Intervista a Giovanna Abbagnara di Elisabetta Pittino

Giovanna Abbagnara, moglie e madre, è giornalista, direttrice della rivista Puntofamiglia, collaboratrice di Radio Maria, vive il lavoro della giornalista come un “ministero”, “perché il vangelo della famiglia e della vita” venga “maggiormente diffuso”.
Per questo nel 2006 insieme ad alcuni amici fonda questa rivista per la famiglia che è anche una casa editrice dal 2011. Una sfida che ha dato vita ad un “laboratorio culturale” che “propone riflessioni sui temi caldi dell’attualità sociale e politica, ma parla anche dei piccoli e grandi problemi che una famiglia è chiamata ad affrontare. I temi principali sono legati alla vita nascente, al compito educativo, alla spiritualità coniugale, all’affido e all’accoglienza familiare”.
Anche Giovanna Abbagnara dice sì a Cuore a Cuore…

Aderisci alla campagna Cuore a Cuore? Perché?
Aderisco alla campagna Cuore a Cuore per due motivi essenziali. Il primo perché sono una madre che ha goduto per ben tre volte della gioia di attendere un figlio. Solo per una gravidanza però ho potuto vivere la maternità per nove mesi e nel tempo, mentre per le altre due il nostro viaggio insieme si è interrotto a pochi mesi dal concepimento ma in tutti e tre i doni, io riconosco una bellezza e uno stupore che mi fa esclamare e testimoniare che per una donna non c’è esperienza più piena della maternità. Il secondo motivo è molto legato alla professione che ho scelto. Dal 2006 sono il direttore di una rivista dedicata alla famiglia che si chiama Punto Famiglia e il tema dell’accoglienza della vita nascente ha avuto sempre uno spazio predominante nella nostra linea editoriale. Sono convinta che tutti i fondamenti che sono alla base di questa importante Campagna, le donne li conoscono tutti, solo che è necessario lasciarsi denudare il cuore da tutte quelle sovrastrutture e incrostazioni culturali che nel tempo hanno svuotato la profondità e la bellezza di questo legame primario. Dobbiamo recuperare terreno nello iato tra madre e figlio, frutto di una cultura del desiderio ad ogni costo, e lo possiamo fare solo insieme e solo testimoniando la bellezza di questo legame.

In che senso è un privilegio della donna riconoscere che il concepito è un figlio, è uno di noi?
Ciò che papa Francesco ribadisce nell’esortazione Gaudete et exsultate quando scrive che “La difesa dell’innocente che non è nato […] deve essere chiara, ferma e appassionata”, penso debba riguardare in primis proprio la donna. Lei ha il privilegio di sentire, spesso prima ancora che test o analisi del sangue confermino, che nel suo corpo si è accesa una nuova vita. Una vita che lei per prima è chiamata a custodire. Un vincolo che fin dal concepimento invita ad un’unità nell’alterità. Un’esperienza del tutto naturale. L’aborto spezza il vincolo naturale tra una madre e il proprio bambino, li separa, li allontana. Quante donne potrebbero testimoniare il dolore per aver dovuto affrontare, spesso da sole, il rimorso e la sofferenza che emergono dopo la decisione di porre fine alla vita del suo bambino? Al contrario, nella nostra esperienza di Cav posso testimoniare che nessuna donna che ha accolto la vita vincendo la tentazione di abortire, è mai tornata indietro pentita della scelta, pentita di stringere tra le sue braccia quel bambino inizialmente rifiutato. Nemmeno quelle che hanno poi fatto i conti con una qualche forma di disabilità del proprio figlio. Come mai bisogna chiedersi? Come fa una donna che era pienamente convinta che l’aborto fosse l’unica soluzione ad accogliere e ad amare un figlio disabile o down? Io ho la mia risposta: scegliere il bene genera sempre altro bene, accogliere l’amore infonde nella donna una forza più grande. La vita fiorisce nel dono di sé all’altro. Questo una donna lo sa bene e lì dove la vita vince, le crisi, i problemi, gli ostacoli non hanno l’ultima parola.

