La radice culturale del femminicidio

Alla luce delle riflessioni insistenti e delle battaglie giuridiche e politiche in atto per contrastare il fenomeno aberrante del femminicidio, risulta sempre piú opportuno valutare le cause culturali che si nascondono dietro quest’atto malato, cosí tristemente ricorrente anche nel nostro paese. In primo luogo riconoscendo che il fenomeno di per se pone in evidenza la complessitá di un cambiamento socio-antropologico rapidissimo in cui i ruoli di genere saltano con una velocitá non sempre calcolabile e non sempre sufficientemente interiorizzata dai protagonisti del cambiamento stesso. L’emancipazione femminile, quindi il nuovo ruolo della donna nella societá, la crisi della “mascolinitá”intesa come attitudine alla cura ed alla protezione della donna  e del nucleo familiare, ma anche la “liquiditá delle relazione affettive”, che rappresenta una cifra importante del nostro tempo sono pochi elementi che raccontano giá, in qualche modo, come il fenomeno rappresenti sostanzialmente l’esternazione violenta di un malessere profondo, di un disequilibrio interiore che coinvolge buona parte degli italiani. La mancanza di una educazione emotiva minima, quindi l’incapacitá di verbalizzare le proprie emozioni senza che queste crescano in modo incontrollato, come fa notare la psicologa Francesca Cilento, sicuramente é uno dei motivi piú immediatamente riconoscibili, seppure non basti minimamente a spiegare in modo risolutivo la radice del problema. Come fa notare un articolo del 21 giugno 2017, pubblicato su “l’Espresso”  da Giulia Torlone:

Analizzando il modus operandi degli omicidi, emerge un quadro brutale e primitivo. Secondo le analisi condotte da Istat in collaborazione con il Ministero della Giustizia, si tratta di colluttazioni corpo a corpo dove l’assassino sfoga una rabbia inaudita…quasi sempre la causa è legata a gelosia e possessione nei confronti della vittima…

Se é vero che tra moglie e marito non bisogna mai mettere il dito, é vero anche che oggi urge offrire un aiuto concreto alle donne che si trovano a soffrire violenza domestica, cosí come urge  elaborare una proposta educativa che si fondi sul riconoscimento della diversitá oggettiva tra uomo e donna, e che si risolva nella capacitá di accogliere e valorizzare la diversitá come luogo che conserva e fonda l’esperienza della complementarietá. Una diversitá biologica, psicologica, attitudinale, negata anche purtroppo da un falso femminismo di facciata, che non fa altro che incrementare il malessere sociale, producendo confusione,  che é necessario riconoscere, comprendere e rispettare, perché si traduca concretamente in un atteggiamento di accoglienza della prima e piú immediata forma di alteritá con cui tutti hanno a che fare, quella con l’altro sesso.

Il femminicidio infatti, é icona paradigmatica di una societá che ripudia e distrugge ogni forma di alteritá, pretendendo che l’altro, nella sua diversitá strutturale, obbedisca sempre alle aspettative ed alle proiezione del proprio ego disorientato. La violenza radica sempre nell’incapacitá di reprimere ed educare l’istinto a forzare una realtá esterna a noi, che non corrisponde al modo in cui noi vorremmo che fosse o pensiamo debba essere.

E’ il riconoscimento e la promozione di una cultura della diversitá come cultura del rispetto quello di cui abbiamo bisogno per sradicare alla base il dramma della violenza egotista che si cela anche nel fenomeno del femminicidio.  Il dramma del femminicidio ci porta cosí a comprendere come la radice culturale malata di tanti atteggiamenti violenti nella nostra societá, si identifichi con il fatto che una falsa cultura della diversitá nasconda in fondo il tentativo di omologare in modo forzato e miope realtá diverse e complementari che si caratterizzano e si qualificano in modo peculiare proprio nella distanza che conservano, l’una di fronte all’altra, e l’una rispetto all’altra. Anche nella possibilitá di perdersi l’uno per l’altra, rinunciando a forme ossessive e paranoiche di controllo, che nascondo sempre, la profonda insicurezza di chi non sa rischiare l’avventura della relazione, della perdita della propria visione delle cose considerata come assoluta ed infallibile.

Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews

 

La radice culturale del femminicidio