La tutela della vita nascente. 26 novembre 2020 di Marina Casini Bandini

Corso di formazione per operatori di pastorale della salute, cappellani di nuova nomina e loro collaboratori, 23-27 novembre 2020

Ero malato e mi avete visitato. La cura pastorale del malato

 

Il tema è vastissimo e può essere affrontato in vario modo. Devo quindi limitarmi ad alcuni aspetti, declinando il tema della tutela della vita nascente su diversi piani e toccando alcune questioni.

 

La tutela che viene dallo sguardo, ovvero il concepito è “uno di noi”

È particolarmente significativo che si parli di vita nascente dove si parla di persone, compresi i bambini, la cui vita è afflitta dalla malattia e/o dalla disabilità, dove si parla di assistenza e prossimità ma anche di vulnerabilità, povertà, fragilità, di emarginazione. Il tema della vita nascente non è infatti isolato e periferico rispetto a tutte le situazioni in cui la vita umana è spogliata della bellezza, della salute, della ricchezza, della forza, della capacità di muoversi, di comunicare, di relazionarsi… pensiamo a quella devastante disabilità data dalla condizione clinica chiamata stato vegetativo o a una malattia neurologica inguaribile e inarrestabile. Pensiamo anche alla povertà di chi scappa dalla guerra e dalla fame. Nell’ “Evangelium Vitae”, Giovanni Paolo II «Il servizio della carità nei riguardi della vita deve essere profondamente unitario: non può tollerare unilateralismi e discriminazioni, perché la vita umana e sacra e inviolabile in ogni sua fase e situazione; essa è un bene indivisibile. Si tratta dunque di “prendersi cura” di tutta la vita e della vita di tutti. Anzi, ancora più profondamente, si tratta di andare fino alle radici stesse della vita e dell’amore» (EV, n. 87).

Tuttavia, l’ultimità dell’essere umano in età embrionale è in qualche modo il simbolo di tutte le altre ultimità, povertà, fragilità. Tutti i nati hanno comunque qualcosa: la visibilità immediata, la possibilità di emettere un vagito (pensiamo ai bambini salvati dai cassonetti, grazie a ci ha ascoltato il loro flebile vagito), un vissuto di relazioni, la capacità di suscitare dei sentimenti, il ricordo lasciato negli altri… qualcosa che in qualche modo li tutela rendendoli presenti, in certo senso interlocutori. L’unica cosa che possiede il concepito è la vita, la sua appartenenza alla famiglia umana. È il “più povero dei poveri” (Santa Teresa di Calcutta); «ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore» (Papa Francesco, 20 settembre 2013). La sua tutela è lo sguardo degli altri che ne riconosce l’umanità, che lo riconosce come “uno di noi”. Quando poi il concepito si trova nel grembo della sua mamma, la forza e il coraggio della sua mamma sono la sua forza e il suo coraggio, la sua prima tutela. Ma purtroppo, spesso, le difficolta, i timori, fiaccano e rendono fragile anche la mamma, specialmente quando ci sono intorno a lei pressioni, condizionamenti, una mentalità che oscura il fatto che ci sia in gioco la vita di un figlio e quindi un insieme di cose la spingono a disfarsi di quel figlio che ancora non si vede, non si tocca, non si sente. Ma accanto alla povertà del bambino non nato, c’è anche la povertà della madre. È una vittima anche lei. Al di là dell’apparente “banalizzazione” dell’aborto, sacerdoti, psicologi e psichiatri testimoniano l’inquietudine, spesso tormentosa, di una maternità innaturalmente stroncata. A ben guardare attorno al bambino cui viene impedito di nascere ci sono anche altre povertà: quella del padre, della famiglia, della società nel suo complesso. Quindi se e vero che tutta la vita è da tutelare, e anche vero che, proprio per la sua particolare “nudità”, lo sguardo sul concepito e la cartina di tornasole, la prova del nove di ciò che si pensa di tutto l’uomo in qualsiasi altro momento della sua esistenza, dei diritti dell’uomo, della dignità umana, del principio di uguaglianza, perché il giudizio di valore può apprezzare soltanto la “nuda umanità” e non altro. «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono» (“Deus Caritas est”, n. 28). E infatti, per restare sul piano più vicino a questo convegno, nella logica dell’aborto è già iscritta la logica dell’eutanasia. L’eutanasia è figlia dell’aborto. Se accettiamo di uccidere l’uomo che ha di fronte a sé tutta la vita e che non chiede la morte, diventa facile poi dare la morte a chi la chiede (da non trascurare la spinta della cultura anti-solidaristica e meditiamo sulla frase «Si può dimenticare il degrado del proprio corpo se lo sguardo degli altri è pieno di tenerezza»). Riconoscendo “uno di noi” in ogni figlio, concepito che sia naturalmente o in provetta, si accumulano risorse intellettuali e morali per rinnovare l’intera società in una logica di solidarietà, di eguaglianza e di giustizia sociale.

