Gioia e dolore, Vivere e morire: alla ricerca di un senso di Ubaldo Camilotti

Parlare di gioia e dolore, parlare di vivere e morire, significa parlare della vita dell’uomo, della vita di ognuno di noi. Tutti infatti nella loro vita hanno provato sia gioia che dolore.

 

Gioia significa emozione. Vi ricordate il primo bacio dato a vostra moglie o il primo abbraccio ai vostri figli? Quella è la gioia! Tutti abbiamo avuto momenti di gioia! Tutti abbiamo provato dolore nella nostra vita; il dolore fisico provocato da un male, o il dolore morale (patimento dell’animo) provocato, ad esempio, dalla morte di una persona cara. D’ora in aventi quando parlerò di dolore o di sofferenza intendendo entrambe le sue forme, quella fisica e quella morale.

Ho letto in una poesia del poeta libanese Kahlil Gibran che noi siamo delle “bilance che oscillano tra il dolore e la gioia”. E credo che non si riesca dare un senso a questa altalena di sentimenti senza interrogarci sulla sofferenza scoprendone il significato.

È quanto cercherò di fare con questa riflessione nella della quale farò anche alcuni cenni al tema del fine vita, perché quando si parla di sofferenza viene spontaneo porsi due domande:

– che senso ha oggi soffrire?

– non è forse meglio morire e por fine alla nostra vita senza soffrire?

 

Io credo che mai come oggi sia necessario che credenti e non credenti si interroghino sulla sofferenza e cerchino insieme di riscoprirne il significato.

Maritain ha scritto che la sofferenza non è solo il segno della nostra miseria ma, “nobiltà incomparabilmente feconda e preziosa”.

Certo oggi non sembrerebbe così. Secondo molti la sofferenza è un inutile male che deve essere evitato. Se l’ideale supremo dell’uomo è la felicità ed il benessere, la sofferenza appare inutile.

Non è la risposta del credente, che trova nella Fede la risposta ultima al perché della sofferenza, non è neppure la risposta di ogni altro uomo che valuti con obbiettività a quali conseguenze si è giunti quando si è ritenuto giustificabile l’eliminazione della vita sofferente.

Non c’è dubbio che il problema della sofferenza è un problema difficile sia che si parli di sofferenza fisica che di sofferenza morale.

Il problema della sofferenza, ed aggiungerei della morte, chiama in causa Dio, il suo amore verso l’uomo. Per molti infatti la presenza della sofferenza è uno scandalo, anzi la prova che Dio non esiste.

Per tale motivo la sola ragione sembra non bastare per rispondere a questi interrogativi.

Sotto il profilo razionale la sofferenza, il male, si spiega nella finitezza dell’essere umano. Non è Dio che vuole il male, ma è la creatura che di per sè è soggetta a limitazioni.

Non solo ma, la ragione ci dice anche che il principale responsabile del male è l’uomo, che Dio nella sua infinita bontà lascia libero di agire. Basti pensare alla fame ed alla guerra originate dall’egoismo e dalla sete di potere dell’uomo.

Nasce però un’altra domanda. Perché Dio non ha scelto un ordine diverso nel quale il male non potesse esistere?

Come dicevo a questo angoscioso interrogativo sul piano della pura ragione non c’è una risposta soddisfacente.

Possiamo però osservare che il dolore ha una sua funzione (come dice Maritain), in quanto ci avverte dell’esistenza d’una difficoltà o di un pericolo per il nostro organismo e per la nostra persona, e ci fa ricorrere ai ripari.

La Storia poi ci insegna che le grandi civiltà sono la risposta dell’uomo alle sfide della sofferenza e della morte. Se sul suo cammino l’uomo non avesse incontrato le difficoltà, il dolore e il pericolo, forse non avrebbe realizzato nulla di grande e di bello. La storia della civiltà umana è la storia della lotta gigantesca dell’uomo per vincere la sofferenza e la morte.

Anche la nostra esperienza ci conferma che l’uomo che soffre fisicamente e moralmente è di stimolo sia alla Scienza Medica che alla Società.

