La piccola, grande San Marino contro l’aborto di Marina Casini Bandini, International Family news, 21 settembre 2021

La piccolissima e riservatissima Repubblica di San Marino, incastonata tra Emilia Romagna e Marche, è stata fino ad oggi, insieme ad Andorra e Malta presidio per la tutela della vita umana nascente mediante il divieto penale di aborto. Tutti gli altri Paesi europei nel corso dei decenni hanno introdotto normative favorevoli all’interruzione volontaria di gravidanza. Certo, con alcune differenze tra disciplina e disciplina (per esempio: ruolo del medico, autodeterminazione della donna, termini e indicazioni, sistemi per evitare l’aborto), ma con la comune caratteristica di rendere legittima e quindi “giusta” la soppressione degli esseri umani in viaggio verso la nascita, con l’avallo della medicina e del consenso sociale.

Una nuova visione dei rapporti familiari e sessuali, un nuovo modo di pensare alla condizione femminile, i mutamenti del sistema produttivo, il diffondersi di una cultura materialistica nelle varie versioni dell’utilitarismo, dell’edonismo e del libertarismo, hanno portato alla legalizzazione dell’aborto, cioè dell’uccisione del concepito prima della nascita. Il nostro secolo ha visto una vasta riforma delle leggi sull’aborto, ispirate ad una maggiore o minore permissività e giunte persino a creare ampi spazi in cui non solo l’interruzione della gravidanza diviene estranea al diritto penale, ma diviene contenuto di un vero e proprio diritto soggettivo della donna, anzi di un diritto privilegiato, particolarmente garantito e assistito  dallo Stato. Le innovazioni legislative percorrono l’intero mondo della cultura europea a partire dal 1920, data della liberalizzazione dell’aborto nell’Unione Sovietica. Affermatosi il sistema ideologico e politico comunista dopo la seconda guerra mondiale in tutte le nazioni dell’est europeo, anche in esse, in breve termine, vennero promulgate riforme ampiamente legalizzatrici dell’interruzione della gravidanza: del 1956 sono le leggi polacca, ungherese e bulgara; del 1957 la legge cecoslovacca. In Occidente la prima riforma apparve nel Regno Unito (“Abortion Act”, 1967), e da qui rimbalzò oltre Atlantico, dove negli Stati Uniti d’America giunse a realizzazione attraverso la sentenza della Corte Suprema del 22 gennaio 1973, che obbligò gli Stati a liberalizzare l’aborto in nome del diritto alla privacy; di qui tornò rapidamente in Europa, con le leggi danese (1973), tedesco-occidentale (1974), svedese (1974), francese (1975), italiana (1978), lussemburghese (1978), spagnola (1983), portoghese (1984), olandese (1985), belga (1990), irlandese (2013). Si tratta di processi legislativi tormentati: la legge unitaria della Germania del 27 luglio 1992 fu ben presto sostituita dalla legge del 21 agosto 1995 in seguito ad importanti pronunce della Corte Costituzionale; in Polonia il Parlamento nel febbraio del 1993 riformò la vecchia legge del 1956 limitando l’aborto a casi particolari ma partendo dal principio dell’obbligo dello Stato di tutelare fino dal concepimento il bambino non nato, tornando poi nel 1996 su posizioni permissive, ma un intervento della Corte Costituzionale polacca dichiarò parzialmente incostituzionale le legge; ripetuti interventi della Corte Suprema statunitense hanno palesato una visuale giuridica che, senza sconfessare la decisione del 22 gennaio 1973, hanno dato un qualche peso alla vita concepita. Si pensi alla recentissima decisione con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rigettato la richiesta di bloccare l’entrata in vigore della legge texana che ha vietato l’aborto oltre la sesta settimana di gravidanza per qualsiasimotivo.

Si tratta di processi legislativi particolarmente tormentati, in cui si inseriscono sovente ricorsi alle Corti Costituzionali e referendum popolari. Vi è chi scorge in questa tormentata vicenda le linee profonde del confronto culturale che oppone in sostanza il materialismo al  personalismo. Non è probabilmente un caso che il valore della vita al suo inizio abbia cominciato ad appannarsi nei Paesi del socialismo reale, dove immediatamente è stata imposta l’ideologia del materialismo teorico, e solo più tardi nell’occidente europeo, affetto dalla più lenta ma esiziale malattia del materialismo pratico. In entrambi i casi il personalismo, con la sua acuta percezione del mistero presente in ogni essere umano, è in sofferenza. Ad ogni modo, anche laddove più lontana nel tempo è l’introduzione negli ordinamenti dell’interruzione volontaria della gravidanza, sono frequenti segnali di ripensamento sia a livello culturale che legislativo, segno di un disagio che non sa placarsi.

