Il pensiero e l’azione di Carlo Casini di Francesco Ognibene, Avvenire

Quando vengo invitato a parlare di Carlo Casini – e grazie al Movimento per la Vita mi è già capitato – non so mai dove si va a finire, perché è una figura che per me aveva una familiarità tutta particolare. L’ho conosciuto soltanto negli anni ’90, scoprendo a posteriori le sue battaglie precedenti a quelle di cui ero testimone sulla fecondazione artificiale, e poi sul fine vita e lo statuto giuridico europeo degli embrioni umani. Così ogni volta inizio pensando di raccontare la sua passione per le idee alle quali ha dedicato la vita, e mi ritrovo a parlare della vita: la sua. Tale era il fascino che – ora mi è chiaro – promanava dal modo stesso in cui affrontava quei comuni impegni ideali. Con lui è stata una frequentazione amicale nel senso che, a un certo punto, cominciò a darmi del tu, cosa della quale mi sentii onorato. È una figura rispetto alla quale, tutte le volte che ne sento parlare (come ora da chi lo ha conosciuto assai meglio di me), avverto una distanza immensa: vedo infatti l’esempio di un uomo che oggi, giorno di san Giuseppe, figura del padre e del custode, ha esercitato una paternità molto particolare. Proverò a dire come.

Il padre è quello che dà il nome alle cose tenendo per mano un bambino che entra nel mondo. Per ogni bimbo il padre è quello che gli indica le cose che compongono il mondo, e dà loro un nome. È “Adamo, il nomenclatore”, chi dà il nome a tutto ciò di cui il bambino fa esperienza. Carlo Casini è padre di un movimento, di una grande famiglia. E come un padre con i suoi figli, ha dato un nome a tutto ciò di cui leggiamo in questo libro e negli altri che sono usciti a un anno dalla sua morte. Abbiamo quindi la possibilità di attingere a un pensiero ricco al punto da dare il nome a pensieri e concetti che oggi ci sono familiari grazie a lui. Possiamo far nostro un pensiero che ha scolpito come colui che ha visto alcune cose prima non colte da nessuno. Dopo siamo arrivati tutti noi, chi prima chi dopo, ma sempre sfruttando il suo modo di definire alcuni concetti, come lavorando su un terreno dissodato da altri, un luogo ricevuto in dono. Il suo dare un nome a concetti che oggi sembrano ovvi li ha resi in qualche modo pensabili e spendibili pubblicamente da noi. In altre parole, gli dobbiamo molto di ciò che siamo e facciamo oggi, perché quando so che un pensiero è così ben articolato e ha parole così precise per dirlo, al punto che posso farlo mio, allora anch’io che non me ne credevo capace sono spinto a impegnarmi. Quello di Casini dunque è un esempio trascinante: quel pensiero, che non è merito mio, posso portarlo sulla scena pubblica non solo dignitosamente ma con orgoglio, perché lo avverto come vero.

Carlo Casini è anche un padre che ha insegnato a tanti figli a camminare in una realtà e un mondo che potevano sembrar loro estranei, lontani, ostili. Quante volte abbiamo pensato “questo non fa per me, è troppo difficile”, “vedo persone troppo preparate, troppo combattive, troppo polemiche, non ce la potrò fare mai”. Invece abbiamo conosciuto un padre che ha insegnato a camminare anche in mezzo a situazioni difficili. Il padre introduce nel mondo: “vieni figlio mio, ti presento il mondo, che non è fatto per essere guardato ma abitato, e ciascuno lo può fare a modo suo, con un suo stile”. Intendo dire che ha insegnato a essere sé stessi, con tutta la ricchezza di pensiero che il libro con i suoi scritti per “ToscanaOggi” documenta come uno straordinario vademecum: perché non vi si parla soltanto di vita umana, ma anche di politica, di diritto, di Europa, di questioni contingenti al momento politico. Un sistema di idee tanto elaborato e ampio permette di pensare che possiamo stare dentro a questo mondo a modo nostro, con uno stile da laici cristiani, persone che cercano la ragionevolezza e la verità delle cose alla luce della fede.