La sofferenza fisica è di stimolo alla Scienza Medica. Infatti l’uomo che soffre fisicamente interroga oggi la Medicina e chiede una risposta a curare ed assistere il sofferente con il massimo impegno fino al suo spegnersi naturalmente, lenendo per quanto possibile il dolore senza spegnere la speranza.

La sofferenza morale è di stimolo alla Società. Infatti l’uomo che soffre moralmente interroga ognuno di noi e chiede per la sua sofferenza una risposta in termini di solidarietà e gratuità. Ed oggi la nostra Società, che non sa quale risposta dare alla domanda sul senso del proprio esistere, ha particolarmente bisogno di solidarietà e gratuità. Ha bisogno di vedere persone impegnate gratuitamente a risolvere difficoltà e problemi, quali quelli che un sofferente ha, in nome della solidarietà che accomuna ogni uomo.

Si capisce allora perchè la sofferenza non vada né cercata né evitata, ma accettata come segno dei nostri limiti.

Si capisce allora quale deve essere la risposta ai casi pietosi che non richiedono:

  • nè legalizzazione di procedure;
  • nè atti di clemenza

ma semplicemente della nostra solidarietà che si esprime nella condivisione delle ansie, dei dolori, delle paure di chi è toccato dalla sofferenza.

La solidarietà gratuita non solo allevia la sofferenza, ma genera speranza.

Lo ha scritto Mons. Vincenzo Paglia nel libro “Vivere per sempre”: “In una società in cui si vive sempre più soli e isolati è grande il bisogno di condividere il proprio dolore. Riversarlo nel cuore di un amico lo rende più leggero, più sopportabile e fa vedere la speranza che il male può essere vinto”.

Basterà ricordare l’esempio dato da tanti uomini e donne, ne ricordo una per tutti Madre Teresa di Calcutta, che proprio a fianco dei sofferenti sono stati veri costruttori di pace.

Sembra paradossale, ma è proprio nel momento in cui l’uomo si trova nelle condizioni di massima povertà che possiamo percepire la grandezza della vita, perché abbiamo la possibilità di capire il valore della vita in sé, nella sua essenzialità e non nella misura in cui viene a coincidere con un nostro interesse.

Ha espresso questo concetto il Cardinal Ratzinger nel Convegno “Il diritto alla Vita e l’Europa” organizzato dal Movimento per la Vita Italiano nel dicembre 1987, Il Cardinale diceva che alla domanda “Chi è l’uomo”, aveva cercato di rispondere un filosofo francese Michel Serres (apparentemente non credente) che ricordava che la risposta era stata già data molti secoli prima da Ponzio Pilato. Questi di fronte a Gesù spogliato, flagellato, condannato a morte ha detto: “Ecce homo!” Chi è l’uomo? È proprio il più debole ed indifeso, colui che non ha potere né voce per difendersi, colui al quale possiamo passere accanto nella vita facendo finta di non vederlo, o magari cercando di toglierlo dalla nostra vista.

Ed invece è a lui che dobbiamo affiancarci per capire cosa è veramente la vita; è a lui dobbiamo rivolgere il nostro sguardo.

Credo allora veramente che attraverso il dialogo tra “le forze della Fede e della Coscienza”, tutti – comprendendo l’assurdità di pretendere che sia scritto nella legge il permesso di disporre, non solo della propria, ma anche della vita degli altri –, si impegnino a dare una risposta veramente umana alle domande poste dalla sofferenza dell’uomo.

È chiaro quindi che l’opposizione alla legalizzazione dell’eutanasia si fonda su principi che, prima di essere di ordine religioso, sono di ordine naturale e civile, attinenti al rispetto della vita e della dignità della persona umana, che lo Stato con le sue leggi deve difendere e promuovere.

In sintesi io credo che la sofferenza, stimolando la solidarietà, può aiutare l’uomo a raggiungere la pienezza della sua umanità, e scoprire così il significato della sua vita colmando quel vuoto esistenziale (quella mancanza di significato), di chi si interroga sul senso della sua esistenza.

 

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