Fine vita, il nostro impegno sarà fino all’ultimo di Olimpia Tarzia; presidente Movimento Politica Etica Responsabilità

La dignità è una caratteristica dell’uomo in quanto tale, non la condizione da cui dipende l’esistenza dell’umanità. Non può esservi un individuo vivente appartenente alla specie umana che non abbia “dignità”. Nella dignità umana si radicano i diritti fondamentali, quello alla vita, quello alla salute, quello alla libertà etc., gerarchicamente ordinati tra di loro. Perciò la lotta per difendere la vita, la salute, la libertà etc. è compito doveroso ed essenziale della società. La lotta contro la sofferenza ne è parte necessaria, anche se la dignità umana può rifulgere nel modo più alto quando l’uomo sa accettare coraggiosamente e generosamente la sofferenza e di contro neppure il dolore può annullarla od offuscarla. Questo non significa, naturalmente, che non si debba destinare il massimo impegno alla lotta contro il dolore.

Le spinte eutanasiche mirano a trovare una ragione sufficiente per un cambiamento che intaccherebbe profondamente un principio fondamentale, che gli Stati e l’ordinamento internazionale hanno faticosamente costruito nel corso della storia. Nella concezione più estrema tale ragione viene individuata in una idea di libertà intesa anche come scelta tra l’esistere e il non esistere. È del tutto evidente che la libertà suppone il diritto alla vita. Nell’ordine della vita fisica la morte è esattamente l’opposto della libertà, la fine di essa. La libertà non può giungere a negare sé stessa. Nel caso del malato in preda a gravi sofferenze è quanto mai dubbio che il suo consenso possa rendersi libero. E se questa diventasse la logica, verrebbe automatico, poi, estendere molto il concetto di malato terminale a bambini con handicap, disabili gravi (ma anche non gravi…), adolescenti depressi, malati mentali, anziani non autosufficienti (ma anche autosufficienti…), con intuibili spaventose conseguenze.

Bisogna chiedersi che cosa significhi realmente una invocazione della morte. Spesso essa è una protesta contro la solitudine, l’abbandono terapeutico, la mancanza d’attenzione dei familiari. Non solo le cure fisiche, ma anche una costante vicinanza psicologica, una mano tenuta nella mano possono fare abbandonare la domanda di eutanasia. Il fine delle cure non è esclusivamente la guarigione. Anche il malato inguaribile ha diritto alle cure: in tal caso esse saranno dirette a prolungare il più possibile la vita (molte terapie contro il cancro hanno spesso soltanto questo fine) e/o a ridurre la sofferenza. Si comprende così la grande importanza delle cure palliative, che rientrano a pieno titolo nel concetto di terapia. Questo significa “umanizzare la morte”, far sì che l’uomo resti tale il più possibile fino all’estremo, riconosciuto nella sua dignità, destinatario di solidarietà e di cura, aiutato ad affrontare nel fisico e nello spirito il passo estremo. Poiché il fine della cura non è soltanto la guarigione, ma anche l’eliminazione o la riduzione del dolore, si comprende la differenza sostanziale tra l’uccisione per cessare la sofferenza e il somministrare sostanze analgesiche. Un conto è decidere di uccidere una persona o di abbreviarne l’esistenza (che è eutanasia quale che sia il comportamento attivo o passivo posto in essere), un conto è chiedersi fino a quali limiti debba spingersi la lotta per la vita e se questa lotta debba continuare “a qualsiasi costo”, al fine di evitare l’accanimento terapeutico. Questa lotta univoca, senza compro- messi e senza ombre, costituisce la nobiltà della professione medica e le attribuisce un senso umano estremamente denso. In fondo è la lotta di ogni singolo essere umano dall’inizio della storia. Ma è una lotta inevitabilmente destinata al fallimento finale. Per ogni uomo, e dunque anche per il medico che lo cura, viene il momento della resa in cui bisogna alzare le mani e abbandonare le armi di fronte al nemico. A questi appunti di carattere assoluto se ne aggiungono altri di carattere pratico. Il più importante è quello che nasce dalla riflessione sui “passi successivi” che costituiscono un pericolo minaccioso, direi una spaventosa certezza, quando essi non sono qualche cosa di “essenzialmente nuovo”, di radicalmente diverso, perché le scelte future appaiono già comprese nel passo precedente. Se diventasse lecito uccidere in nome di una falsa pietà i malati gravissimi, prossimi alla morte, i passi successivi diventerebbero automatici, proprio perché non sostanzialmente nuovi e diversi: dalla depenalizzazione dell’uccisione dei malati incurabili non terminali, alla depenalizzazione dell’uccisione “per pietà” dei malati psichiatrici, dei disabili, dei vecchi.