E poi, il padre genera. Cosa ha generato Carlo Casini? Prima si parlava del Centro di aiuto alla vita. Da cronista mi colpisce sempre il fatto che a un certo punto arriva uno e inventa una cosa che non esisteva prima e che al suo apparire si mostra subito geniale, tanto da farci dire “ma come è possibile che non ci avessimo pensato prima?”. Quante volte ci siamo detti, ad esempio, come di fronte all’emergenza educativa servirebbe un nuovo Don Bosco. Servono persone che di fronte a una grande sfida culturale, educativa, intellettuale, sociale generano qualcosa di totalmente nuovo. Vedono un problema e non ricorrono a strumenti che già ci sono, o disarmano pensando che altre esperienze potranno provvedere. No: sentono l’urgenza di generare qualcosa che non c’era e che, appena nato, si pone come una risposta nuova, coinvolgente, attrattiva. Sento questa capacità generativa come una provocazione costante, che porta a chiederci: abbiamo fatto quello che serviva? Oppure continuiamo a ripetere le stesse cose di sempre, mentre oggi c’è bisogno di una risposta differente? Mi chiedo allora: cosa farebbe oggi Carlo Casini? Cosa si inventerebbe? Quale sarebbe il “centro di aiuto alla vita” che plasmerebbe oggi? Non intendo con questo sostenere che ciò che ha inventato allora non sia più attuale, ma che forse oggi c’è bisogno anche di qualcos’altro. Ce lo insegna lui stesso.

Il padre è anche quello che ti insegna a farcela, che dà fiducia, che incoraggia: non dice “ci penso io, voi state a guardare”, ma cresce i figli nella consapevolezza che possono seguirlo, nella certezza che potranno diventare anche migliori del padre perché oltre all’insegnamento imprime loro la spinta per affrontare ostacoli apparentemente insormontabili, e invece accessibili. Questa convinzione nasce nei figli nel momento in cui prendono consapevolezza della loro filiazione.

Mi colpisce sempre vedere come nel Movimento per la vita ci siano tanti giovani. Oggi prevale l’idea che i giovani pensino che di fronte alle grandi sfide sociali loro non ce la fanno, l’orizzonte è troppo grande, che forse quando saranno più maturi proveranno a cimentarsi. Ci sono giovani, invece, che con un insegnamento così chiaro e accessibile pensano di essere già in grado di affrontare le sfide che gli si prospettano, come se Carlo Casini gli dicesse ancora “ce la puoi fare, con questo coraggio, con questo impegno, con una simile freschezza”. Quest’ultimo è un punto sul quale conviene soffermarsi: a Casini è stata rimproverata una sorta di ingenuità, il candore di insistere, ripetendo concetti e idee. Molti potevano pensare che non ne valesse la pena:

“È possibile che non abbia ancora capito che di lì non si passa?”. Invece, poi, proprio là dove gli altri vedevano solo un muro lui aveva scorto un passaggio, con una tale certezza che poi era in grado di mostrarlo e renderlo visibile anche a chi gli aveva dato fiducia. In una bella intervista ad Avvenire, la figlia Marina ha raccontato la passione del papà per la montagna. Ecco: quante volte in montagna siamo convinti che non arriveremo mai, che è troppo faticoso, e poi, d’improvviso, scolliniamo su un passo dal quale scopriamo che ne è valsa la pena per l’orizzonte insospettato che si stende davanti a noi. Dobbiamo quella scoperta, sempre indimenticabile, a chi ci ha portati fin lì e ci ha detto “ce la puoi fare, vedrai che ci sarà un nuovo panorama per noi, non c’è nessun ostacolo, nessuna sfida che tu non possa affrontare”. In questo si esercita una straordinaria paternità, che si nutre anche di candore e di entusiasmo.

Il senso dello stare dentro le cose è un altro aspetto che dentro Carlo Casini ho visto come allo stato naturale. La definirei la percezione della realtà che va rispettata, onorata e servita. La realtà esiste, dobbiamo farci i conti. Quante volte, anche in tanto buonissimo associazionismo, c’è invece un idealismo, nobile fin che si vuole, ma che non fa i conti con la realtà: ci parliamo tra di noi, ci diamo ragione, facciamo anche cose ottime, però poi alla fine la realtà è un’altra cosa. E infatti la gente ormai spesso ignora queste esperienze, pur magnifiche o gloriose, perché non si sente coinvolta nella concretezza della sua vita. Sembriamo, a volte, pensare a una realtà parallela costruita come la desideriamo, mentre la vita vera sta altrove. Nutrire il senso della realtà significa invece frequentarne senza paura anche la drammaticità e la contraddizione, fare i conti con quel che c’è, anche se è sconfortante, difficile da digerire e persino da maneggiare. La realtà non deve mai farci cadere le braccia convinti che non sia possibile condurla dove vorremmo, o persino gettarvi un seme. È un realismo che Carlo Casini ci ha insegnato molto bene, ed è forse anzitutto per questo che lo sento così affine: il realismo infatti dovrebbe essere la caratteristica saliente del giornalista. Non è un caso che gli piacesse molto scrivere: scriveva benissimo, scriveva cose molto ispirate, sempre però con una sua inconfondibile aderenza ai fatti. Avvertiva con ogni evidenza che occorre stare dentro la realtà, senza limitarsi a proporre discorsi che la sorvolano, come separando gli ideali dalle cose. In tutti i suoi articoli si trova sempre, a un certo punto, l’emergere di una realtà anche spiacevole, lontana dai nostri valori, ma che va affrontata e servita per ciò che è. Noi giornalisti dobbiamo essere i primi a farlo, sempre. E in questo credo che Carlo Casini sia stato anche un ottimo giornalista: ha guardato in faccia la realtà e ha insegnato ai suoi figli – di sangue e di ideali – a rispettarla così com’è, e con essa rispettare le persone, anche se pensano l’opposto di noi, come interlocutori davanti ai quali chiedersi “cosa posso fare per te?”, “cosa dici a me, alla mia umanità, alle mie domande? In che modo posso cercare di farle mie e di proporti possibili risposte?”.