“Senza le madri l’umanità sarebbe finita da un pezzo”: questo è il titolo di un articolo di Marina Casini pubblicato su Punto Famiglia: è vero?
Sì, un articolo molto interessante che abbiamo pubblicato sul nostro magazine per dare voce alla maggiore espressione di promozione della vita nascente in Italia: il Movimento per la vita presieduto proprio da una donna. Marina nella sua disamina, precisa e argomentata e sempre molto femminile, invita i lettori a tenere insieme la madre e il bambino, ci esorta a fissare lo sguardo sull’abbraccio che li unisce. Un abbraccio che inizia e non si conclude con la nascita, anzi io che credo nell’eternità e come cristiana la desidero, sono certa che mi ritroverò anche con i figli perduti durante la gravidanza. Questo approccio è a mio avviso il vero cambiamento di rotta. La cultura spesso tende a strumentalizzare ideologicamente o la donna o il bambino: separare, è uno degli inganni più pericolosi del nostro tempo perché dividendo si può manipolare meglio l’uno o l’altro. Marina ci invita invece a tenerli insieme, indissolubilmente uniti come durante il tempo della gravidanza. Come a dire: non lasciate che vi strappino vostro figlio dalle braccia, non lasciate che quel figlio sia privato dal calore delle braccia della madre.

Come direttrice di Punto Famiglia e come giornalista pensi che possa essere rivoluzionaria la notizia che proprio la donna che porta in grembo il bambino-embrione, che nasce da un uomo e da una donna, per nove mesi fonda la persona e l’intera società?
La scienza ha fatto progredire la civiltà e ci ritroviamo a detenere una potenza enorme nelle nostre mani ma in contemporanea siamo in un certo qual modo più fragili e più vulnerabili come persone. In questo malessere, la donna-madre ha un ruolo fondamentale da giocare, un nuovo parto. Deve riprendere coscienza della sua vocazione, della sua missione. Janne Haaland Matláry, politologa femminista descrivendo la sua esperienza della maternità disse: “Sono sempre stata una donna lavoratrice, interessata innanzitutto al mio lavoro, ma quando sono diventata madre mi sono resa conto che questa era, in un senso molto profondo, la vera essenza della femminilità”. Se la donna-madre ritrova il proprio posto tutto si ordina: la felicità personale e quella della società. Abbiamo il compito e il dovere di raccontare storie di donne che hanno compreso questo ruolo e lo vivono con gioia. Spesso le testimonianze sono più incisive e rivoluzionarie di tanti convegni accademici.

La vita nascente, attraverso l’abbraccio materno, è prima pietra di un nuovo umanesimo?
Sì, lo sguardo sul bambino nel grembo materno è il primo passo verso un nuovo umanesimo. Questa domanda mi riporta ad un interessante libro letto qualche tempo fa di Carlo Casini, dove il presidente onorario del Movimento per la vita affermava che «Alla nostra epoca è imposta la missione di rispondere: Uomo o cosa? Soggetto o oggetto? Fine o mezzo? Si tratta di portare a conclusione un lungo cammino e di risvegliare e consolidare le energie per procedere verso un nuovo umanesimo». Si parla di “missione”. Mi piace molto questo termine che rimanda ad un’azione da compiere insieme.
È il tempo di ammainare le bandiere e di unirci per costruire insieme questo nuovo umanesimo. Nello stesso anno in cui fu approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo che  segna un passaggio epocale, nella consapevolezza che la vita di ogni uomo ha un’intrinseca dignità, Madre Teresa di Calcutta dava inizio ad una nuova Famiglia Religiosa profondamente segnata dall’amore verso i poveri. Tutti i poveri, compresi i bambini nascosti nel grembo materno. Mentre i grandi della terra scrivevano un documento di belle parole, il buon Dio metteva nel cuore di una piccola donna il desiderio di scrivere pagine di eroica carità. Credo che abbiamo bisogno di tenere insieme le due esperienze: da una parte un’azione culturale precisa, attenta, che si concentri in particolare sulle nuove generazioni e dall’altra una concreta azione di solidarietà.

 

Intervista a Giovanna Abbagnara (.pdf)