 

La tutela che viene dalla ragione, ovvero lo sguardo della mente

Per “scartare” il concepito anche mentalmente, cioè per cancellarne la identità umana, viene spesso usato l’argomento che solo i cattolici riconoscono nell’embrione umano uno di noi. Invece il fondamento della difesa dei bambini non nati è la ragione, la quale oggi è divenuta scienza che vede l’umanità del concepito. Perciò è importante ricorrere ad argomenti di ragione per cambiare la società. Papa Francesco: «No: è un problema prereligioso. La fede non c’entra. Viene dopo, ma non c’entra: è un problema umano. È un problema pre-religioso. Non carichiamo sulla fede una cosa che non le compete dall’inizio. È un problema umano. Soltanto due frasi ci aiuteranno a capire bene questo: due domande. Prima domanda: è lecito eliminare una vita umana per risolvere un problema? Seconda domanda: è lecito affittare un sicario per risolvere un problema? A voi la risposta. Questo è il punto. Non andare sul religioso su una cosa che riguarda l’umano. Non è lecito. Mai, mai eliminare una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema» (25 maggio 2019). Non mi dilungo oltre, perché almeno in questa sede il discorso è chiaro.

 

La tutela che viene dallo stupore, ovvero la meraviglia della vita umana e la forza persuasiva del bene

Non possiamo negare che a livello planetario, si sta consumando nel campo della vita nascente il più grande sovvertimento dei diritti dell’uomo. Le aggressioni contro la vita umana (e la famiglia) sono divenute sempre più frequenti e sofisticate. Papa Francesco al paragrafo 18 della Fratelli tutti parla chiaramente dello scarto mondiale: «Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti. In fondo, le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili, se “non servono ancora” – come i nascituri –, o “non servono più” – come gli anziani. Siamo diventati insensibili ad ogni forma di spreco, a partire da quello alimentare, che è tra i più deprecabili». Lo scarto che riguarda i nascituri è veramente drammatico perché prima che fisico, è mentale: risiede nel pensiero, nella mente, nel cuore. Il loro scarto non è considerato uno scarto, ma un “diritto”; “scelta di libertà”; una “conquista”; un “progresso civile”. E allora ecco che si parla di aborto come “diritto umano fondamentale”, si rivendica il “diritto al figlio” (incoercibile!), il “diritto a diventare genitori”, si rivendicano i “diritti della scienza”. In tutti questi casi, le pretese, le rivendicazioni e i reclami non si fermano di fronte alla morte inflitta ai molti figli in viaggio verso la nascita o appena generati in provetta, né si fermano davanti alle possibili manipolazioni della genitorialità. Insomma, si vuole legittimazione giuridica, assistenza sanitaria e consenso sociale. Rispetto alle offese, pur gravissime e diffuse, riguardanti altre fasi della vita umana, quelle che si dispiegano nell’area della vita nascente presentano una caratteristica peculiare: l’attacco ha come obiettivo quello di cambiare il modo di pensare dei popoli, cioè di cambiare i criteri del giudizio morale e giuridico. Davanti un orizzonte così, non possiamo limitarci a denunciare il male, dobbiamo esserne certamente consapevoli e capaci di giudicare la cultura dello scarto (non le persone) individualista e utilitarista, ma come più volte è stato detto, non è sufficiente dire dei “no”, ma è necessario proclamare dei “si”. Non si tratta di fare scudo al passato, ma di edificare l’avvenire su un più alto livello di civiltà e di umanità, di costruire con tutti gli uomini di buona volontà la civiltà della verità e dell’amore. Insomma, occorre superare il male mediante la forza persuasiva del bene, cercando di osservare lo splendore di ciò che è vero e giusto riguardo alla vita umana che inizia anche in relazione al tema della famiglia e della complementarietà sessuale. Mostrare la bellezza dell’esistere come figli generati. Davvero ogni concepimento di ogni figlio ha il sapore del miracolo e ogni figlio è la creazione in atto perché della creazione è il capolavoro. Oggi la scienza in questo ci può aiutare moltissimo. Pensiamo al big bang che ha dato origine all’universo com’è simile al big bang che ha dato inizio a ciascuno di noi: in quel punto c’è già tutto, c’è solo bisogno di tempo e di spazio pe manifestarsi per ciò che già si è. Pensiamo alla forza persuasiva della testimonianza, alla presenza nella nostra società di realtà a sostegno della vita nascente. Ci deve dare fiducia sapere che il Vangelo della Vita è nel cuore di tutti.

