Il Professore Jerome Lejeune. Da leggere Recensione di Carlo Casini. Libro di Jean-Marie Le Mènè

Prefazione

Ci sono due pagine di questo libro, particolarmente commoventi, che spiegano, nella mia intenzione, il perché della sua presentazione in Italia.

La prima è l’ultima, quella dell’epilogo, che ci descrive Giovanni Paolo II inginocchiato, in preghiera, sulla tomba del suo “fratello Jérôme” nel cimitero di Chalo-Saint-Mars, il 22 agosto 1997.

Il testo, volutamente breve e asciutto, non ricorda cosa sta dietro la solitudine di quella silenziosa preghiera del Santo Padre, circondato solo dai familiari del professor Lejeune, il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita. In quei giorni era in Francia per celebrare la “Giornata mondiale della gioventù”. Non pochi giornali di quella nazione, nei giorni precedenti, avevano descritto con compiacimento la scristianizzazione di una Francia che era stata nella storia “la prima figlia della Chiesa” ed avevano profetizzato — sbagliando completamente — una scarsa e distratta partecipazione di giovani a quell’evento, soprattutto a causa dell’insistente, appassionato Magistero di Karol Wojtyla sul tema della vita umana nascente, della sessualità e della famiglia, avvertito lontano dalla scienza, dalla cultura e dal costume della modernità, di cui la Francia si affermava espressione matura. Erano state particolarmente dure le critiche al progetto del Papa di visitare il sepolcro di Lejeune, lo scienziato che era stato “segno di contraddizione” per un modo di pensare e di vivere ritenuto definitivamente generale e acquisito. Così la preghiera nel cimitero di Chalo-Saint-Mars avvenne quasi nel silenzio e nella solitudine.

Fu allora che io pensai di promuovere un qualche gesto europeo che restituisse a Lejeune quel riconoscimento che la società civile gli aveva negato proprio a causa della sua costante, ferma, intelligente difesa dei bambini non ancora nati e della sua conseguente pubblica opposizione alle leggi che ne autorizzavano e promuovevano la uccisione, dalla legge Veil del 1975, alle leggi sulla procreatica del 1994. A Lejeune era stato negato il premio Nobel per la scienza, ricco di denaro e carico di onore, che viene conferito ogni anno in una solenne cerimonia a Oslo alla presenza di re e capi di Stato. Forse – pensai – in questa Europa del materialismo pratico, che tradisce ciò che invece afferma come suo fondamento e vanto, e cioè i diritti umani, perché non sa più chi sia l’uomo, c’è un “popolo della vita” capace di conferire al professor Lejeune un riconoscimento in nome del diritto alla vita, in modo visibile e pubblico, in una sede che esprima la società civile europea al più alto livello possibile.

Questo il sogno, di cui la traduzione italiana del libro di Jean-Marie Le Méné vuole essere un primo tassello. La seconda pagina toccante spiega il perché profondo di tanta doverosa gratitudine dovuta all’uomo e allo scienziato. Anch’essa si trova alla fine del libro. Rileggo il passaggio che mi interessa. «E Bruno, trisomico 21, con la sicurezza di un predicatore quaresimale, si impadronisce del microfono durante le esequie di Jérôme Lejeune a Notre Dame di Parigi. Senza timore, in una cattedrale affollata, improvvisa un panegirico che termina con queste parole: “Grazie, mio caro professore Lejeune, di quello che hai fatto per mio padre e mia madre. Grazie a te, sono fiero di me. La tua morte mi ha guarito”. Nessun altro, oltre Bruno, avrebbe potuto dire parole simili. Più tardi venimmo a sapere che egli è il bambino il cui esame dei cromosomi, trentacinque anni prima, ha permesso a Lejeune di scoprire la trisomia 21.

Così Bruno ci ha ricondotto all’inizio dell’impegno per la vita del giovane Lejeune e alle prime pagine del libro. Alla radice e al costante sostegno dell’avventura scientifica è un cuore di medico che vuole guarire le malattie, non eliminare i malati secondo una strategia utilitaristica che non considera degni di vivere i più piccoli ed i più poveri tra gli uomini, coloro che non hanno voce per farsi sentire. Da questo “cuore di medico” nasce il ricercatore che scopre per primo la trisomia 21 e salva i “mongoloidi” dal ghetto dei condannati ereditari, che descrive minutamente il funzionamento del DNA e dei geni, che estende le sue indagini a tutte le malattie dell’intelligenza.

