Jerome Lejeune (1926 – 1994). Da leggere Recensione di Carlo Casini – Libro di Clara Lejeune

Jérôme Lejeune appartiene alla generazione cresciuta tra le due guerre: festeggerà infatti i 18 anni durante la Liberazione. Nato il 13 giugno 1926 a Montrouge, alla periferia di Parigi, è il testimone di una capitale ancora bucolica. Viene battezzato il 19 giugno nella chiesa di san Giacomo Maggiore e gli viene dato il nome di Jean-Louis, Marie, Jérôme, secondo un’antica usanza che prevedeva di aggiungere alla fine il nome con il quale il bambino sarebbe stato chiamato.

È il secondogenito di Piene Lejeune, amministratore di una distilleria ereditata dal padre, ma anche professore di greco, e di Marcelle Lermat, donna dal carattere forte e musicista. I suoi migliori compagni di gioco saranno i due fratelli, Philippe, nato nel 1924, e Remy, nato nel 1932.

I genitori sono persone profondamente religiose e gli insegneranno l’amore verso Dio e la Chiesa: fino ai dodici anni, momento dell’iscrizione al Collegio Stanislas a Parigi, reciterà la preghiera serale insieme ai genitori e ai fratelli, in ginocchio davanti al crocefisso.

Nel 1935, inizia gli studi allo Stanislas e la sua formazione scolastica proseguirà senza episodi di rilievo. Quando alla fine dell’anno scolastico un Lejeune viene menzionato tra gli alunni meritevoli di ricevere una medaglia o un premio, non si tratta mai di lui, ma di suo fratello Philippe o di un amico omonimo che diverrà ammiraglio. Tuttavia non per questo non apprezza la formazione ricevuta e manifesta anzi una certa abilità in matematica e una buona padronanza della cultura classica.

Jérôme è affascinato da uno dei suoi professori, padre Balsan, che insegna il latino come se fosse una lingua viva, a tal punto che, durante l’esame orale di maturità, si sentirà dire dall’esaminatore: “Lei legge Cicerone come se fosse un quotidiano!” Il fatto che a fine anno non ricevesse apprezzamenti, nonostante i buoni risultati, ci fa capire quale fosse la qualità della preparazione scolastica negli anni Quaranta. Solida è la sua formazione intellettuale, completata con lo studio dell’eloquenza, e dove il teatro aveva un posto di rilievo. Sebbene sviluppi con passione il suo talento d’oratore, egli non sa ancora che i corsi tenuti da un attore professionista avranno un’importanza considerevole nella sua vita.

Prefazione

Nel corso del 2008, trentesimo anniversario della legge 22 maggio 1978, che ha legalizzato in Italia l’aborto volontario, il Movimento per la Vita italiano ha promosso alcune iniziative per evitare che la memoria si perda e l’assuefazione addormenti le coscienze. Non si tratta di riaccendere inutili polemiche con il grido di protesta. L’aborto è una ferita talmente grave inferta alla moderna cultura dei diritti umani, specialmente quando è proposto come “conquista di civiltà” o, addirittura, “diritto fondamentale”, che se per un verso non è consentita alcuna rassegnazione, per altro verso esige una capacità di riflessione di stile positivo e persuasivo per tutti. All’interno di questo progetto si colloca la pubblicazione in italiano di due libri dedicati al professor Jérôme Lejeune: Le professeur Lejeune, fondateur de la génétique moderne, Fleurus-Mame, Parigi 1997, di Jean-Marie Le Méné, e La Vie est un Bouheur, Critérion, Parigi 1997, di Clara Lejeune. La vita e l’opera di Jérôme Lejeune manifestano qualcosa di universale nell’impegno per la difesa della vita nascente ed insieme recano il segno di una singolarità esemplare meritevole di essere proposta anche in Italia come stimolo nel ripensamento degli ultimi trent’anni di “storia del diritto alla vita” della nostra nazione.