 

La tutela del linguaggio, ovvero la parola salva la vita

Per tutelare la vita nascente, anche il linguaggio ha la sua importanza. La parola salva e la parola uccide. La parola svela e la parola copre. Non dimentichiamo che per uccidere bisogna mentire (“Il lavoro rende liberi” era il motto posto all’ingresso di diversi campi di concentramento nazisti). Per sopprimere l’altro bisogna negarne l’umanità, diminuirne o azzerarne la dignità. Minimizzarlo. Pensate a certe espressioni linguistiche, talvolta sigle, che occultano la verità ed esaltano ciò che invece si vuol far apparire (antilingua). IVG, facilitazione dell’IVG, aborto terapeutico, PMA, GPA (gestazione per altri), gestazione solidale, prodotto del concepimento, preembrione, “grumo di cellule”, corpo “embrioide”, ootide, vita potenziale, uomo in potenza, nutrizione forzata, “terapia finalizzata allo scopo suicidario”… Ma anche senza ricorrere a espressioni nuove viene trasformato il significato di parole comuni come persona (diverso da essere umano), dignità (come qualcosa di graduabile), libertà (come facoltà di fare ciò che si vuole). Diritto alle terapie e diritto alla salute (selezione eugenetica degli embrioni o sperimentazione sugli embrioni). Ma c’è anche il silenzio delle parole: la censura. Esempio Convenzione diritti fanciullo. Le nostre parole davvero possono salvare, che differenza se diciamo: bambino non nato, essere umano nella fase più giovane della sua esistenza, il più bambino dei bambini, essere umano, uno di noi, figlio, aborto, fecondazione artificiale, utero in affitto… Ovviamente: verità e carità.

 

La tutela che viene dal diritto, ovvero la forza organizzata a servizio dei più deboli

Capitolo importante e complesso! La “congiura contro la vita” sferra i suoi attacchi più conturbanti sul piano legislativo e politico. Certo che il diritto ha il compito identitario di difendere la vita. “Hominum causa omne ius constitutum est” (Giustiniano). La forza a servizio dei deboli! Eppure, purtroppo il diritto si è avviato verso una deriva. Ci sono per la verità dei documenti anche autorevoli che pongono lo sguardo sul concepito e sui suoi diritti fondamentali, ma certamente nel complesso la situazione è molto triste. Si pensi alla “intoccabilità” della legge 194, alle demolizioni della legge 40, alle “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine” e alla Determina dell’AIFA n. 998 dell’8 ottobre 2020.

A proposito di diritto facciamo due precisazioni. La prima: affermare la tutela della vita nascente non è la stessa cosa che affermare la tutela del diritto alla vita dei nascituri. Si possono tutelare anche gli oggetti: opere d’arte, piante, ambiente. Anche l’articolo 1 della legge 194 dice che la Repubblica tutela la vita umana sin dal suo inizio. Ma qual è la ragione della tutela? Il concepito è qualcosa o qualcuno? Un oggetto o un soggetto? Una cosa o una persona? Un fine o un mezzo? Se diciamo diritto alla vita, usciamo dall’ambiguità e chiariamo che in gioco è la vita un essere umano (persona). Un’altra precisazione: depenalizzare non significa trasformare il delitto in diritto. Se lo Stato rinuncia alla sanzione penale, non deve rinunciare a tutelare il diritto alla vita. In questa prospettiva sarebbe auspicabile una profonda riforma dei consultori familiari affinché diventino luoghi in cui con chiarezza lo Stato si pone dalla parte del diritto alla vita e della maternità durante la gravidanza. Ma sappiamo qual e lo stato di decadenza dei consultori in ordine alla difesa della vita nascente… Oggi giustamente si punta molto a far sì che lo Stato e la società adottino tutte le misure socio-economiche opportune per superare le difficoltà della maternità. Giustissimo e doveroso. Esse sono anche una indicazione dei valori in gioco. Ma non è sufficiente, perché il principio di autodeterminazione è corrotto fino al punto di pretendere la libertà di eliminare il figlio, e quindi può esigere le misure suddette solo in nome della libera scelta della donna che desidera la maternità. Ma la tutela del diritto alla vita del concepito esige il coraggio materno e familiare della sua accoglienza anche quando non è desiderato. E su questo punto che devono attivarsi le difese del “più povero dei poveri”. Poiché ormai esse risiedono nella coscienza individuale e collettiva, su questa il diritto deve operare. Il diritto non è soltanto un complesso di comandi e divieti: e anche una “guida all’azione”. Perciò è indispensabile che il riconoscimento del concepito come un essere umano, un soggetto, uno di noi, un uguale in dignità e diritti, trovi espressione formale nella legge. La conseguenza non è necessariamente una generale sanzione contro l’aborto, ma una azione educativa ad ogni livello. La legge come indicatore di valore, può fare molto, non per punire, ma per incoraggiare all’accoglienza.

