Il grande testimone del diritto alla vita di Silvio Ghielmi, in “Sì alla Vita” n. 4, aprile 1994, pp. 7-9

Si è spento, nel giorno di Pasqua, il grande genetista Francese, che ha dedicato la sua esistenza alla causa dei pro-life. Proprio questo impegno lo ha sempre escluso dalla corsa per il Nobel che avrebbe meritato.

 

Nel giorno di Pasqua è tornato al Signore Jerome Lejeune. Professore di Genetica fondamentale alla facoltà di Medicina di Parigi, insegnò al California institute of Technology come visiting professor; ottenne il premio Kennedy per la prima scoperta della causa cromosomica di una malattia (la sindrome di Down) e il premio William Allen Memorial. Membro della Accademia americana delle arti e delle scienze, della Royal Academy of medicine di Londra, della Royal Society of science di Stoccolma, delle accademie delle scienze di Italia ed Argentina, della Pontificia Accademia delle Scienze, dell’Istituto di Francia, dell’Accademia delle Scienze morali e politiche, dell’Accademia di Medicina di Francia. Presidente del “Fea. Secours aux futures mères”, movimento che organizza centinaia di “Antenne per l’accoglienza della vita” in Francia. E da ultimo, chiamato a presiedere la Pontificia Accademia per la vita. Viene da chiedersi la ragione per la quale non gli sia mai stato conferito il premio Nobel, dato che, per primo nella storia della scienza, aveva scoperto che una malattia come la sindrome di Down era originata da una causa cromosomica (la trisomia 21). In molti hanno tentato di dare una risposta, ma forse la verità sta, semplicemente nella sua passione per la difesa della vita che l’ha sempre reso inviso alle multinazionali della pianificazione familiare che controllano ampia parte della comunità scientifica. In effetti Lucerna era una colonna portante del movimento internazionale per la vita. La sua statura morale e scientifica incuteva rispetto ai distruttori della sacralità della vita e ai politicanti che volevano deformare il profilo della missione umanitaria del medico. Molti movimenti per la vita del mondo sono stati beneficiati dalla sua testimonianza e il Movimento italiano è stato particolarmente onorato della sua amicizia. Ricordiamo alcuni episodi.

Il suo intervento al Convegno Nazionale dei Cav di Salerno nel 1988 sulle manovre per insidiare la difesa della vita fin dal suo concepimento. La sua sfida, mai raccolta dagli avversari, che gli esperimenti sugli embrioni umani fossero finalizzati esclusivamente al progresso della scienza.

Il commovente intervento itinerante per l’Italia (Verona, Viterbo, Torino, Rimini) sempre cogliendo ogni spiraglio possibile nel suo viaggiare inesausto per congressi e convegni.

In effetti, conoscendo la quantità dei suoi impegni per la scienza e la vita (da Manila a Mosca passando per le Americhe), era ogni volta una fatica riuscire a scovare uno spazio libero per “incastrarlo” nelle iniziative italiane. Ma una fatica cui ci siamo sempre prestati volentieri e che in fondo trova va sempre una risposta da parte di Lejeune. Fu così presente all’inaugurazione del Cassonetto per la vita e al convegno sulla storia della Ruota degli esposti e diagnosi prenatale (maggio 92) a Casale Monferrato.

Cominciava sempre i suoi interventi parlando in francese, per finire regolarmente in italiano e bisogna aggiungere che non era solo un eccellente scienziato e un appassionato e militante per la sacralità della vita ma uno straordinario creatore di parabole. Riusciva così a far capire a tutti i concetti più ardui.

A rendere semplici le cose complicate. Al convegno di Casale sulla diagnosi prenatale, quando fu posto il problema delle “vite difficili”, Lejeune, dopo un attimo di riflessione, rispose: “Cosa si fa se all’ippodromo cade un cavallo e si rompono una gamba sia l’animale che il fantino? La soluzione veterinaria È quella di sopprimere subito l’animale per non farlo soffrire, ma nessun medico penserebbe alla stessa soluzione dignitosa per il fantino, qualunque sia la menomazione o la sofferenza causata dalla caduta. Lo stesso criterio vale, sempre, prima E dopo la nascita. Il medico deve curare solo e sempre”.