Tra gli aspetti di universalità si iscrive, in primo luogo, l’essenzialità del messaggio del “fondatore della genetica moderna”. Lunghi studi, complesse ricerche, argomentazioni plurime si semplificano in poche parole: “A man is a man is a man”. È, lo stesso slogan con cui Wendell Holmes condusse negli Stati Uniti la campagna per l’abolizione della schiavitù. Lejeune lo traduceva anche ripetendo “Il piccolo d’uomo è un uomo piccolo”. Alla fine, in tutto il mondo, nonostante i tentativi di oscuramento e diversione, la sola questione è stabilire se queste parole sono vere o false. Tutti gli sforzi per costringere lo sguardo della mente e del cuore verso una direzione diversa da quella di “Pollicino” (così Lejeune chiamava affettuosamente l’embrione umano), non riescono a sedare in nessuno l’inquietudine, né, nel caso dell’aborto, in nome dei diritti delle donne, né, sopraggiunta la possibilità di generare un figlio in provetta, in nome della scienza. Nel momento presente, quando le aggressioni contro la vita nascente sembrano sempre più estendersi e convalidarsi in un consenso generalizzato, tale inquietudine sotterranea è la principale alleata della vita umana. Perciò non bisogna stancarsi di ripetere ovunque; a livello planetario, “A man is a man is a man”, “Il piccolo d’uomo è un uomo piccolo”.

Il secondo aspetto di universalità è reso evidente dal continuo girare per il mondo di Jérôme Lejeune. Non solo perché convocato quale esperto in incontri scientifici internazionali, o come testimone della vita dinanzi a parlamenti nazionali, commissioni, tribunali, negli Stati Uniti, in Austria, in Inghilterra, Nuova Zelanda, Russia; ma anche perché richiesto come semplice relatore in incontri organizzati da movimenti, associazioni, medici, realtà ecclesiali. Ad esempio, in Italia egli è venuto più volte per partecipare ad iniziative del Movimento per la Vita. In una pagina del libro qui nazioni presentato egli stesso racconta: «Ho incontrato l’Imperatore del Giappone, il Re di Spagna, del Belgio, il Presidente degli Stati Uniti, la Regina d’Inghilterra ed altri ancora. Ho reso la mia testimonianza di fronte a Parlamenti stranieri, quali la Camera dei Comuni inglese e il Senato americano. A tutti ho illustrato la stessa storia, quella di Pollicino, la più bella storia dell’Umanità che si rinnova ad ogni istante nel prodigioso miracolo di una vita che nel segreto inizia». Questo suo pellegrinare per il mondo manifesta l’universalità della questione della vita. Non è un problema di questa o di quella singola nazione. Non vi sono confini. Anzi: quel che avviene in un Paese ha immediati rimbalzi nel mondo. Vi è dunque una qualche responsabilità universale nella testimonianza in favore della vita umana. Il continuo viaggiare del prof. Lejeune ne è il segno. Anche il ripensamento in Italia dei trent’anni di legge 194 non è confinabile in Italia. Infine vi è l’emarginazione del prof. Lejeune a causa della sua ferma opposizione all’aborto e alle leggi che lo autorizzano. Anche questo è un aspetto generalizzato sperimentato ovunque da parte dei difensori del diritto alla vita dei non ancora nati. Brillantissimo intellettuale, Lejeune a soli 38 anni ottiene a Parigi la cattedra di Genetica fondamentale; nel 1959 pubblica la sua prima grande scoperta: la causa della trisomia 21, cioè del mongolismo. Seguono altre scoperte: la malattia del grido di gatto, la monosomia 9, la trisomia 13. Grande perché diviene la sua notorietà. Nel 1958 viene nominato esperto francese presso il Comitato scientifico delle Nazioni Unite sulle radiazioni atomiche; nel 1962 è nominato esperto di genetica umana dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Ma dal 1972 si apre il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto in Francia e Lejeune prende chiara e ferma posizione in favore del suo “Pollicino”. A New York, nella sede dell’ONU, si parla di aborto e Lejeune nel suo solitario intervento sostiene che un’istituzione per la salute non deve trasformarsi in un’istituzione di morte. La sera stessa scrive alla moglie «oggi pomeriggio ho perduto il premio Nobel».

