Intervista a Maria Luisa Di Ubaldo a cura di Maria Antonietta Trupia

Tenacia, coraggio, “senso di giustizia”, volontà di porre la propria esperienza personale “devastante e tristissima”, vissuta ad un’ ancora inconsapevole età adolescenziale, ma in seguito rielaborata anche spiritualmente, mettendola a servizio degli altri. Maria Luisa di Ubaldo stupisce per la grinta, la fede ed il modo speciale di affrontare difficoltà, personali e sociali. È attualmente vicepresidente di Federvita Lazio e da circa un trentennio è impegnata nei Centri di Aiuto alla Vita e negli sportelli di ascolto del Lazio, essendone la coordinatrice. Da quando il corso di formazione è nato, nove anni fa è punto di riferimento imprescindibile del corso di formazione rivolto a volontari ed operatori che vogliano affrontare scientificamente, e dal punto di vista operativo, le tematiche della vita nascente.
Si occupa di gestire il Centro di documentazione del Cav e l’Archivio nazionale, da cui, annualmente, viene estrapolato un documento ufficiale, poi diffuso.

Come è nata la vocazione di avviare questo percorso a volte così faticoso anche a livello psicologico per seguire le donne che hanno deciso di interrompere la gravidanza e di fondare dei Cav?
La motivazione parte da dentro, avendo avuto l’ esperienza tristissima dell’aborto. All’epoca avevo 16 anni e la situazione era molto diversa dall’attuale. Ero inconsapevole e non fu una mia scelta. Non scoprii subito di essere rimasta incinta. Da poco era stata varata la legge 194 per ostacolare l’aborto clandestino; i miei genitori, pensando di fare il bene, si rivolsero ad un ginecologo giungendo poi in una clinica romana dove si facevano aborti a pagamento. Sono passata attraverso questa esperienza tragica con tutto il mio essere. Ero troppo piccola per capirlo; nel tempo mi sono posta domande continue e ho vissuto esperienze devastanti alla ricerca della verità. Mi sembrava di essere uscita da questo tunnel, ma non si esce mai dal tunnel se non si rielabora il lutto. Io lo rielaborai guidata dalla mia terapeuta. Sapevo, da credente, di aver fatto qualcosa che non era giusto davanti a Dio; quindi ho fatto anche un percorso spirituale e ho “ricostruito” la mia persona.
Ma il Signore fa bene tutte le cose: il sacerdote che conosceva la mia storia, ad un certo punto (26 anni fa), mi chiamò perché una ragazza che aveva il nome di mia figlia (il nome che avrei voluto dare al bimbo che sarebbe dovuto nascere, avendola sempre pensata femmina) voleva abortire. Mi informai e conobbi il Movimento per la vita. A prescindere dal dato religioso, ora facciamo un corso di formazione, avendo a che fare con vite umane. Il nostro è un volontariato che non si può improvvisare incontrando donne che vivono una gravidanza e portano una vita dentro di loro: una vita al quadrato. Deve esserci necessariamente un corso che ci aiuti a capire cosa fare, cosa dire, come accoglierle per non fare altri danni, trattandosi, davvero, di vita o di morte.

Qual è stata la sua esperienza nella gestione dei corsi?
Il primo centro, in cui feci per diversi anni la presidente, è stato a Tor Lupara. Il presidente di Federvita regionale, Roberto Bennati, che conosceva la mia storia e il mio desiderio di fare giustizia, mi invitò ad allargare l’esperienza. Così sono uscita dal mio centro e ne ho fondati altri, con il desiderio di impegnarmi. Ad un certo punto mi chiamò un sacerdote (mia guida spirituale): nella basilica di S. Anastasia, dove si svolge l’ adorazione perpetua, giungevano tante donne con la ferita dell’aborto, ma nella basilica non c’era uno spazio adeguato. Mi chiese allora di aprire un Centro di aiuto alla vita “per dare una speranza e offrire una luce sempre accesa alle donne perché non debbano arrivare all’aborto.” La zona era quella del circo Massimo, dove non era possibile costruire. In un  piccolo container (adibito  a magazzino degli attrezzi per gli operai, ndr), nacque così il primo Centro di aiuto alla vita, dopo il primo corso di formazione che nove anni fa si fece a Roma. Una decina i volontari. Quel corso è diventato, sin dall’anno successivo, una scuola di formazione permanente. Poi sono nati sei  Cav e altri tre nella regione Lazio. Quest’anno il corso è stato frequentato da tante persone, portatrici di diverse esperienze e con il desiderio di conoscere le tematiche della vita nascente e di impegnarsi.
Siamo andati avanti ed arrivati ad un grande traguardo con l’apertura, prevista a settembre, di un Centro di aiuto alla vita ad Ostia (oltre ad altre iniziative imminenti, ndr).

