Intervista a Henk Reitsema (I parte) Elisabetta Pittino

Eutanasia si, eutanasia no, eutanasia forse…la danse macabre del terzo millennio. I morti non sono tanto gli uccisi attraverso le varie forme di eutanasia, attiva, passiva, ma quelli che uccidono e che lasciano uccidere. Gli assuefatti alla morte, a quella degli altri, al suicidio dei disperati. I muti, che forse parlano tanto, ma sono muti dentro perché non sanno dare un senso alla sofferenza, piccola e grande, fisica, psichica, morale, di un altro. Non ti curo, non mi prendo cura di te, non ti voglio neppure vedere, vai dal dottore e togliti di mezzo con un’iniezione, con una palliazione aggressiva, senza acqua e cibo.
È inaccettabile. Eppure se ne sta discutendo anche qui in Italia, perché dopo le DAT si vuole arrivare all’eutanasia.
Ecco perché è illuminante ascoltare l’esperienza olandese, il primo stato al mondo ad introdurre una legge sull’eutanasia il 12 Aprile 2001, entrata in vigore il 1 Aprile 2002, frutto di un processo lungo iniziato tra gli anni ’70 e ’80 con una maggiore comprensione verso i dottori in casi concreti e proposte di legge.
Dal 2001 ad oggi (i dati sono del 2018) il numero di episodi eutanasici è aumentato del 250%.
Ce ne parla il prof. Henk Reitsema, filosofo, teologo, specializzato in Filosofia della scienza e tecnologia, esperto di eutanasia, membro de L’Abri International, intellettuale olandese della Piattaforma Culturale Europea di One of US con varie pubblicazioni su temi di apologetica, filosofia della tecnologia, etica.

