Jèrome Lejeune: il ricordo di Clara Lejeune

Senza dubbio occorreva che lei usasse la sua poderosa energia e la sua efficacia nota fino al Cielo perché la Chiesa prendesse posizione sul processo di beatificazione in corso di mio padre. Perché la Mamma, scomparsa il mese di maggio, ha raggiunto il Papà, in seguito alla stessa malattia, e in perfetta sincronia tra la diagnosi e la morte. Lei, che gli è stata fedele giorno per giorno in ogni battaglia, anche quelle che portavano al discredito sociale – diceva con humour e spirito combattivo “Noi siamo degli appestati” – è stata il motore quotidiano della vita e dell’impegno di mio padre. Ripeteva: “Lui scrive delle belle lettere, ma se non ci fossi io a imbucarle, resterebbero tutte in tasca”.

La nostra infanzia, quella di Anouk, Damien, Karin, Thomas e la mia, è stata semplice. Era abitata dalla fiducia nella tenerezza dei nostri genitori, dall’amore di Dio e nutrita di intelligenza. I pasti in famiglia permettevano di affrontare i temi più diversi e di rispondere alle nostre curiosità. La natura, le stelle, la storia, la biologia, l’origine dell’uomo, la geografia, le lingue antiche, la letteratura, la filosofia, tutte le domande erano possibili. Così come tutte le opinioni. Mio padre aveva molto a cuore l’insegnamento della libertà di pensiero e desiderava renderci capaci di un’analisi autonoma dei fatti e delle cose.

Ricordo tre aneddoti che dimostrano sia la sua lucidità, sia il suo desiderio di non fare pressione sul nostro modo di intendere il mondo.

Mia sorella Karin doveva avere press’a poco dodici anni e stava studiando la rivoluzione francese a scuola. A tavola proclama: “Robespierre è un grande democratico che ha liberato la Francia dalla schiavitù”. Mio padre ascolta la sua argomentazione e le dice: “Non condivido il tuo parere, ma sono contento che tu possa assumere un’opinione personale”. Naturalmente, la settimana dopo Karin, che aveva proseguito nello studio, aveva cambiato parere e poteva dirlo, senza avere l’impressione di contraddirsi.

A 17 anni supero l’esame di baccellierato e non so quale strada prendere. Domando a papà: “Cosa mi consigli?” Mi risponde: “Ho una mia modesta idea, ma non voglio influenzarti”. Io insisto, lui rifiuta. Molte volte gli ripeto la domanda, assicurandogli che farò in ogni caso di testa mia, ma lui ripete: “Non penso che sia una buona idea, bisogna che tu scelga da sola”.

Dopo un anno di storia, tento scienze politiche a Parigi. Si congratula dei miei successi. Quando accedo all’ENA tre anni dopo è insieme orgoglioso e inquieto. “Figlia mia, che ci vai a fare in mezzo ai lupi?”

A 25 anni, conclusi gli studi, comincio a lavorare, e gli domando: “Ebbene, papà, a cosa pensavi?” – “Saresti stata un bravo medico”, mi risponde. Sì, è possibile, ma ha avuto ragione a non dirmi niente: avrei senz’altro temuto di dargli un dispiacere se non avessi scelto la strada che era stata la sua.

Il terzo aneddoto dimostra la sua lucidità.

La tv mostra delle immagini di corpi accatastati e titola: “I massacri di Timisoara”. Succede in Romania con la caduta di Ceausescu. I commenti sono terribili e descrivono una fossa comune con corpi torturati scoperti la mattina stessa. Si ha l’impressione che i torturatori siano fuggiti. Papà è in piedi, di passaggio, e dice: “Queste persone sono morte da parecchi giorni e hanno subito un’autopsia: si tratta di un obitorio”.

Ma papà, Ceausescu è un tiranno!

“Non si discute su questo. Queste immagini sono un montaggio. Questi morti non sono stati torturati e buttati in una fossa comune. Riconosco le cuciture. Le si pratica regolarmente sui corpi offerti alla scienza per formare gli studenti”.

Qualche tempo dopo, l’inganno è svelato. Dei fotografi hanno montato di sana pianta la scena macabra per accelerare la caduta del regime. Mio padre l’aveva visto, e malgrado l’ondata di biasimo contro un leader poco raccomandabile, pur senza prenderne le difese denunciava la manipolazione.

Questa integrità, questo acume, questa intelligenza, originale, curiosa, senza a priori, sono il cuore del suo genio di ricercatore. Lui arrivava dove altri nemmeno guardavano. I bambini diversi erano generalmente visti come la conseguenza di una “vita sbagliata”. La gente giudicava e puniva i genitori, soprattutto la madre, e utilizzava la sanzione morale per evitare di andare in aiuto a quelli che bisognava nascondere come se fossero un errore. Lui cercava una causa scientifica, spiegabile e dimostrabile. Aveva l’intuizione dell’anomalia genetica.

Allo stesso modo, negli anni Settanta molti disordini psichici e mentali venivano analizzati come conseguenza di cattivi comportamenti dei genitori, e si sviluppava una tesi psicologica, sottolineando le difficoltà dei genitori, che venivano accusati di avere provocato la patologia. Questo faceva arrabbiare mio padre. Era convinto – e il passare del tempo gli ha dato ragione – che molte di queste patologie (come l’autismo per esempio) avevano cause genetiche che non si erano ancora scoperte. Prendeva le difese dei bambini e dei loro genitori, gratificandoli di uno sguardo, di una considerazione, di una stima di cui in moltissimi hanno più tardi dato testimonianza.

Mio padre amava la vita. La venerava come un dono di Dio. La contemplava e ammirava la sua genialità, la sua semplicità. La vita degli uomini naturalmente, ma anche quella della natura e degli animali. Quando ci portava a passeggiare la domenica nella piana di Beauce ci aiutava a comprenderne lo splendore, richiamando la nostra attenzione sul volo di un uccello, sulla struttura di una spiga di grano, sulla caduta dell’acqua o sulla rotondità della terra, che si poteva percepire coricandosi al sole con la testa voltata all’indietro, guardando l’orizzonte per indovinarne la curvatura.

Ci diceva spesso: “La differenza tra l’uomo e l’animale è la sua capacità di ammirare. Si è mai vista una scimmia contemplare un tramonto?” Per lui, la dignità dell’uomo è riassunta in questo. Saper contemplare, ammirare e utilizzare l’intelligenza per imparare a conoscere e ad amare.

Di certo, Jérôme ci ha trasmesso la fede cattolica attraverso la preghiera della sera, attraverso la messa domenicale con la famiglia. Ma il suo catechismo non era dottrinale, né determinato da regole o proibizioni. Era l’incarnazione vivente di un incontro con la persona di Dio.

Lui viveva, ci faceva vivere “nelle mani di Dio”. Così ci ha trasmesso una fiducia assoluta nella vita, in qualunque circostanza.

 

Per saperne di piu:

TESTO ORIGINALE IN FRANCESE

https://mpv.org/wpcontent/uploads/2021/07/il-ricordo-di-mio-padre.pdf

 

Jèrome Lejeune: il ricordo (.pdf)