In questo panorama si inserisce il referendum propositivo sull’aborto che si svolgerà il 26 settembre nella Serenissima Repubblica di San Marino, come stabilito dal Decreto Reggenziale del 13 luglio 2021 n. 129. Il quesito è formulato in maniera molto estensiva: «Volete che sia consentito alla donna di interrompere volontariamente la gravidanza entro la dodicesima settimana di gestazione, e anche successivamente se vi sia pericolo per la vita della donna o se vi siano anomalie e malformazioni del feto che comportino grave rischio per la salute fisica o psicologica della donna?». La risposta positiva, lascia aperta la porta all’aborto legale spinto fino a gravidanza molto avanzata: il legislatore potrebbe creare una normativa molto permissiva – e in questo senso sono già stati presentati dei progetti di legge – che prevede anche l’accesso delle minorenni all’ “IVG” senza il consenso dei genitori e con la forte compromissione dell’obiezione di coscienza. La piccola Repubblica di San Marino potrebbe addirittura diventare un grande punto di riferimento per il turismo abortivo.

La richiesta della prossima consultazione popolare è l’esito di pressioni che da oltre un decennio tentano di giungere alla legalizzazione dell’aborto. Nel 2014 fu presentato dall’USD (Unione donne sanmarinesi), un disegno di legge permissivo decaduto con la fine della legislatura.

Tra il 2015 e il 2016 sono state presentate al Consiglio Grande e Generale cinque istanze d’Arengo con l’obiettivo di introdurre la legalizzazione dell’aborto volontario. La Federazione europea “Uno di noi” inviò una nota ai Capitani Reggenti e a tutti i Consiglieri del Consiglio Grande e Generale della Repubblica di San Marino chiedendo, con ampia motivazione, il rigetto di tutte le istanze. «Sul piano culturale – era scritto nella nota – la Repubblica di San Marino, in conformità alle sue origini e alla sua storia, ha un compito di grande importanza: il riconoscimento senza limiti e senza riserve della dignità umana rende grande la Repubblica di San Marino nonostante la sua piccolezza geografica e demografica. San Marino può essere una luce di civiltà che non si spenge e che si irradia anche fuori del suo territorio. Riconoscere il valore della vita umana anche quando essa è piccola, fragile e indifesa, come è quella dei figli non ancora nati, consolida tutta la cultura dei diritti dell’uomo». Passarono tre delle cinque istanze, ma passò anche un ordine del giorno che chiedeva che la vita umana e la maternità fossero tutelate dal concepimento. Il dibattito sembrò poi assopirsi per riaccendersi più recentemente, quando nel 2019 e nel 2021 sono stati presentati due progetti di legge molto permissivi e attualmente pendenti davanti al Parlamento: il primo viene dall’UDS; il secondo – esaminato in prima lettura dal Parlamento – dal Movimento Civico Rete, forza di governo attualmente in maggioranza. Ed ora, ecco il referendum popolare. Tutte queste iniziative, compresa ovviamente quella referendaria, si fondano sul rifiuto di rivolgere lo sguardo sul figlio già esistente nel seno materno fin dal concepimento e contrastano in modo particolarmente evidente con il principio di uguaglianza e con l’idea di uno Stato sociale e di diritto. Il comitato “uno di noi”, nato proprio per fronteggiare il referendum in nome del diritto alla vita e il mondo associativo prolife del piccolo Stato (ricordo per esempio l’associazione “Accoglienza della vita” e la “papa Giovanni XXIII”) si esprimono con vigore a favore della tutela dei bambini non ancora nati e di un’ autentica tutela sociale della maternità, sottolineando che la protezione della vita umana è fedeltà al valore che fonda un’autentica convivenza civile; che mantenere fermezza sulla difesa della vita umana è motivo di orgoglio e di speranza per l’Europa; che se si perde il rispetto della vita umana nel grembo materno, la dignità umana è messa in pericolo per sempre; che se a San Marino l’assistenza sanitaria alla madre e al bambino prima e dopo il parto è molto buona, se le politiche lavorative agevolano la donna, se l’assistenza alla donna e al figlio è quasi del tutto gratuita, se gli assegni familiari sono garantiti, è perché il sostegno alla vita è reale e riguarda anche il concepito; che ci sono ante testimonianze positive di accoglienza della vita nonostante le difficoltà; che l’aborto infligge una profonda ferita alla donna; che introdurre l’aborto finirebbe per alimentare la cultura dello scarto calpestando il principio di uguaglianza, minacciando frontalmente l’autentica cultura dei diritti dell’uomo e indebolendo le ragioni dell’accoglienza di una nuova vita anche da parte della società. Sotto quest’ultimo profilo, viene in mente un passaggio del parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sull’aiuto alla donna in gravidanza (2005): «L’aiuto alla donna in gravidanza esige […] profili di intervento diversi e complementari, che coinvolgono dimensioni educative, psicologiche, sanitarie e sociali. La relegazione di una donna nella solitudine, sia essa materiale o morale, dinanzi all’impegno della maternità costituisce infatti violazione radicale della dignità umana della donna medesima e del figlio, e nel contempo rappresenta il fallimento dei vincoli solidaristici fondamentali per la convivenza civile».

