Formarsi per combattere la cultura della morte di Dott. Paolo Marchionni, Associazione Donum Vitae

La legge sul fine vita e le sue più recenti interpretazioni, che rischiano di introdurre nel nostro Paese eutanasia e suicidio assistito, peraltro senza sufficiente consapevolezza (potremmo dire in assenza di un reale “consenso informato”) dei cittadini, interpellano con forza l’Associazione Donum Vitae, fondata nel 1989 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore dal card. Elio Sgreccia – al tempo Direttore del Centro di Bioetica della Facoltà di Medicina e in seguito Presidente della Pontificia Accademia per la Vita – e oggi operante sul territorio, a Roma e in altre diocesi italiane.

La difesa, promozione e cura della vita e della dignità umana, ispirate al personalismo ontologicamente fondato insegnato nel mondo dal prof. Sgreccia e da lui affidate alla missione della Donum Vitae, esigono una corretta informazione circa i valori in gioco e le possibili soluzioni di problemi delicati e decisivi che coinvolgono la centralità della persona, qual è la fragilità nella malattia e nell’approssimarsi della morte, nonché una robusta formazione, in particolare di coloro i quali, chiamati a esercitare responsabilità dirette sulla salute, rischiano uno sbilanciamento della professione medico-sanitaria verso le richieste del paziente più che verso un impegno scientifico, diagnostico e terapeutico realmente orientato tanto al curare quanto al prendersi cura. Un “prendersi cura” che, peraltro, è dovere non solo di medici e operatori sanitari ma coinvolge in pieno la famiglia, supportata da appositi organismi sociali e di volontariato.

Momenti quali la sofferenza fisica o psichica e la fine della vita, segnati da difficoltà innegabili e talora drammatiche, non si risolvono facilitando la conclusione dell’esistenza con modalità omissive e attive ma invocano piuttosto una umanizzazione della morte, grazie a un surplus di presidi sanitari che, accanto alle necessarie idratazione e alimentazione, assicurino tutte le possibili procedure terapeutiche e palliative, evitando quell’“accanimento terapeutico” la cui definizione esige una valutazione attenta delle condizioni effettive della persona malata nella concreta situazione. Ugualmente indispensabile è, inoltre, offrire al malato la vicinanza di familiari e persone care, la cui presenza è resa più difficoltosa da dinamiche organizzative e di tipo lavorativo, nonché, se desiderato, il supporto religioso.

Solo una legge che tenga conto di tali coordinate può svolgere un autentico servizio di salvaguardia della salute dei cittadini, evitando di nascondere dietro al “diritto a morire” una sottile discriminazione e, in ultimo, un “abbandono” sociale e sanitario delle persone gravate da maggiore inabilità o minore produttività, con pericolose ripercussioni sul piano antropologico ed educativo. L’eutanasia come “risposta”, infatti, rischia di ignorare non solo il diritto alla cura e il bisogno di vicinanza ma anche la richiesta di senso che, pur caratterizzando in modo acuto il tempo della sofferenza, abbraccia per intero l’esistenza umana; l’eutanasia come “domanda” diventa, in certo modo, un indicatore indiretto di un vuoto culturale, di paure profonde e della solitudine diffusa nei nostri Paesi industrializzati.

Nel rispetto assoluto della sofferenza delle singole persone, la Donum Vitae raccoglie la sfida posta dall’attuale dibattito sul “fine vita”, all’interno dei compiti di promozione culturale, prossimità del servizio e crescita spirituale che le sono propri, promuovendo iniziative di formazione in diversi ambiti, a partire dalla riflessione sul valore della dignità della vita umana, in ogni fase e condizione, che necessariamente fonda e precede altri valori, compresi la qualità della vita, l’autodeterminazione, la libertà. In particolare, la formazione di medici e operatori socio-sanitari permette che essi siano sempre più impegnati in servizi di diagnosi e cura, comprese le cure palliative, in grado di accompagnare i pazienti nei singoli percorsi, alleviando il dolore senza abdicare a responsabilità terapeutiche e umane.

La formazione di coloro che rivestono ruoli di responsabilità in ambito socio politico e istituzionale incoraggia una più profonda riflessione su tali tematiche negli ambiti legislativi e di governo, per soluzioni rispettose della dignità e dell’integrità della persona. La formazione rivolta a giovani, famiglie, insegnanti, educatori, favorisce la maturazione di una cultura della vita e di una sensibilità attenta alla sofferenza come momento carico di mistero, che può sprigionare energie di compassione, condivisione e fraternità benefiche per il futuro della comunità umana.

Nella convinzione che dalla cultura della vicinanza, capace di non abbandonare chi soffre, e dall’attenzione giuridica, sociale e politica alle persone più deboli si misura l’autentico sviluppo di una Nazione e il suo grado di civiltà.

 

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