È cominciata la sua emarginazione. La scienza ufficiale non lo chiama più; i finanziamenti per le sue ricerche vengono ritirati; in qualche modo è costretto a mendicare per continuare i suoi studi; talvolta, anche con minacce, gli viene impedito di prendere la parola; sul muro della facoltà di medicina compaiono scritte come “Lejeune trema, l’MLAC non dorme. Lejeune assassino. A morte Lejeune” e anche “A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli”. La figlia Clara scrive: «Egli era diventato un appestato. Aveva commesso un delitto di opinione». Gli restano i riconoscimenti della Chiesa cattolica che, anzi, si moltiplicano: dal 1974 è membro della Pontificia Accademia delle Scienze; nel 1981 viene inviato dal Papa a portare un messaggio a Mosca a Breznew; il 13 maggio di quello stesso anno è a pranzo con Giovanni Paolo II, poche ore prima dell’attentato di Ali Agca; per gli ultimi trentatrè giorni della sua vita è nominato presidente (il primo!) della Pontificia Accademia per la Vita. Ma l’intolleranza “laica” lo colpisce proprio nella sua specifica vocazione di scienziato che vuole servire insieme la verità e la vita, che scopre l’intimità biologica dell’uomo per guarire i suoi malati. Ma Lejeune risponde con serenità e “forza tranquilla”. Ovunque avviene la stessa cosa contro i testimoni della vita nascente. È avvenuto anche in Italia all’epoca del dibattito sulla legge 194 e stanno riaffiorando ancora oggi talune espressioni di intolleranza aggressiva. Ma io credo che i gridi privi di argomenti vogliono reprimere quell’inquietudine profonda di cui ha parlato e che, dunque, non debbono turbare più di tanto. Ci è di esempio il prof. Lejeune. Ripeteremo le sue parole: «Ogni giorno dovrete rinnovare l’impossibile sintesi tra i valori veri e la dura realtà. Ogni giorno dovremo lottare, convincere; sarà difficile, incerto ed impossibile […] Quest’unica riflessione ci indica la nostra rotta che si riassume in una frase: costi quel che costi, e non importa quel che avverrà, noi non demorderemo».

Accanto a questi aspetti che ho chiamato “universali” della testimonianza di Jérôme Lejeune vi è una sua specificità che lo rende ancora più significante. Non solo egli è stato un grande scienziato. Egli è stato anche un grande medico. Il suo impegno per la vita non nasce da riflessioni teoriche, morali, filosofiche o solo astrattamente scientifiche. Nasce accanto ad un “mongoloide” allora considerato vittima di un’ignominiosa malattia ereditaria. Per lui egli studia: perché lo vuole riscattare e lo vuole guarire. Paradossalmente proprio la sua scoperta della trisomia 21 rende possibile una diagnosi prenatale che può capovolgere gli effetti della sua ricerca: uccidiamo nel seno materno il portatore di handicap, così non nascerà un “infelice”. Ed ecco che l’impegno per la vita del professor Lejeune nasce anche accanto al letto della gestante, per aiutarla a sperare e per confortarla nel suo coraggio di accoglienza. Si estende alla promozione di attività di assistenza a tutte le madri in difficoltà: diventa presidente del Soccorso alle future mamme, poi consigliere scientifico di Laissez-les vivre.

Questa pubblicazione di Clara Lejeune a prima lettura può sembrare un doppione dell’altra di Jean-Marie Le Méné, che egualmente ora pubblica il Movimento per la Vita italiano. Molti episodi narrati sono gli stessi. Ma non è così. Clara racconta dall’interno della famiglia Lejeune, con la tenerezza di una figlia che ha vissuto accanto al padre, da bambina e da adolescente, gli anni delle più roventi polemiche. Ed ella ci fa incontrare il prof. Lejeune più da vicino, anche in suo padre e sua madre, nella moglie Birthe, nella casa coniugale e nelle vacanze in Danimarca, nella sua intelligenza poliedrica, nel suo umorismo, nella sua disponibilità a rispondere a tutti parlando “per parabole” in modo da rendere comprensibili ragionamenti scientifici complessi, nel suo spirito di povertà, nella sua abilità nelle riparazioni manuali, nelle sue distrazioni.

Chi, come me, ha conosciuto personalmente Jérôme Lejeune trova esplicitate in questo libro le qualità che aveva intuito: “un ricercatore dall’anima di poeta”, “un pessimista il cui realismo era animato da una formidabile speranza”, “una forza tranquilla”, un uomo dalla fede cristiana semplice e profonda. Soprattutto l’ultima parte del libro, narrando nei particolari la malattia e la morte (avvenuta di Pasqua!) di Lejeune rivela particolari di preghiera, di fiducia in Dio, di amore verso il prossimo, che senza lo scritto della figlia sarebbero rimasti nascosti a molti. Così, alla fine, il libro diviene anche occasione di meditazione e crescita spirituale del lettore.

Questo testo è stato tradotto dal francese a cura della Fraternità della Santissima Vergine Maria, che ringrazio sentitamente, insieme alla casa editrice Cantagalli di Siena, che ha reso possibile la stampa. La collaborazione della comunità religiosa di Bagnoregio rende ancora più forte il clima spirituale che il lettore può assaporare.

 

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