo percorso è Moira Renosto, una volontaria dell’associazione. Le visite mediche connesse alla gravidanza rivelano un tumore al seno particolarmente aggressivo. “Nel fascicolo di Glory non era ben chiara allora la portata della malattia – spiega Moira -. Sono gli incontri con le altre mamme a indurre Glory a raccontarsi, almeno in parte: «Aiutatemi ad avere la bambina, poi mi curerò», ha detto ai volontari”.
Lidia Netto De Candia, presidente onoraria di UpV, racconta come a Glory fosse stato prospettato dai medici di optare per l’aborto al fine di consentirle di curarsi nel migliore dei modi e non nei limiti di quelle terapie soft, unica chance a fronte di una chemioterapia invasiva, incompatibile con la gravidanza. Glory, seguita e accompagnata dal personale dei diversi reparti, sceglie consapevolmente di ritardare le cure più pesanti per far nascere sua figlia, anteponendo la salvaguardia di un’altra vita alla propria.
La piccola Greta nasce tre mesi fa – le condizioni di Glory hanno imposto un cesareo a 7 mesi – è sana e sta bene. Ora la ragazza può abbracciarla e può curarsi, ma l’aggressività del male non lascia molte speranze. “Solo nel sapere del parto anticipato abbiamo avuto una chiara idea della gravità della situazione direttamente da Samuele – ricorda Moira -. Glory ha protetto tutti dal conoscere la realtà, anche la sua stessa famiglia in Nigeria”.
L’ultimo incontro nella sede dell’associazione, in via Pinelli, risale a metà giugno. Glory ha tenuto a ringraziare di persona i volontari che l’hanno seguita e le hanno voluto bene.
“Siamo stati presenti fino alla fine, su consenso di Samuele al quale abbiamo garantito aiuto anche per il futuro”, riferisce Lidia che giudica la scelta della giovane un “esempio di maternità eroica”.
Glory Obibo è morta domenica 18 agosto, circondata dai suoi cari, dall’assistenza degli operatori della Casa dei Gelsi e dall’affetto degli amici. I funerali si sono svolti nella parrocchia di Dosson, nella chiesa che Glory ha frequentato finché le è stato possibile.
Così la volontaria del corso pre-parto: “Per me è stata un esempio, con la sua forza interiore e la sua fede. Abbiamo seguito Glory cercando di ispirare vicinanza. Ora conta non lasciare soli la piccola Greta e il suo papà”. Una forza e una maturità, quelle di Glory, sottolineate anche da don Adriano Fardin al funerale, concelebrato dal vicario foraneo di Treviso, don Angelo Visentin, e da don Bruno Baratto, direttore dell’ufficio Migrantes.
“La sua ricchezza umana e spirituale ha dato il frutto della testimonianza più alta. Il suo desiderio di vita e di amore si è compiuto nel dare la vita per Greta. La scelta che Glory ha fatto è quella che ci indica Gesù: Egli ci invita a rimanere nel suo amore e così ha fatto lei.
Un cammino, il suo, che l’ha vista crescere nella sua relazione con il Signore, una intimità con Dio che le ha dato la forza e anche la gioia di una scelta così radicale. Un cammino percorso e condiviso con Samuele, il compagno con il quale ha realizzato un progetto di vita e di famiglia. Oggi contempliamo in questa donna una grande testimonianza di maturità umana e cristiana, e nell’affidarla al Signore le esprimiamo tutta la nostra riconoscenza”.

 

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