Fine vita: ripartiamo dall’alleanza terapeutica di Dott.sa Daniela Notarfonso, Movimento dei Focolari

La tematica che si sta approfondendo nelle sue implicazioni drammatiche è decisiva per ogni essere umano. Ha a che fare con la fase terminale della vita, e rappresenta per ciascuno lo specchio del proprio vissuto, dei valori che hanno sostenuto l’esistenza.

È un momento di “solitudine profonda” ed estrema perché rappresenta il compimento del proprio itinerario terreno.

Al contempo è un momento in cui si sperimenta una fragilità mai provata prima, con la perdita dell’autonomia e la dipendenza da altri che può rendere ancora più penosa una situazione già drammatica a cui si accompagna la paura di soffrire che, non di rado, è il sentimento prevalente.

Farsi carico di questi sentimenti ed emozioni è delicatissimo, è necessario porsi con un atteggiamento di estremo rispetto per chi si trovi a vivere questa fase della propria vita.

La famiglia, l’equipe medica e tutto il personale sanitario che si prende cura del soggetto deve rispettare alcuni criteri irrinunciabili: la competenza professionale, naturalmente, l’accesso alle terapie ordinarie, straordinarie e alle cure palliative, ma soprattutto la capacità empatica di ascoltare il malato per raccogliere il suo vissuto e la sofferenza fisica e psichica che vanno trattate adeguatamente.

L’alleanza terapeutica, importante per il rapporto medico paziente in qualunque situazione, è fondamentale nel fine vita, momento dove la terapia non ha solo l’obiettivo della guarigione e della cura, ma si focalizza al trattamento dei sintomi più gravosi (la gestione del dolore su tutto) e assume la dimensione della cura palliativa che necessita di ascolto caldo, di vicinanza costante, di gestione competente dei sintomi più difficili da sopportare.

In questa relazione costante ed indispensabile si deve fare esercizio di discernimento quando è necessario decidere se sospendere i trattamenti per non incorrere nel rischio dell’accanimento terapeutico; ma anche in quello, non meno grave, dell’abbandono.

Non bisogna dimenticare, poi, anche tutte le sofferenze psichiche, prima fra tutte la depressione che stanno aumentando vertiginosamente nel mondo e che si accompagnano ad un aumento costante del numero dei suicidi, segno di un male di vivere, spesso non compreso.

L’eutanasia o il suicidio assistito non rispondono a criteri di umanità, non è così che si aiuta la persona, né si rende la morte più accettabile anche se apparentemente la si sceglie.

La persona ha una natura relazionale che si manifesta ben prima che ciascuno di noi venga al mondo. La relazione rispettosa dell’altro richiede un ascolto profondo, capace di proporre soluzioni competenti in scienza e coscienza.

La politica in questo ambito ha il compito fondamentale di assicurare ad ogni cittadino l’accesso alle terapie in generale ed alle cure palliative in particolare.

In Italia siamo ancora bene lontani dal realizzare ciò, a causa di una disomogenea distribuzione territoriale, del non raggiungimento di un comparabile livello di qualità degli hospice e di una non adeguata ed efficace formazione psicologica dei medici e del personale sanitario che li renda capaci di essere presenti al letto del paziente anche quando le terapie ordinarie si siano dimostrate ormai inefficaci.

È indispensabile una crescita di umanità di tutti nel rispetto di un momento fondamentale per la vita di ciascuno. Ciò che necessita è la riscoperta del legame sociale che ci metta al riparo dall’individualismo competitivo che crea la “cultura dello scarto” ed esaspera l’autodeterminazione del soggetto per farci risperimentare il calore accogliente della comunità dove è più umano nascere ed anche morire.

 

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