Per guarire, non per fare splendide relazioni in congressi internazionali o per conseguire denaro ed oneri. È un’intelligenza poliedrica quella di Lejeune, che si applica con rigore a spiegare l’evoluzione del creato e delle specie vigenti, dimostrando così, con le sue acquisizioni genetiche, l’insopprimibile originalità dell’uomo; che sa parlare a Roma, nella Pontificia Accademia per le Scienze, e a Mosca, a Breznev, delle conseguenze delle radiazioni atomiche; che percorre strade mai percorse prima nella ricerca sull’autenticità della Sindone recante l’immagine di Gesù crocifisso. Ma, al fondo, vi è sempre il medico. Rivelatrici le sue parole sul letto di morte. Il suo dolore non era soltanto il distacco dai suoi cari, ma anche la sorte dei suoi “piccoli malati”. Diceva: «Ero il medico che avrebbe dovuto guarirli e invece me ne vado. Ho come l’impressione di abbandonarli».

Medico e scienziato, Lejeune non si dedicò solo alla ricerca e alla cura. Per difendere la dignità dei bambini e dei malati, egli fu animatore della resistenza culturale contro la cultura della morte, con messaggi alle autorità politiche di Francia, in dibattiti televisivi rimasti famosi, con scritti, tra i quali mi piace particolarmente ricordare il libro L’Enfant concentrationnaire (Le Sarment-Fayard 1990), che raccoglie gli atti del celebre processo di Maryville, nel Tennessee, Stati Uniti, dove Lejeune rese testimonianza sull’umanità dei figli concepiti in provetta. Dopo aver illustrato le modalità di inizio della vita, egli concluse: «a meno di non voler ristabilire la schiavitù, non c’è una terza categoria, a mezza strada tra l’uomo, protetto alla legge, e il resto di cui si può disporre a piacimento». Questo è il nucleo essenziale della “questione antropologica” di cui tanto oggi si discute anche in Italia. E come in Italia, l’impegno culturale per il diritto alla vita da subito, trentatré anni fa, si accompagnò ad azioni di concreta solidarietà verso le maternità difficili o non desiderate. Cosi in Francia il finissimo intellettuale, professor Lejeune, insieme a Geneviève Poullot, fondò la prima associazione a servizio delle gestanti in difficoltà.

Il libro di Le Méné viene pubblicato in lingua italiana in un momento particolare, quando si concludono trent’anni dalla legge 22 maggio 1978 n. 194 che ha legalizzato in Italia l’aborto volontario. Ci separano da quella data avrebbe quasi cinque milioni di aborti volontari registrati. Tra questi una quota è stata determinata dalla paura del figlio malformato, e tra i bambini non nati ritenuti non degni di vivere sono molti quelli ritenuti affetti da trisomia 21. Vi sono interi presidi sanitari che si vantano di aver annullato le malattie con l’eliminazione dei piccoli malati nel seno materno. Inoltre, la possibilità di generare embrioni in una provetta ha introdotto tentazioni nuove: la selezione del sano rispetto all’ipotizzato malato. In Italia la legge n. 40 del febbraio 2004 lo vieta, ma sono pesanti le pressioni per aprire questo varco mediante la diagnosi genetica preimpianto. Udiamo perciò da vicino il dolore di Jérôme Lejeune che, avendo scoperto con la fatica dei suoi studi la trisomia 21 e come individuarla precocemente per poterla curare o, almeno, per attutirne gli effetti, vede messi in rischio di morte i suoi “piccoli malati” proprio con l’utilizzazione delle sue scoperte.

L’attualità italiana del libro è data anche dalla rapida memoria di ciò che avvenne in Francia negli anni che precedettero l’approvazione della legge che legalizzò l’aborto.

