Intervista al Professor Santa María D’Angelo Massimo Magliocchetti

Il dibattito sui temi della difesa della vita nascente sta proliferando in tutto il mondo. Per capire cosa sta succedendo in Perù, abbiamo incontrato il Prof. Rafael Santa María D’Angelo, Decano dalla Facoltà di Diritto dalla Università Cattolica San Pablo, in Perù.

Professore, in Perù da molti anni si stanno registrando movimenti culturali che provano a rimettere al centro del dibattito pubblico la tutela della vita nascente. Cosa pensa in merito?
«La realtà del Perù non è poi così lontana da quella di tanti altri paesi. Esistono infatti diversi movimenti propensi a difendere la libertà assoluta della donna di abortire e gli stessi sono denominati femministi o progressisti. A far da contraltare a quanto sopra, esistono movimenti pro vita che difendono chiaramente la vita del concepito.
È necessario segnalare che questi movimenti culturali devono essere posti in relazione con l’ordinamento giuridico vigente; in Perù il concepito è considerato soggetto di diritto dal momento della fecondazione, per espresso dettato costituzionale e legislativo. Analogamente, il Tribunale Costituzionale peruviano ha riconosciuto la medesima protezione giuridica del concepito (dal momento della fecondazione).
E c’è di più: una sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani (Caso Artavia-Murillo ed altri contro Costa Rica) ha statuito che l’inizio della vita biologica deve essere fatto coincidere con il momento dell’impianto dell’embrione. La statuizione anzidetta vuole essere considerata vincolante per l’effetto di una figura giuridica creata per la Corte Interamericana.
Mi riferisco al controllo di convenzionalità. Alcuni movimenti pro vita hanno evidenziato che esiste pertanto un’antinomia tra l’ordinamento interno, che riconosce la vita dal momento della fecondazione e una sentenza della Corte che, a contrario, riconosce l’esistenza della vita dal momento dell’impianto dell’embrione; in ogni caso, in base al principio pro homine deve essere rispettato il principio della fecondazione.
Il dibattito è di rilievo assoluto perchè si parla di aborto, di fecondazione artificiale, di ricerca dell’embrione ed altro, ma non bisogna mai dimenticare il momento iniziale della vita perché è fondamentale per il diritto».

Ormai i temi della bioetica sono entrati a far parte dei dibattiti quotidiani e dell’agenda politica di ogni Stato. Come si sta configurando il dibattito in Perù?
«Il dibattito in Perù è accesissimo visto che non solo è primario il tema centrale dell’inizio della vita, ma ve ne sono altri, come per esempio il tema della maternità surrogata, del cambiamento di sesso con i rispettivi effetti civili, senza dimenticare l’ideologia di genere.
Con riguardo a quest’ultimo problema c’è stata recentemente una forte opposizione nei confronti del governo. Alcune proposte, infatti, andavano nel senso di introdurre nei programmi scolastici e nei materiali educativi una visione orientata rispetto alla cosiddetta ideologia di genere.
Da una parte il governo ha rimarcato che si tratta solamente di stabilire una visione di uguaglianza fra uomo e donna; dall’altra, la società civile, in particolare il movimento “genitori in azione” ha ribadito in più occasioni che la visione dell’identità di genere proposta dal governo non ha, in sostanza alcuna base biologica.
La maggioranza dei peruviani ha protestato vivacemente nei confronti del governo in quanto hanno scoperto nel materiale pedagogico per i bambini a livello nazionale riferimenti sull’atto sessuale contro natura.
A parte la situazione descritta, io credo sia importante prestare attenzione ai diversi attori della vita politica peruviana considerando sempre uno spazio di dialogo.
Purtroppo la tematica viene spesso strumentalizzata da una parte dei mass media, la cui visione è univoca e non sempre favorevole alla vita».

Le Università sono realtà fondamentali per costruire la coscienza critica di ogni Paese. Come vive il suo servizio per la cultura della Vita nell’ambiente universitario?
«Occorre considerare due livelli: da una parte una formazione chiara per lo studente. Ritengo che attualmente il problema della centralità della vita lo stanno volutamente riducendo all’aspetto religioso, quando invece il problema concerne una pluralità di diverse discipline.
La nostra formazione umanista rimane il punto centrale. Se non si ha una chiara idea dell’uomo, a poco serve un dibattito sulla vita.
Dall’altra parte penso che il compito della ricerca e del lavoro “sociale” dell’università sia necessario per mostrare i diversi punti di vista, senza mai rinunciare al compito fondamentale dell’educazione universitaria: mi riferisco alla ricerca della verità. La nostra esperienza formativa, pertanto, è orientata su questi due livelli».

La sfida sui temi della vita nascente, ancor prima che legislativa, continua ad essere culturale. Come immagina le sfide dei prossimi anni per provare a cambiare la “mentalità della morte” in una “cultura per la Vita”?
«La nostra priorità deve essere sempre orientata alla promozione e alla difesa della vita.
Tuttavia, lo sviluppo della biotecnologia applicata alla biomedicina è una delle sfide più rilevanti: la modifica del genoma umano è un esempio tipico. Se a questo aggiungiamo le approssimazioni transumaniste e postumaniste, ci accorgiamo che la situazione è molto complessa, perché è in gioco non solo la considerazione della vita, ma dell’essere umano stesso. Il nostro compito non è rinunciare a queste sfide che peraltro si osservano in molti paesi, e il Perù non è certo un’eccezione; piuttosto è necessaria la consapevolezza che se non abbiamo una protezione totale dell’essere umano, fin dalla fecondazione, le conseguenze saranno, e sono già, sotto gli occhi di tutti e sarà molto difficile tornare indietro.
Lo stesso concetto di diritto umano smetterà di avere un significato.
E tutto ciò, più che una delusione sarà la nostra grande motivazione per il rispetto che abbiamo dell’essere umano e della vita».

 

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