La pillola Ru486: il problema bioetico e biopolitico di Carlo Casini

Problema bioetico e biopolitico, in Supplemento d’anima, n. 93, 15 agosto 2009

 

Che la “Pillola RU486” sia uno strumento abortivo non è messo in discussione da nessuno. Essa, infatti, è un veleno che, somministrato alla madre entro il 50° giorno di gravidanza, produce la morte del “prodotto del concepimento”. Diciamolo in termini non eufemistici: uccide il figlio. Esso, una volta ucciso, deve essere espulso dal corpo materno: perciò, dopo qualche giorno dall’assunzione della “pillola”, normalmente due giorni, alla donna devono essere somministrate sostanze che determinano la espulsione per via vaginale. Nel caso che questo non avvenga occorre intervenire chirurgicamente mediante “raschiamento” dell’utero.

L’uso della pillola, già autorizzato in Europa dalle apposite agenzie, è stato ora permesso anche in Italia dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco). Senza dubbio l’uso della RU486 determina una particolare modalità di aborto. Essa, perciò, secondo alcuni, non dovrebbe suscitare una particolare indignazione, dato che da oltre 30 anni l’aborto è legale in Italia e dato che le condizioni per effettuare l’I.V.G. non sono cambiate. Tuttavia io condivido la protesta manifestata con forza dagli ambienti cattolici e da alcune aree politiche, ma credo che sia necessario riflettere più a fondo sulla ragione della indignazione e che si debbano progettare iniziative più radicali di quelle più o meno esplicitamente formulate sui mezzi di comunicazione. Le due obiezioni ripetute sono: a) la RU486 determina effetti fortemente negativi per la donna: 29 madri sono morte fino ad oggi nel mondo in conseguenza dell’uso della pillola e la gestione diretta dell’aborto da parte della donna che attende a lungo l’espulsione del figlio e che ne può vedere il minuscolo corpicino distrutto comporta effetti psicologici più pesanti dell’I.V.G. chirurgico; b) diventerà facile l’aborto privato, non controllabile dallo Stato, con superamento di fatto degli stessi pur tenui limiti stabiliti dalla legge 194. Replicano i sostenitori della “pillola” che 29 morti non sono molte in rapporto al grande uso del nuovo strumento chimico. La percentuale dei decessi non sarebbe superiore a quella riscontrata nel caso di I.V.G. chirurgica (Natalia Aspesi su La Repubblica). Stupisce che tate argomento venga usato proprio dalle femministe che 30 anni fa ingigantivano il numero delle donne morte per aborto clandestino al fine di ottenerne la legalizzazione. Ora esse non si lasciano commuovere dai decessi di alcune gestanti; anzi non ne vogliono neppure parlare! Quanto poi al rischio di “privatizzazione”, si forniscono assicurazioni: la I.V.G. dovrà comunque avvenire in ospedale come stabilisce la legge 194. Ma chi potrà impedire alla donna una volta inghiottito la RU486 nel nosocomio, di firmare la sua richiesta di tornare a casa? Non la si potrà costringere con la forza a restare in ospedale. Del resto in tutte le sperimentazioni già effettuate in Italia quasi sempre la donna ha chiesto e ottenuto di potersi allontanare dal presidio sanitario e, una volta divenuto consuetudine tale comportamento, come riusciremo ad impedire la semplice prescrizione della RU486 da inghiottire a casa nel modo più banale, cioè bevendo un bicchiere d’acqua? Dunque l’argomento della banalizzazione dell’aborto è seria. Mi inquietano, peraltro, taluni interventi che argomentano contro la legge 194. Quest’ultima sarebbe una “buona legge” purtroppo male applicata e la RU486 determinerebbe un ulteriore degrado della sua pratica attuazione. Il problema drammatico dell’aborto sarebbe risolto soltanto applicando con maggior rigore legge vigente. Io ho già scritto molto per dimostrare che nei trenta anni alle nostre spalle vi è stata una applicazione della 194 perversa, sospinta prevalentemente dalla ideologia radicale che riduce la presenza di un figlio ad un “grumo di cellule”. Tuttavia la legge 194 resta una legge “integralmente iniqua” come scrisse La Pira, e non si può davvero difendere il diritto alla vita difendendo la 194.

E’ giusto fare tutto il possibile per contrastare t’uso della RU486, ma non basta. Anzi bisogna evitare il pericolo che nella coscienza collettiva il rifiuto detta “pillola” si traduca in definitiva accettazione della legge.

L’indignazione per l’ingresso della RU486 nella farmacopea ufficiale trova la sua radice nel fatto che una grande quantità di risorse intellettuali ed economiche è stata impegnata per molti anni allo scopo di sopprimere più facilmente la vita umana. Che diremmo di gridi di vittoria e di esultanze per una asserita conquista di civiltà se venisse proposta la esecuzione della pena di morte mediante somministrazione di preparati chimici diversi dal capestro o della fucilazione? Vengano già usate “bombe Intelligenti” per uccidere. Può darsi che esse determinino una maggior precisione nel togliere la vita a persone nemiche, ma, certo, non è possibile provare entusiasmo. Perché tante risorse intellettuali e materiali non vengono orientate a proteggere la vita anziché sopprimerla? Alla lunga sarà impossibile contrastare la privatizzazione dell’aborto ed anche impedire la distruzione programmata di una grande quantità di embrioni generati in provetta sia mediante la diagnosi genetica preimpianto, sia mediante la loro destinazione alta ricerca scientifica, se non si affronta la questione decisiva. Di fronte alta sempre più difficile controllabilità dei comportamenti che sopprimono la vita umana al suo primo comparire all’esistenza, l’ultimo baluardo resta la coscienza individuale e collettiva. Affermare che l’uomo è sempre uomo fin dal concepimento, che tutti gli esseri umani sono uguali, che il concepito non è un “prodotto del concepimento”, ma un bambino nella fase emergenza educativa, ma vi è anche una emergenza giuridica, politica, legislativa. Il rilancio, di fronte alle forme più recenti di aggressione contro la vita umana (RU486, annullamento di qualche aspetto della legge 40, diagnosi genetica preimpianto, pretesa di estrarre cellule staminali da embrioni) non può essere altro che la richiesta di iscrivere nella legge la eguaglianza dell’essere umano dal concepimento alla morte naturale. Questo il Movimento per la Vita aveva già proposto con la iniziativa popolare che domanda la modifica dell’articolo 1 del codice civile affinché sia stabilito che la capacità giuridica si acquista non al momento della nascita, ma dal momento del concepimento.

È buona cosa la proposta formulata prima da Ferrara e più recentemente dal Parlamento italiano rivolta all’ONU, di proclamare una “moratoria sull’aborto”, così come già è stata declamata la “moratoria per la pena di morte”. Ma non basta ripetere (lo si è fatto già tante volte) che l’aborto non deve essere usato come mezzo di controllo delle nascite. Bisogna andare più in profondità e non dire soltanto dei no, ma proclamare un unico formidabile sì, analogo a quello che ha già liberato gli schiavi, i neri, le donne. Tutti, proprio tutti, anche i bambini non ancora nati hanno il diritto di vivere. Cominciamo dall’Italia e rendiamo così più coerente la richiesta all’ONU.

 

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