L’Olanda è stato il 1° paese ad introdurre l’eutanasia. Qual è la storia che ti ha condotto ad essere contrario all’eutanasia?
Tutto è incominciato nel gennaio del 1996 quando mio nonno è morto. Cinque anni prima della legge olandese sull’eutanasia. In quel periodo il parlamento aveva votato affinché l’eutanasia fosse legalizzata, com’è avvenuto.
Prima che mio nonno fosse ucciso c’era stato un accordo tra il Dipartimento di Giustizia e l’ordine dei medici secondo il quale non ci sarebbe stato procedimento giudiziario se il medico avesse rispettato certi parametri. Già allora il termine eutanasia era usato in modo impreciso, in alternativa venivano utilizzati termini “eufemistici” come “palliazione”.
Mio nonno viveva in una casa di cura per anziani già da 5 anni, perché a 75 anni aveva avuto un infarto che lo aveva lasciato parzialmente paralizzato. Mia nonna abitava nella strada vicina e lo andava a trovare ogni giorno. Mio nonno era molto legato alla famiglia, del tutto presente, attento, estremamente brillante. Giocava a carte con noi. Era molto impegnato anche in altre cose…faceva  parte di un consiglio di rappresentanza. Era un uomo intellettualmente impegnato. Nel dicembre del 1995 gli fu diagnosticato un cancro. Aveva 80 anni. Il cancro aveva cominciato a crescere e il medico della struttura lo mandò all’ospedale per avere la biopsia. Secondo i risultati arrivarono, era l’ultima settimana di dicembre, aveva ancora 3 anni di vita. Mio padre che viveva in sud Africa perché era un missionario, avendo sentito del tipo di cancro, dopo che mia sorella, medico, gli aveva confermato che se non veniva trattato in modo aggressivo, ci sarebbero voluti 3 anni prima che il cancro lo aggredisse, aveva prenotato un biglietto per marzo per tornare. Prima della fine di gennaio mio nonno era morto.
Cos’era successo? Venne fuori che il medico della struttura aveva detto alle infermiere che se mio nonno avesse chiesto di nuovo un antidolorifico, per la trombosi, in seguito alla paralisi alla gamba, doveva essere coinvolto lui stesso per parlargli. Il medico gli disse che sarebbe diventato sempre più difficile trattare questo dolore e che avrebbe avuto bisogno di incominciare la terapia del dolore. Mio nonno e mia nonna, della vecchia generazione, si fidavano del dottore. Il dottore disse alle infermiere di iniziare il trattamento con dosi basse e nell’ultima fase di togliere la nutrizione (cibo e liquidi), senza discuterne con mio nonno o con mia nonna. Non disse che questo trattamento “antidolore” avrebbe portato alla morte, riducendo sostanzialmente l’aspettativa di vita. Il lunedì della settimana prima che morisse andai a trovarlo e fui molto sorpreso perché parlava faticosamente. Era già un effetto dell’overdose di morfina che gli veniva data. Giovedì di quella stessa settimana andò a trovarlo mia zia, sua sorella. Mentre gli dava un po’ di acqua da bere, una delle infermiere le disse: “Non lo faccia, così gli prolunga il processo di morte”. Mia zia chiese: “Cosa intende?”
Questa fu la prima volta che la famiglia seppe che trattamento gli stavano facendo.
Fu un brutto momento. La mia famiglia, di cristiani riformati [ndr protestanti] crede nei valori, non crede nell’interrompere la vita, inoltre mio nonno era comunque intellettualmente cosciente. Abbiamo cercato di annullare il trattamento, ma aveva già la polmonite e così è morto il giorno dopo. Mio zio andò dai medici della struttura e disse “Ma che cosa avete pensato? Siete diventati completamente pazzi?”. I medici gli risposero “Ma non capisce? Avrebbe sofferto… Aveva già avuto un infarto. Non era saggio farlo operare o trattarlo con la chemioterapia perché avrebbe sofferto”. E mio zio “Si, ma c’è un dettaglio, lui non voleva morire!”.
I medici poi raccolsero informazioni su come era andata e scoprirono dalle infermiere che l’unica parola che avevano sentito da mio nonno era: “Per piacere aiutatemi per il dolore”. Per il medico era stato sufficiente per liberarlo dal dolore permanentemente. Quando noi, come famiglia, abbiamo capito finalmente cosa fosse successo, siamo entrati in conflitto perché non potevamo credere che qualcuno, senza permesso, avesse agito in questo modo. Nessuno, neppure mia nonna, aveva detto di uccidere mio nonno. Allora dire “perché avete permesso questo” per le mie zie significava dire perché avete lasciato uccidere il nonno, che ovviamente non era vero.
Qui è iniziato il mio viaggio personale anti -eutanasia come “attivista”.
Quello che vedo oggi è che avendo aperto la porta all’opzione di uccidere pazienti come trattamento medico, cosa che lentamente è incominciata fin dal 1995 -si può leggere tutto nel Rapporto Remmelink del 1991- l’eutanasia è diventata normale … specialmente le persone anziane sono sempre più curate per morire. Non era ciò che la legge intendeva allora, è illegale fare così. Questa non è chiamata eutanasia ma palliazione aggressiva.
A tutt’oggi se in Olanda tu dici che mio nonno è stato eutanasizzato, ti dicono che era palliazione perché l’eutanasia, secondo l’interpretazione restrittiva che ne hanno dato, è una piccola iniezione velenosa con un cocktail di barbiturici e altro, in pochi minuti. Tutto il resto non è qualificato come eutanasia.
È una cultura di morte. Io lo percepisco e nessuno dice niente. La società si è abituata. È una logica conclusione della legge del 2001 che ha liberalizzato l’eutanasia.
Ho partecipato alla protesta che si fece all’Aja allora, prima che la seconda camera votasse, ed eravamo in 60 persone. A nessuno importava più.

È terribile…
Si. Così è cominciato tutto per me.

Ciò che è successo recentemente a Noa Pothoven è la conseguenza di questa società?
Si, certamente. Il caso di Noa Pothoven è il classico esempio di come gli olandesi con i loro giochi di parole sono arrivati a stare in quel ristretto significato dato al termine e alla pratica dell’eutanasia, ma ci sono altri modi per terminare la vita, attuati dai medici, che semplicemente non sono considerati eutanasia.
Per tanti anni ci sono statti tanti tentativi di aiutare questa ragazza molto turbata. Questo è un fatto.
Le uniche informazioni che ho sono quelle date dai media perché la famiglia si sta tenendo a distanza da ogni dialogo pubblico.
Queste informazioni chiariscono che i medici, uno psichiatra e il suo medico di famiglia, erano con lei quando stava morendo. Erano lì per agevolare la sua morte…lei ha scelto di smettere di mangiare e loro erano lì per rendere la sua morte il più confortevole possibile. Questo significa che hanno usato anche dei sedativi. Io sospetto, ma non posso essere sicuro, c’era un letto di ospedale a casa sua, che questi dottori fossero coinvolti.
Nei miei libri questa è eutanasia. Tu stai agevolando il suicidio di una ragazza che ha del potenziale per avere una bella vita. Ha una madre e un padre, un fratello e una sorella che sembravano tutti positivamente coinvolti…anche se aveva avuto una storia terribile, era stata violentata … Il problema è che Noa P. è andata in 25 o 26 strutture diverse nel corso degli anni, ma il nostro sistema si occupa dei pazienti, per esempio con disordini alimentari, come un problema che deve essere risolto non come persone che hanno bisogno del nostro aiuto. Non c’è personale specializzato per curare ragazzi con queste sofferenze (probabilmente ci sono altri 250 casi nei Paesi Bassi) che rischiano di uccidersi perché la società lo permette.
Siamo così focalizzati sulla tecnica e al momento non abbiamo più tecniche che funzionano. E la tecnica a cui ci aggrappiamo è quella di aiutare qualcuno a morire!