Il padre, poi, sa fare un passo indietro con umiltà lasciando che i figli facciano la loro strada, anche sbagliando. In questo ho sempre colto in Carlo Casini uno straordinario senso della misura. Vorrei far notare l’importanza di questo aspetto: stiamo parlando di uno dei grandi fondatori del Novecento, una figura da libro di storia. Ci mancano persone così, cattolici capaci di riconoscere qualcosa che può unire in un impegno persone provenienti da percorsi del tutto diversi. Non possiamo vivere di nostalgie, quando “eravamo tutti uniti”. Negli scritti di Casini emerge la totale assenza di nostalgia per una stagione gloriosa, di battaglie, campagne, iniziative. Non notate che con lui non ci si è mai annoiati, mai ha fatto ripetere cose già fatte, ma ha portato i suoi figli su frontiere sempre nuove? In lui era chiara l’idea che non si dovesse replicare un’esperienza evidentemente esaurita come quella della Democrazia cristiana, ma andasse cercata qualche altra forma di presenza, più complessa ma non meno feconda, di cui una figura come lui era in grado di presagire le caratteristiche. Il fatto di potersi ritrovare attorno ad alcune idee forti comuni richiede anzitutto che sappiamo vederle, ed è proprio di questo che oggi si avverte una carenza evidentissima: il saper vedere. Nel pensiero di Casini la fonte di questo sguardo profetico è evidente: lo Spirito Santo. Quando c’è bisogno di far tornare la chiarezza dentro un pensiero che l’aveva persa è lì che dobbiamo attingere, a una riserva interiore di fede che per Casini è sempre stata il serbatoio principale della vita. Naturale conseguenza è che in lui si saldassero pensiero e azione, come titola efficacemente il libro, entrambe scaturite da una fede che ispira ma non si impone. Carlo Casini era un uomo di legge, teneva per sacro il principio che ci fossero alcuni fondamenti che devono essere condivisi da tutti. Perché una società stia in piedi occorre che ci sia il riconoscimento di qualcosa che ci accomuna e ci supera: nel caso dell’uomo di diritto, la legge. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che ci deve vincolare gli uni agli altri, ed è la verità sulla persona umana. Non posso imporre la mia fede ma proporre cosa la fede mi mostra, con una capacità di coinvolgimento e di persuasione che nasce dal fatto che non posso tacere quello che vedo. Chi ha a che fare con un cristiano impegnato a qualsiasi titolo nella sfera pubblica deve poter scorgere in trasparenza cosa lo muove, e verso dove. Questa unità di vita tra fede, pensiero e azione era particolarmente chiara in Casini, vestendo i panni di una laicità evidente, rispettosa delle convinzioni altrui, che non pretende di trasferire il Vangelo nella legge, ma mostra la propria fonte in modo riconoscibile.

È appena un anno che ci ha lasciati, e sembra già tantissimo. Con il crescente distacco storico saremo in grado di scorgere che abbiamo conosciuto uno dei padri del cattolicesimo impegnato nella storia repubblicana. I cattolici italiani gli sono debitori dell’evidenza che nel proprio impegno pubblico il credente deve far vedere cosa lo muove ma senza tentare di imporlo a nessuno. È quel cristianesimo che cresce “per attrazione” di cui parla papa Francesco. Un fondatore è così, un padre è così, un iniziatore di percorsi è così.

In conclusione, mi piace tornare alla domanda che ho ipotizzato: cosa genererebbe oggi Carlo Casini? Vorrei potergli chiedere adesso: i cattolici sulla scena pubblica, che purtroppo sembrano essere in questo momento irrilevanti, o comunque molto ben nascosti, che strade devono aprire? E tu, Carlo, cosa ti inventeresti? Cosa gli diresti? Come gli insegneresti oggi una volta ancora a camminare?

 

Il pesnsiero e l’azione di Carlo Casini (.pdf)