Intervista a Nicolás Laferriere. MpV Argentina (II parte) Simone E. Tropea

Prof. Laferriere, lei ha detto che l’ordinamento giuridico attuale prevede giá dei casi in cui l’aborto non è legalmente perseguibile, e nel suo tono (l’intervista avviene infatti per telefono) si percepisce una certa preoccupazione, potrebbe spiegare meglio ai lettori italiani cosa c’è in gioco in questa clausola della legge argentina contro l’aborto?
È vero, sono preoccupato perché la tendenza attuale è quella di abusare della non punibilità dell’aborto nel caso in cui ci sia un rischio per la madre, interpretando questa clausola, e quindi il concetto di “rischio”, in modo lasco, e per nulla restrittivo, come invece dovrebbe essere. Di fatto la proposta di legge bocciata nell’agosto del 2018, pretendeva di depenalizzare l’aborto fino alla 14 settimana, e gli slogans politici e mediatici utilizzati per convincere l’opinione pubblica, si rifacevano tutti all’idea che la priorità è aver presente la “vulnerabilità” della madre.
Effettivamente il comma del codice penale in cui si stabilisce che l’aborto non è punibile in certi casi estremi, oggi viene già esteso alle madri con discapacità, lasciando già intravedere una deriva chiaramente eugenetica. Si considera vulnerabilità anche quella sociale, psicologica, ecc. .
Ma l’Argentina pro-vita ha resistito, e resiste. Anche se oggi, sempre per motivi puramente politici e mediatici, si è riacceso il dibattito, siamo in questa trincea.
La proposta delle associazioni pro-vita e pro-famiglia naturalmente non è solo quella di continuare a difendere la dignità e il valore della vita umana fin dal suo concepimento senza cambiare pertanto l’ordinamento giuridico attuale, ma anzi, tornando ad una applicazione restrittiva della legge, l’impegno è più che altro quello di riuscire a garantire la possibilità di salvare sempre entrambe le vite, quella del bambino e quella della madre.
Questo evidentemente richiede uno sforzo politico e sociale maggiore, ed è per questo che in molti fanno orecchie da mercante.

Però lei dice che l’Argentina pro-vita resiste. Sa, io appartengo ad una generazione che non sa cosa voglia dire vivere in un paese in cui l’aborto è illegale, perché davvero lo stato si preoccupa di garantire al bambino la possibilità di venire al mondo ed offre alla madre le condizioni necessarie per portare avanti la sua gravidanza. Vivo in una Europa demograficamente suicida e depressa che continua a parlare di diritti, mentre nega il più fondamentale dei diritti, quello alla Vita. Noi che abbiamo una visione pro-vita spesso, ci sentiamo una minoranza che lotta con la retorica contraddittoria delle false libertà e con tutta una serie di ipocrisie normalizzate e normativizzate. Mi è difficile pensare una società in cui invece ancora la cultura della Vita sia la cultura dominante e la maggior parte della gente veda come una bene la famiglia e il mettere al mondo dei figli. Anche in Italia, che da questo punto di vista resta comunque meglio di molti altri paesi Europei, combattiamo quotidianamente con la menzogna egoista di quella che Giovanni Paolo II chiamava la “cultura della morte”. È consolante, ma allo stesso tempo le chiederei di spiegare meglio perché e in che modo l’Argentina ha saputo fino ad ora contrastare la tentazione di omologarsi ai paesi Europei o all’America del nord
Si certamente. Prima di tutto bisogna specificare che la composizione sociale del paese è abbastanza articolata. Vi sono infatti per così dire “due Argentine”. Una è costituita dalle grandi metropoli, come Buenos Aires per esempio, e l’altra è invece quella più rurale delle provincie. L’Argentina della provincia è il vero zoccolo duro della cultura pro-vita e pro-famiglia. Nelle grandi città invece, il consumismo, la moda, la pressione portata avanti da grandi gruppi mediatici legati a movimenti politici molto forti, spingono in senso contrario. Ricorrendo al sentimentalismo e contrapponendo il bene della madre a quello del bambino, in queste grandi città, completamente secolarizzate e, come direbbe Papa Bergoglio, “ideologicamente colonizzate” si è venuta a formare la cosiddetta “onda verde”, cioè appunto un movimento che pretende che l’aborto venga considerato un dritto. Ma dal momento che il senato argentino è composto principalmente da persone che provengono dalla provincia ( ogni provincia in Argentina è infatti rappresentata da tre senatori), ecco che la proposta di legge del 2018 in senato ha fallito.
Dalle provincie sono confluiti nelle città, gruppi numerosissimi di giovani e di famiglie, una scoglio imponente che ha impedito a quest’onda di distruggere tutto e soprattutto una presenza massiva che ha fatto presente la verità del Paese…

(Lintervista continua nella III parte)

 

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