Alla base si può dire che ci sia una profonda mancanza di senso, la mancanza di una risposta alla sofferenza. Abbiamo una società (non solo l’Olanda) che non è capace di dare un senso alla sofferenza …
Sono assolutamente d’accordo con te. È un’osservazione acuta. Ho fatto molte conferenze sul dolore e sulle vite degne di essere vissute. Dal mio punto di vista stiamo vivendo in una società materialista dove è logico che abbiamo un’etica edonista che significa piacere=bene, dolore=male. È un ethos fisico, cioè l’ etica deriva da realtà fisiche non dal loro significato. In questo tipo di ethos il dolore non può essere percepito come appartenente a qualcosa che ha valore. La verità però è che molte delle cose che hanno valore sono dolorose. Per esempio la palestra… se vuoi essere in forma, devi sentire un po’ di dolore altrimenti rimani con qualche chilo di troppo e non in forma. Facciamo esercizio, faticando, sentendo dolore, perché sappiamo a cosa serve. Il punto è che il senso, il significato di ciò che si fa è più importante del dolore, della sofferenza che si prova. Questo è ancora più vero quando si parla del significato della vita umana. Se abbiamo un forte senso del suo significato, che è relazionale, e questo è il motivo per cui dicevo di prendersi cura della persona non delle sue condizioni, si va oltre la presenza o l’assenza di dolore.
Sono cristiano e uno dei più significativi momenti della storia è stato la sofferenza di Cristo, un fatto che è pieno di significato. Anche nella vita quotidiana possiamo sopportare il dolore quando ne comprendiamo il significato.

Possiamo dire che un’UE senza le radici giudaico-cristiane non può rispondere alla mancanza di senso…
È il risultato di un umanesimo materialistico.

Prima una eutanasia “restrittiva” per sofferenze insopportabili in caso di malattie terminali, poi il Protocollo di Groningen, l’eutanasia dei bambini, l’eutanasia per sofferenze psicologiche…un piano inclinato
Il prossimo gradino, in seguito ad un dibattito che sta durando da tre anni, sarà la Voltooid Leven, cioè una proposta di legge per gli anziani che ritengono di avere completato la loro vita secondo cui ogni persona oltre i 75 anni può scegliere l’eutanasia non per sofferenze fisiche o psicologiche ma quando è sostanzialmente stanca di vivere. Questa è la prova che il piano inclinato è reale. Tutto questo riguarda solo l’autodeterminazione. Se vai, cosa che io faccio, agli incontri della Società Olandese per il la libera scelta sul fine vita, la NVVE, che è la maggiore lobby politica che nutre queste idee e le trasforma in politica, sono tutti sessantenni che vogliono l’autodeterminazione. Io sono il più giovane … La cosa folle è che si suppone che questo ci protegga dalla paura della sofferenza e della morte, ma in realtà stanno creando molte nuove paure. Un esempio personale è mia nonna. Dopo la morte di mio nonno, quando è diventata meno forte e doveva andare in una casa di riposo era spaventata, aveva paura che l’avrebbero uccisa, come il nonno, e così è andata in una casa di riposo tenuta da cristiani a 200 km dalla casa dove aveva vissuto per tutta la vita. È andata lontana da casa sua dai suoi amici, per essere sicura di essere in un posto dove non l’avrebbero uccisa prematuramente, perché non sai se rispetteranno la tua vita. Io credo che questo sia una conseguenza tragica. Ed è una paura comune non solo di mia nonna.
Questi sono i frutti della scelta che abbiamo fatto e non siamo onesti come società su questo punto.

continua…

 

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