Katarina e il suo utero (“affittato”). Business procreatico di Giulio Bianchi

Una giornalista francese, Louise Audibert, ha fatto un’indagine sul traffico mondiale degli embrioni. Il quotidiano “Avvenire” la riassume così: “Il reportage, compiuto in diversi Paesi, racconta per la prima volta un aspetto emergente e inquietante della maternità surrogata. Prodotti in laboratori di Paesi asiatici, gli embrioni vengono acquistati da coppie che hanno deciso di ricorrere all’utero in affitto per avere un figlio oppure ‘restituiti’ alle coppie straniere ‘proprietarie’, e a quel punto sono consegnati a corrieri che li portano nelle cliniche dei Paesi, europei o extraeuropei, in cui ciò è consentito dalla legge, dove vengono impiantati negli uteri di altre pagate per la gravidanza. Una volta venuti al mondo, i neonati sono affidati alla coppia che ha ordinato e pagato per il ‘servizio completo’.

La giornalista incontra in Ucraina Katarina: “Katarina, bionda dal fisico asciutto, spinge la porta della sua casa in ristrutturazione. All’interno una bambina mi rivolge uno sguardo dubbioso. «Entri pure, starà meglio al caldo». In salotto i bambini si fanno il solletico sotto delle coperte mentre

mi osservano. «Non vedono spesso degli stranieri, non sanno che sono stata una madre surrogata. Al terzo mese mi sono trasferita a vivere al Cairo con i genitori di intenzione e sono tornata dopo il parto». Tira fuori tre piatti dal frigorifero, li mette nel microonde poi aspetta appoggiata al piano di lavoro. «Per sei mesi non ho visto la mia famiglia, è stata davvero dura, piangevo molto. Non mi piaceva stare in Egitto, era sporco, inquinato e faceva molto caldo». Il campanello del forno la interrompe. Mark, il primogenito di 8 anni, mangia velocemente e sparisce in camera sua. «Ho subìto un cesareo con l’epidurale. Ho visto e sentito piangere la piccola… Non ho voluto tenerla, sapevo che se l’avessi presa in braccio mi sarei affezionata e non avrei più voluto darla via».

Nel pronunciare queste parole, le si arrossano gli occhi. Katarina distoglie lo sguardo. «Penso ancora spesso a lei, ma più come a un bambino a cui sono affezionata».

 

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