È evidente che su questi temi non è in gioco solo la fede cattolica ma tutto il nostro umanesimo, riflesso anche nella Costituzione. Non si tratta dunque di una contrapposizione fra “morale laica” e “morale cattolica”, ma del rispetto per la vera dignità di ogni persona nell’orizzonte fondante dei diritti umani, primo tra tutti quello alla vita.

Vi sono aspetti che riguardano la coscienza e il comportamento individuali. Ciascuno può non riuscire a incarnare il valore che vede oppure può provare difficoltà a vedere il valore. Vi è una debolezza della volontà o un oscuramento della intelligenza. Ma l’emergenza etica ha un risvolto più drammatico, nel senso che diviene anche emergenza politica. Uso questa parola “politica” secondo la sua verità, cioè in senso nobile: la politica come riflessione e azione riguardanti l’assetto, la struttura, il finalismo della “polis”. La questione che oggi si pone è se la politica possa restare neutrale rispetto al valore della vita umana. Una politica distorta risponde di sì. Ma, poiché il senso della politica è il servizio all’uomo (questa è la sua specifica eticità), si capisce che una politica disinteressata rispetto al valore della vita, cioè rispetto al suo stesso fondamento, manifesta che l’emergenza etica è anche politica.

La neutralità della politica rispetto alla difesa della vita costituisce una tesi lucidamente formulata da più parti, con molte sfaccettature. Tale neutralità è richiesta dalle istanze più profonde della cultura relativista, la quale punta solo apparentemente alla depenalizzazione. In realtà il suo scopo decisivo è la decolpevolizzazione, cioè la demolizione di ogni giudizio etico sulle scelte riguardanti la difesa della vita. Il linguaggio è suggestivo. Per chi non sappia scrutare in profondità esso appare quasi sostanziato di valori. Ma il fatto è che la “scelta” in sé è proposta come valore, mentre essa suppone valori da scegliere rispetto ai quali si pone come strumento.

Ma si possono indicare come valori di pari peso la vita e la soppressione della vita? È impossibile. Ecco perché la “scelta” è culturalmente trasformata da strumento in fine. Essa è il valore, non lo strumento del valore e tale operazione mistificatoria suppone, all’evidenza, la “neutralità” rispetto al valore della vita.

Ciò è vero già ora ma diventerà ancora più vero nel prossimo futuro, quando cioè il controllo esterno pubblico diventerà sempre più difficile e la vita umana sarà sempre di più affidata alla capacità individuale di vedere e di amare, cioè alla mente e al cuore.

Ma non è solo questo in gioco. Vi è infatti una condizione è irrinunciabile: la neutralità dello Stato rispetto alla vita deve essere respinta con tutte le forze. Essa è la grande immoralità.

Lo Stato, non può essere neutrale tra la vita e l’uccisione di un essere umano. Ecco perché lotteremo fino all’ultimo minuto affinché il Parlamento, in un sussulto di dignità, non abdichi al suo ruolo, restituisca senso alla Politica e scongiuri l’emanazione di “sentenze creative” le cui ricadute sarebbero devastanti per tutti.

L’obiettivo è tutt’altro che facile. Dunque le difficoltà che incontreremo sono grandi. Occorre saggezza, longanimità, cuore aperto, intelligenza, minuzioso lavoro culturale ed educativo, capacità inesauribile di dialogo e di diffondere le nostre ragioni antropologicamente e biologicamente fondate.

Buon lavoro, dunque!

 

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