Come in Italia, anche in Francia dominò la violenza della menzogna: sul numero degli aborti, sulle donne che sarebbero morte per aborto clandestino che, soprattutto, faceva passare per prevenzione e difesa della vita ciò che era autorizzazione di morte. C’è, dunque, nel libro materiale per riflettere, anche per noi italiani, in un momento in cui si torna a discutere di aborto e di legge sull’aborto. Lejeune può continuare ad aiutare i suoi “piccoli pazienti”.

In Italia il professore “padre della genetica” venne più volte e più volte ha emozionato e convinto le platee del Movimento per la Vita italiano. Io stesso l’ho incontrato personalmente e gli ho chiesto spiegazioni e conferme scientifiche.

Per il collegamento con l’idea di una sotterranea “Europa della vita” che deve emergere, mi piace ricordare la sua partecipazione nel 1984 ad Ostenda, ad un convegno internazionale in cui fu gettata la base di un collegamento europeo dei Movimenti per la Vita e, soprattutto, la relazione che riuscii a fargli svolgere nel marzo 1986 dinanzi alla Commissione Giuridica del Parlamento Europeo che stava preparando due risoluzioni sui problemi etici e giuridici dell’ingegneria genetica e della procreazione artificiale umana. Anche per il contributo di Lejeune, le due relazioni – quasi un miracolo nel clima europeo – approvate il 16 marzo 1989, invitavano gli Stati a regolare le due materie rispettando il diritto alla vita fin dalla fecondazione e quindi proibendo ogni ricerca distruttiva sugli embrioni ed evitandone – nelle procreazioni in provetta – la produzione soprannumeraria, la selezione, il congelamento. Sono i principi che ha recepito la legge italiana n. 40 del febbraio 2004, nonostante la deriva negativa che altri Stati europei e le loro istituzioni hanno percorso dopo quel 1989, fino a destinare fondi europei per la ricerca distruttiva su embrioni umani nell’ambito del VII programma quadro approvato nel 2006.

Tra i numerosi, penetranti pensieri espressi in Italia da Jérôme Lejeune, alcuni dei quali pubblicati sul mensile «Sì alla vita» del Movimento per la Vita italiano, ve ne è uno, non ricordato da Le Méné che mi piace qui riprendere. La sua scienza qualificava “informazione” il patrimonio genetico. Del resto è il modo più comune in cui oggi tutti i genetisti spiegano alla gente la specifica funzione dei cromosomi dei geni. «Informazione – diceva Lejeune – è sostanzialmente qualcosa di immateriale, è pensiero, è parola». Il genoma è come un vastissimo e complessissimo vocabolario. «Al momento del concepimento – continuava – il pensiero, la parola, diviene carne, individuo vivente appartenente alla specie umana». «Et verbum caro factum est». In certo modo si ripete quanto scritto nell’inizio del Vangelo di S. Giovanni per narrare il mistero dell’incarnazione di Gesù. La genetica spiega scientificamente perché ogni figlio che inizia la sua esistenza è parola di amore di Dio.

L’ultima pagina del libro di Le Méné, con il Papa lontano dalla folla inginocchiato accanto alla tomba di Lejeune, riprende plasticamente un filo conduttore dell’intero testo: l’isolamento dello scienziato, “segno di contraddizione” anche perché uomo di profonda Fede. Nell’attuale cultura della scissione sugli altari, al posto di Dio viene messa la scienza, in nome della quale sempre più frequentemente taluni pretendono di mettere a morte l’uomo. Ma verrà il tempo, me ne sento sicuro, della riconciliazione tra Fede e Ragione, tra scienza e diritto dell’uomo. Jérôme Lejeune ne è stato il precursore.

La traduzione italiana di questo libro nasce nell’ambiente di preghiera della Fraternità della Santissima Vergine Maria di Bagnoregio che ringrazio per la generosità. Un ringraziamento affettuoso va anche alla Signora Birthe vedova Lejeune e all’autore che ne hanno consentito l’edizione italiana, e alla Casa Editrice Cantagalli di Siena, impegnata nella pubblicazione e nella diffusione delle idee in essa esposte.

 

Il Professore Jerome Lejeune. Da leggere (.pdf)