Il dibattito è serrato e acceso. La riflessione sviluppatasi in seno al Movimento per la vita italiano consente di individuare alcune condizioni che sono alla base di un cambio di direzione rispetto alla richiesta di referendum.

In primo luogo occorre insistere “opportune et importune” sulla piena umanità del concepito, uno di noi. Su questo punto la cultura abortista è debolissima, tanto che ricorre alla menzogna, alla censura, all’elusione, al silenzio, all’irrilevanza del dubbio. La stessa istintiva capacità di accoglienza materna viene indebolita se l’ambiente sociale intorno alla madre ripete che l’embrione è soltanto un insignificante “grumo di cellule”.

All’identità pienamente umanità del concepito si collega la convinzione della laicità del riconoscimento del diritto alla vita dei non nati. L’istanza di tutela della vita nascente acquista tutta la forza attualissima del principio di uguaglianza/non discriminazione solo se il concepito è uno di noi. Su questo la “cultura laica” deve essere richiamata alla sua verità e alla sua nobiltà.

La situazione del bimbo che vive è cresce nel grembo della mamma è particolarissima sia per il figlio che per la madre: non esiste altra fase della vita in cui due esseri umani sono così intensamente uniti in quel prolungato e intimo abbraccio chiamato gravidanza. È il privilegio femminile per eccellenza quello che lega in modo stretto la donna al tema della vita. La difesa della vita nascente non deve, perciò, prescindere da una attenta sensibilità nei confronti della donna nel senso del sostegno mai giudicante, della condivisione e dell’accompagnamento, in vista della nascita nel caso di gravidanza difficile e non attesa. Ma c’è dell’altro. Ferma restando la validità di fondo dei movimenti di liberazione femminile è necessario promuovere un’operazione culturale che metta sullo stesso piano la “battaglia” per il diritto alla vita dei figli concepiti e non ancora nati con la “battaglia” per l’uguaglianza e i diritti delle donne. Il coinvolgimento della popolazione femminile in questo senso sarebbe di importanza straordinaria.

Lo Stato che rinuncia a punire, non deve rinunciare a difendere la vita. La sanzione penale indica il valore del bene protetto e nello stesso tempo costituisce una minaccia che fa da controspinta alla commissione del reato, ma è il diritto complessivamente considerato che deve proporsi l’obiettivo di tutelare ogni singola vita umana, anche quella concepita, nel modo più efficace possibile in relazione ad un determinato tempo e ad un determinato luogo. Occorre una verifica puntuale delle particolari condizioni in cui si trova la vita umana da proteggere.

Tutto questo richiede di seguire il “metodo della gradualità”. Non si può ottenere tutto e subito, d’altra parte il valore in gioco – la vita umana – è così grande che non si può rinunciare a compiere i passi possibili perché non si può raggiungere un traguardo maggiore. Non si tratta di “male minore” (introduzione, anche piccola, della legittimazione dell’aborto rispetto a un regime di tutela della vita nascente), ma di “riduzione del danno” ovvero di “maggior bene possibile” (avanzamento, anche piccolo, in un contesto di legittimazione dell’aborto).

Quest’ultima considerazione, ci porta a riflettere sulla novità dell’impegno per la vita nascente, comunque vada il referendum sanmarinese. C’è un modo di pensare che rivendica come novità la rottura radicale col passato.

La pretesa di riconoscere l’aborto come “diritto” è l’esempio più marcato, ma possiamo aggiungere il grappolo dei pretesi nuovi “diritti civili” fondati sull’autodeterminazione a oltranza.

Si vuole sostituire il vietato (vecchio) con il permesso (nuovo), cambiando i criteri del giudizio morale e giuridico. Ma il nuovo è da cercare nel “perché” un comportamento è giusto o ingiusto. Siamo chiamati a scoprire le ragioni esplicative, il significato, la forza intrinseca del bene da proteggere e a individuare dei modi nuovi per tutelarlo, se quelli del passato non sono soddisfacenti.

Per questo promuovere la dignità della vita umana, a partire da quella concepita, base fondamentale della convivenza civile, è promuovere i diritti umani, il progresso, il rinnovamento generale della società.

Ai pro-life sanmarinesi va tutta la vicinanza e il sostegno del Movimento per la Vita Italiano.

 

 

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