Come si svolge il corso?
Il corso si divide in due parti: una teorica che offre i fondamenti della bioetica e una più concreta.
Nella prima parte si approfondiscono la legge 194, elementi di medicina e psicologici. Poi vengono presentati i dati della sindrome post abortiva ed anche il burnout : noi operatori ci rendiamo conto di quando è il caso di fermarci. Per noi è importante inoltre conoscere tutto il periodo della gravidanza, promuovere la conoscenza di metodi naturali, per sé e per il partner. Nella seconda parte affrontiamo le modalità delle tecniche dell’ascolto, i colloqui, l’accoglienza. Nozioni di base per organizzare un Centro di aiuto alla vita, cuore di tutto il corso.
Il nostro scopo è di fare cultura ma anche aprire anche Centri di Aiuto alla Vita. La spinta è che più centri apriamo e più si raggiungono verità e giustizia.
Quando si è aperto il Cav a Talenti ho sentito di avere fatto giustizia per me e per mia figlia. Ne abbiamo aperti altri a Tiburtina, Torrino, Acilia… Non mi sono sentita di fermarmi a Talenti perché lì era iniziato tutto (il riferimento è alla propria storia personale, ndr) ma continueremo…

Nel suo ruolo di formatore e coordinatore dei Centri di Aiuto alla vita a Roma cosa ha visto accadere in questi anni?
Da quando abbiamo avviato il corso a Roma sono nati tre-quattrocento bambini che non sarebbero nati. Coordinando i Centri di aiuto alla vita a Roma e a livello regionale, mi arrivano telefonate provenienti dal numero verde. Successivamente, conoscendo la situazione territoriale, io affido il caso al Centro di aiuto più adatto. Inoltre mi occupo anche di archivio Cav a livello nazionale con dati nazionali che rielaboriamo e con cui estrapoliamo un documento per rendere noto quante donne si rivolgono a noi, quanti sono i bambini nati, i casi di aborto, la tipologia delle donne che ci si rivolgono (italiane o straniere). Nel 2017 sono nati 8501 bambini.

Qual è la tipologia delle persone che aderiscono ai corsi?
Quest’anno sono venuti diversi giovani e diversi uomini. Precedentemente c’erano più donne tra i quaranta e i sessant’anni.

Terminato il corso aderiscono tutti alla pratica attiva?
Non tutti. Qualcuno va a fare altre cose, altri decidono di impegnarsi nei Cav già esistenti.
Altri ancora aprono nuovi centri. Quest’anno una giovane coppia che si è sposata il 1° maggio ha intenzione di aprire un centro nella zona di Trastevere. Un esempio tra tutti.

Le iniziative imminenti?
L’apertura del Cav ad Ostia, a settembre, di fronte all’ ospedale Grassi (nel quale vengono praticati molti aborti): non sempre ci viene permesso di entrare nei presidi ospedalieri, ma per noi è una grande conquista aprire questo Cav. Poi ci sono altre aperture in cantiere, uno a Marcellina, oltre a sportelli che si collegheranno tra loro. Il corso di formazione ripartirà a gennaio, periodo migliore, più tranquillo; si svolgerà ogni 15 giorni. In questo periodo le persone si possono organizzare meglio. Abbiamo sperimentato che le donne in difficoltà, soprattutto nei paesi, preferiscono rivolgersi altrove, magari a Roma.

Tra etica e fede….
Quello che cerchiamo di far capire è che anche chi non crede o è lontano dalla fede si può sentire motivato. Sono valori trasversali che uniscono l’umanità. Per noi è un plus valore essere credenti: la fede dà forza e coraggio, ma è un dato oggettivo, scientifico che la vita sia vita dal concepimento. Noi andiamo controcorrente quindi dobbiamo dare risposte oggettive, logiche, scientifiche, quando discutiamo con persone che non credono.
Lì siamo vincenti. La vita è dono di Dio. Le persone che frequentano questi corsi sono tutte credenti ed hanno valori molto spiccati.

Perché ha deciso di rendere pubblica la sua testimonianza?
Fino a qualche tempo fa davo testimonianza, come durante la marcia per la vita, però in maniera anonima.
Ma ora non intendo più nascondermi perché penso a quelle donne che non hanno avuto le mie possibilità, che non sono state graziate: io mi sento graziata e penso che magari leggendo o sentendo quello che scrivo o dico possano anche loro trarre conclusioni diverse (dall’aborto, ndr).

 

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