La disumanità del suicidio assistito di Giovanna Sedda

L’eutanasia è stata a lungo propagandata come una alternativa alle “inutile sofferenze” di quanti vi fanno ricorso. Tuttavia, uno studio ripreso anche dal British Medical Journal (BMJ 2019;364:l797), ha riacceso il dibattito su quanto l’eutanasia stessa possa costituire un calvario indicibile di sofferenze.

Lo studio, coordinato dal Professor Jaideep Pandit dell’Oxford University Hospitals, raccoglie una preoccupante casistica di criticità.

Nello studio, pubblicato per intero sulla rivista Anaesthesia (74: 630- 637) i ricercatori hanno constatato con sorpresa l’eterogeneità delle tecniche usate, considerando che l’obiettivo rimane univoco: far perdere conoscenza al paziente in punto di morte così da evitare sofferenze.

Tuttavia, ci sono pazienti che hanno difficoltà a ingoiare le dosi prescritte (10% dei casi) inficiando cosi la procedura, pazienti che si risvegliano dal coma indotto e hanno vissuto coscientemente il sopraggiungere della morte (2% dei casi), mentre in altri casi la morte che era prevista in 90 minuti è sopraggiunta dopo oltre 30 ore, a volte dopo giorni (4% dei casi).

Inoltre, i ricercatori hanno rilevato come l’incidenza di questi “incidenti” sia incredibilmente più alta che nelle normali anestesie, ben 190 volte più alta. Queste osservazioni hanno portato i ricercatori “a sollevare la preoccupazione che alcune morti potrebbero essere inumane”.

Partendo da questa constatazione i ricercatori hanno cercato di definire una procedura “ottimale” da seguire prima del processo eutanasico constando che anche una simile definizione non è immune da “implicazioni dal punto di vista etico e legale”.

La rassegna del prof. Pandit ci dice quale prezzo i sostenitori dell’eutanasia sono disposti a pagare pur di completare la loro missione.

 

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