Il ricordo di Alessandro Gian Luigi Gigli, già Presidente del Movimento per la Vita Italiano

Articolo apparso il 29 gennaio 2020 su Vita Cattolica, settimanale della diocesi di Udine

 

Alessandro Pivetta ci ha lasciati, dopo quasi 15 anni trascorsi in stato di minima coscienza per l’incidente stradale che aveva devastato la sua vita di giovane promessa del calcio friulano. Con la sua famiglia siamo diventati amici, per ragioni mediche, ma anche per proclamare insieme che la vita è un dono prezioso e merita di essere protetta fino alla fine.

Alessandro non era dipendente da macchine e i suoi lo portavano dappertutto: al mare, in montagna, dal Papa, in aereo, in televisione, per testimoniare la “normalità” di una condizione che ha bisogno di aiuto e del sostegno delle istituzioni, ma che non prevede il distacco di alcuna spina, anche perché non c’è alcuna spina da staccare. Nel suo eloquente silenzio Alessandro aiutava chiunque s’imbattesse in lui a riconoscere il valore della vita. Dalla cattedra della sua condizione, Ale ci ha educati ad accogliere la disabilità, consapevoli che il suo dramma può riproporsi per ognuno di noi. Ale insegnava a tutti che i disabili, anche in condizioni estreme, chiedono aiuto e rispetto e non certo di essere aiutati a uscire di scena.

Forse è per questo che Ale non ha ricevuto attenzione mediatica. Egli, infatti, smentiva lo stereotipo che avrebbe voluto equipararlo a vegetale. Nella sua disarmante bellezza mostrava la disumanità di una “compassione” che giudica priva di senso la vita di quelli come lui.

I genitori e sua sorella, dal canto loro, hanno lottato perché questa testimonianza fosse possibile.

Non soltanto, nella loro giornata già tanto impegnativa Giancarlo e Loredana hanno anche trovato la forza e il tempo per sostenere altre famiglie.

Ale, infatti, mentre suscitava domande, ha mobilitato energie, fatto nascere iniziative, generato solidarietà verso le persone in condizioni analoghe alle sue.

A differenza di coloro che hanno fatto scelte diverse, tuttavia, per i genitori di Ale non vi sono state medaglie, premi o cittadinanze onorarie.

Eppure una qualche forma di riconoscimento pubblico sarebbe stata di grande significato simbolico, per sostenere il gravoso impegno delle famiglie che facendosi carico per anni di pazienti così impegnativi con amore e dedizione, contribuiscono a rendere più umana la nostra società.

La lezione di Ale, infatti, è quanto mai necessaria, soprattutto oggi, quando le certezze antropologiche sono messe a dura prova e mentre pian piano si diffonde nella società la rivendicazione di un “diritto alla morte”, al quale sembra stia per assuefarsi, come alla droga, la stessa classe medica.

Oggi che il fragile argine che difende la vita dei gravi disabili pare sul punto di cedere sotto i colpi della legislazione, delle sentenze e della falsa “compassione”, può sorgere il dubbio che questi genitori si siano sacrificati invano.

Per questo voglio dire loro il mio grazie, di uomo e di medico. Sono loro i veri eroi civili. Buon viaggio Ale. In Paradiso ti accolgano gli Angeli. Veglia su questa nostra società che sta smarrendo il valore della vita. Grazie per essere stato tra noi.

 

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