La risposta alla sofferenza dell’uomo di Ubaldo Camilotti

In concreto quale comportamento dobbiamo assumere di fronte alla sofferenza dell’Uomo?

La strada da percorrere è stata indicata da S. Giovanni Paolo II: “Accanto all’uomo che soffre occorre la presenza di un altro uomo”.

È lì, vicino all’uomo sofferente che il medico deve curare ed assistere chi soffre con il massimo amore fino al suo spegnersi naturale.

È lì, vicino all’uomo sofferente che coglieremo tutti, anche chi non è medico, l’importanza di avere il coraggio di giungere a proposte che significano presenza e testimonianza.

Non dimentichiamo che il vuoto culturale che ha generato nel mondo l’eutanasia è forse nato dalla mancanza di risposte che non abbiamo saputo dare. L’uomo che soffre ha atteso forse per troppo tempo una prova di solidarietà.

Il primo passo da compiere è l’impegno culturale consistente nel ricordare l’intangibile valore della vita dell’uomo, di ogni uomo. Ricordare che ogni vita umana ha valore per sé stessa e non per la sua qualità, che l’uomo vale per quello che è non per quello che appare.

Come ci ha ricordato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la dignità dell’uomo è inerente alla sua natura; non la si riconosce, ma semplicemente c’è ed è la ragione dell’uguaglianza tra gli uomini. Occorre quindi appellarsi alla ragione perché si sappia guardare oltre all’apparenza.

Questo compito è proprio del Volontariato per la Vita che all’impegno sui fatti aggiunge l’impegno a rimuovere le cause che determinano l’ingiustizia, e queste cause sono di origine culturale.

Ma l’impegno culturale da solo non basta. Occorre anche dimostrare solidarietà concreta con chi soffre e con la sua famiglia. E questo è compito della Scienza, e di ognuno di noi.

La risposta della Scienza: i Centri di terapia del dolore

La risposta deve provenire anzitutto dalle strutture pubbliche con la creazione di nuovi Centri per la Terapia del Dolore, con il potenziamento dell’Assistenza Domiciliare Integrata, con la realizzazione di hospice e di strutture per lungodegenti dove si possa “accompagnare” il malato.

È di buon auspicio, in questo ambito, l’approvazione della Legge 15 marzo 2010 n. 38 “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore” che va applicata e finanziata secondo le necessità.

La risposta della Società civile: la solidarietà con il sofferente e con la sua famiglia. I Centri di solidarietà con il sofferente

Ma la risposta deve provenire anche da ognuno di noi ricordando che “Ciò di cui l’ammalato in fase terminale ha soprattutto bisogno è di essere assistito e accompagnato con amore, senza che gli si faccia sentire che egli è di peso per gli altri”[1] .

Non spegniamo con la nostra indifferenza anche la più tenue speranza. Bellissima in merito la testimonianza dal titolo appunto “la terapia della speranza“ del Dott. Mario Melazzini, medico da anni colpito dalla Sla. Ne riporto alcuni brani:

È inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un ‘fardello’ passivo, un costo per la società. Si tratta di un’offesa per tutti, in particolare per chi vive una condizione di malattia: questa idea, infatti, aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, introducendo nei più fragili il dubbio di poter essere vittime di un programmato disinteresse della società, e favorendo decisioni rinunciatarie. ……. “Inguaribile” non è sinonimo di “incurabile” Più di tutto vorrei però soffermarmi sulla speranza, perché è questo in fondo il cuore della sofferenza, ma ancora di più dell’esperienza umana.

Non c’è uomo senza speranza, è insita in lui…. La speranza poggia sull’incontro con un altro che spera, in lui intravede una possibilità per sé di vivere ed essere felice. Per questo considero la speranza uno strumento di cura, e di vita, bidirezionale: la dai e la ricevi, puoi trasmetterla e averla da chi ti circonda.”

E come nel 1975 alla proposta radicale (aborto gratuito offerto come soluzione ad una gravidanza difficile) replicò il Movimento per la Vita con i Centri di Aiuto alla Vita per accogliere ed accompagnare le donne in difficoltà per l’attesa di un figlio, così ora, ricordando “i doveri inderogabili di solidarietà” sanciti all’art. 2 della nostra Costituzione, servirà offrire al sofferente ed alla sua famiglia la nostra solidarietà.

Servirà coordinare ed integrare i servizi di assistenza ai malati, ai sofferenti ed alle loro famiglie affinché nessuno si senta di peso nelle nostre comunità.. Ma a differenza di allora, quando fu necessario “inventare” i Centri di Aiuto alla Vita perché non esistevano ancora simili iniziative, oggi sono già presenti ed operanti numerosi e validissimi Movimenti, Gruppi ed Associazioni di Volontariato (come AVO, CEAV e molti altri) che da anni lavorano negli ospedali e nei luoghi di cura accanto ai malati ed ai sofferenti.

Si tratta di coordinare il loro prezioso lavoro e dar vita a veri e propri Centri di Solidarietà con il Sofferente dotati di strutture semplici, di numeri telefonici verdi per chiamate urgenti (come il numero verde 800.813.000 di SOS Vita[2]), pronte a dare risposte immediate alle richieste di malati gravi e dei loro familiari. È a loro che ci dobbiamo affiancare; è con loro che dobbiamo dare le risposte alle domande sulla sofferenza che la Società attende; risposte dalle quali dipende il destino dell’uomo.

[1] Vedi “L’Eutanasia anche in talia ?” – La Civiltà Cattolica n. 3615 – febbraio 2001.

[2] Il numero verde del Movimento per la Vita con il quale si offre un sostegno immediato a donne e coppie che si trovano ad affrontare una gravidanza difficile, dando la possibilità di un collegamento immediato con la rete dei 350 Centri di Aiuto alla Vita presenti in Italia.

 

La risposta alla sofferenza dell’uomo (.pdf)