In un’altra occasione disse: “È proverbiale il costume degli Spartani di eliminare alla nascita i disabili. Lo scopo era quello di arrivare ad una razza superiore. Invece così non fu e resta il dubbio che Sparta sia caduta nel dimenticatoio della storia, perché, eliminando i più deboli fisicamente, finirono per prevalere gli stupidi o se perché essendo stupidi decisero di eliminare i più deboli”.

Nel 1990 a Milano una non meglio identificata consulta di bioetica organizzò un convegno sullo statuto dell’embrione, ignorando, non certo per caso, le tutele raccomandate dal parlamento europeo (in base alle risoluzioni Casini e Rothley) e annunciando la contemporanea invenzione del pre-embrione e del pro-embrione. Fecero venire da Melbourne il solito teologo dissidente improvvisato sì per l’occasione “esperto di genetica”. Lo scopo era evidente: declassare la vita umana alle prime fasi in modo da renderla disponibile per la pratica abortiva per la sperimentazione e per la fecondazione artificiale. Lejeune, appena venuto a sapere di questa cosa, volle immediatamente il libro degli atti di quel convegno in cui le esperienze sugli anfibi venivano trasferite tali e quali alla specie Homo Sapiens. Lo lesse e gli bastò una frase per bollarlo: “l’uomo non è un armadillo!”.

Clamorosa è rimasta la vicenda di una sua testimonianza in tribunale a Maryville nel Tennessee. Due coniugi avevano divorziato e avendo tentato la fecondazione in vitro conservavano alcuni embrioni congelati. Il padre ne voleva la distruzione, la madre l’impianto, disposta perfino a darli ad altra donna purché non fossero uccisi. Si ripeteva la vicenda del giudizio di Salomone. Leggendo, chiamato a dire al tribunale cosa fossero quei gli embrioni testimoniò, con la sua indiscussa competenza, che non erano “cose” che potevano essere possedute ma vite umane che dovevano essere rispettate. La sentenza del tribunale fu favorevole alla salvezza della vita anche se in seguito fu capovolta da una ulteriore istanza giudiziaria. Quella testimonianza divenne l’oggetto di un libro tradotto in italiano con il titolo “L’embrione segno di contraddizione” per il quale Lejeune ebbe il premio Vittoria Quarenghi nel 1991 della Fondazione Vita Nova.

C’è un’altra vicenda che merita di passare alla storia ed è il malaffare della RU486, la pillola abortiva della Roussel-Uclaf Hoecht da lui ribattezzata “il pesticida antiumano”.

Lejeune non ha mai mandato giù che proprio nel suo Paese dovesse aprirsi la breccia dell’aborto chimico. Ed arrivò a sfidare in un confronto televisivo “l’ideologo” di questo programma nazista. Etienne Baulieu tentò di sostenere che la molecola da lui inventata era una medicina che poteva servire per curare diverse malattie tra cui il cancro, ma uscì distrutto dal confronto e in seguito scrisse che quella sera non era in forma…

La realtà è che Lejeune lo inchiodò alla sua responsabilità di inventore di uno strumento per crimini contro l’umanità.

Questo storico dibattito è stato pubblicato da Sì alla Vita, che sempre ha potuto onorarsi della sua collaborazione. Di recente abbiamo pubblicato una sua nota sulla falsa “clonazione umana” annunciata da alcuni ricercatori americani. Il numero di marzo 94 ha riportato la sua nomina a presidente della neocostituita Pontificia Accademia della Vita.

Ora Lejeune ci ha lasciato e i militanti per la vita di tutto il mondo chiedono al Signore che protegga la continuazione della militanza in cui è stato maestro.

 

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