La storia del cassonetto per la vita di Giuseppe Garrone

“Tra il 1984 e il 1985 alcuni ritrovamenti di bambini buttati nei cassonetti dell’immondizia mi hanno portato ad una riflessione su questi episodi. Mi è immediatamente apparso chiaro che ogni fortunoso ritrovamento era la punta di un iceberg, che rivelava una realtà sommersa spaventosa: un bambino neonato senza cure, chiuso in una busta di plastica e gettato tra cumuli di immondizia, di notte, non ha praticamente nessuna speranza di respirare, di sopravvivere e di farsi sentire. Il suo destino è di essere dilaniato dai grassi topi degli immondezzai, dato anche il sistema di scaricamento automatico dei cassonetti.

Il compito del Movimento per la Vita è di sostenere e soccorrere la vita umana là dove è più debole e più calpestata. Per questo esso cerca di sostenere con ogni mezzo le donne con gravi problemi durante la gravidanza in modo che non vedano l’aborto come unica soluzione ai loro problemi, poiché l’aborto resta, nonostante la legge, la soppressione del più piccolo, innocente ed indifeso essere umano. E la nostra esperienza ci dice che ogni volta si salvano due vite: del bimbo e della mamma (il libro “…ma questo è un figlio”, ed. Gribaudi, con 26 testimonianze di post aborto ne riporta il dramma).

Per rispondere in modo efficace agli abbandoni dei neonati partoriti in casa ed offrire a queste povere mamme una via di salvezza per il bambino e per sé (quale dramma per una donna che ha lasciato in un cassonetto il proprio bambino!), presi la decisione di tentare la riapertura delle ruote degli esposti, che allora pensavo come una semplice riedizione dello strumento antico (che ha funzionato in Italia dal ‘200 al 1923).

Iniziò un pellegrinaggio che per anni non portò a grandi risultati.

Finalmente all’inizio del 1992 trovai nelle Suore di S. Domenico la disponibilità ad accogliere la ruota che sarebbe stata comunque gestita dal Movimento.

A marzo, due ritrovamenti di bambini (uno in un cassonetto ed un altro nello spogliatoio dei medici in un ospedale) nello stesso giorno mi offrirono l’occasione di contattare il giornalista Filippo Gaudenzi, allora del CR, il quale si coinvolse molto nel nostro progetto di riattivazione della ruota. Il 19 aprile, giorno di Pasqua, Filippo Gaudenzi mandò una mia intervista sull’argomento. Il lunedì si scatenò un uragano di telefonate da tutti i quotidiani d’Italia, mentre il martedì arrivarono ben dodici troupes televisive. La notizia andò in tutta l’Europa e addirittura in America (rivista ‘Life’ e radio Canada). Le suore si spaventarono e si ritirarono, aiutate in questo da ‘personaggi’ locali offesi perché la notizia era passata prima sulle reti nazionali che ai giornali locali. Fu così che decisi di tentare di realizzare l’iniziativa presso la sede del movimento; ma i ‘personaggi’ di cui sopra si coalizzarono trovando porte aperte nell’amministrazione comunale e presso l’USSL. Arrivammo cosi alla data prevista per l’inaugurazione (23 maggio ‘92) e si poté solo presentare l’attrezzo senza attivarlo, nonostante la presenza di molte personalità persino dall’estero (es. il genetista Jeròme Lejeune da Parigi) ed una lettera di incoraggiamento di Madre Teresa di Calcutta.

Allora decisi di rendere l’iniziativa ancora più laica chiamando provocatoriamente la ruota “Cassonetto per la Vita” volendo in qualche modo redimere il cassonetto dell’immondizia da tomba a culla. Fui invitato a parlare dell’iniziativa in molte città e ad Aosta nacque la prima risposta concreta presso il convento di S. Giuseppe, sponsorizzata dal movimento locale e dal vescovo di allora.

Il 10 ottobre ’92 organizzai un convegno dal titolo ‘CASSONETTO PER LA VITA’ al termine del quale venne l’idea di attivare un numero verde che rispondesse 24 ore su 24 (SOS VITA 800813000), affinché in qualsiasi momento una donna disperata potesse trovare aiuto. Naturalmente il telefono ha poi lavorato particolarmente nel salvare bambini dall’aborto.

Compresi subito che per finalmente realizzare l’iniziativa del cassonetto sarebbe stato necessario avere in proprietà la sede e l’incoraggiamento mi giunse dall’Olanda con una prima offerta di 10.000 fiorini, da una suora del Convento di S. Giuseppe Echt.

Finalmente l’otto maggio 1995 si inaugurò nella nuova sede, purtroppo nel silenzio dei mass media, il ‘Cassonetto per la Vita,’ non senza nuovi problemi: il deputato Muzio Angelo mi denunciò per favoreggiamento all’abbandono. Un giudice intelligente archiviò l’esposto con una sentenza esemplare, nella quale diceva fra l’altro: “considerata la finalità e la modalità non può ritenersi contrastante con norme di ordine pubblico e di rilevanza penale: che anzi, può rappresentare l‘extrema ratio in condizioni di assoluta ignoranza e disperazione ed evitare la commissione di gravi reati, di cui talora tratta la cronaca quotidiana.”

Le ruote riattivate in Italia sono ormai parecchie, ma con poca fortuna, poiché per raggiungere queste donne sarebbe necessario riattivare quel gran clamore del ‘92 e non fare propaganda per la riattivazione avvenuta in Germania (dieci anni dopo e col nostro nome) presentandola addirittura come la prima in Europa (Avvenire!) In Germania ed in Svizzera sono state realizzate ruote presso diversi ospedali con discreto successo.

Attivare una ruota (o culla o cassonetto… non importa il nome) non ha solo la finalità di salvare qualche bambino (fosse vero!), ma ha innanzitutto una valenza culturale: l’essere umano a qualsiasi età e condizione ha diritto di essere accolto ed amato!”

 

La storia del cassonetto per la vita (.pdf)