 

La tutela che viene dagli obiettori di coscienza

I medici e il personale sanitario obiettore sono operatori di giustizia. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma che il fondamento della giustizia è il riconoscimento della inerente e uguale dignità di ogni essere umano, dunque anche del concepito. Non mi soffermo sul fondamento costituzionale e internazionale del diritto di sollevare obiezione di coscienza. Nell’ordinamento italiano e prevista l’obiezione anche in materia di sperimentazione animale, ma essa non è contrastata né è avversato il suo esercizio. Viceversa, l’obiezione di coscienza all’aborto è stata addirittura oggetto di una campagna abolizionista che esalta la “non obiezione” e sono ripetute le affermazioni secondo cui «la possibilità dell’obiezione di coscienza dei medici andrebbe semplicemente abolita». Perché? La risposta viene dalla Cassazione che nel 2013 si è così pronunciata in una sentenza: «Il diritto di aborto è stato riconosciuto come ricompreso nella sfera di autodeterminazione della donna». Questo e il punto. Ecco la progressiva deriva sia nel campo del diritto, sia in quello della sensibilità popolare. In nome della libertà si uccide. È il sovvertimento massimo della libertà.

È recente il caso del medico ginecologo condannato dalla VI sezione penale della Cassazione per delitto di rifiuto atti ufficio poiché non ha voluto collaborare a due diversi aborti farmacologici. Che cosa è successo? È successo che si è data dell’obiezione di coscienza una interpretazione restrittiva non tenendo conto del nesso causale tra le varie fasi dell’intera procedura abortiva. Non è questa la sede per una disamina del caso, ma quello che voglio mettere in evidenza è un clima di avversione nei confronti dell’obiezione di coscienza che si spiega con il rifiuto di considerare colui che vive e cresce nel grembo della mamma un figlio, un essere umano a pieno titolo, uno di noi. Oggi la questione si pone seriamente per il farmacista, specialmente dopo che l’ultima determina dell’AIFA ha eliminato l’obbligo di ricetta medica per le minorenni.

 

La tutela che viene dalla prevenzione post-concezionale. Ovvero “le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita ma superando insieme le difficoltà”

Il tema della prevenzione è visto solo in chiave pre-concezionale, ma è riduttivo. Esiste anche una prevenzione a concepimento avvenuto (prevenzione postconcezionale). Talvolta si arriva addirittura a considerare l’aborto prevenzione. A livello sociale il timore nei confronti della disabilita e il non accettarla inducono spesso alla scelta dell’aborto, configurandolo come pratica di “prevenzione”. Culturalmente il più grande fattore di prevenzione è il riconoscimento del concepito come uno di noi accompagnato dalla prossimità verso la mamma che si trova in difficoltà. Questa prossimità è messa in atto da alcune realtà come i Centri di Aiuto alla Vita e dai servizi ad essi collegati Progetto gemma e SOSVita, le case di accoglienza, il “Cuore in una goccia”, le case famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII. Bisogna diffondere di più la conoscenza del parto in anonimato e delle “culle”, le moderne ruote che oltre a essere un pronto soccorso, sono simbolo di una comunità che accoglie. A questo proposito, si è saputo di due redenti casi, e non è la prima volta purtroppo, del bambino trovato tra i rifiuti e di quello buttato dalla finestra. Gesti così terribili, sono il frutto di grossi disturbi o di un vissuto e/o di un contesto umano che avrebbe dovuto essere aiutato a sfociare in un percorso di risanamento e quindi di accoglienza verso la nuova vita. Cosa poteva essere fatto per evitarle per tutelare sia il figlio che la sua mamma? È assurdo invocare l’aborto come alternativa al rifiuto brutale di bambini neonati. È solo un modo di non esser disturbati dall’orrore a cui possono portare certi drammi esistenziali, ma se il tutto avviene nel grembo materno, non ci scomponiamo. C’è dunque un collegamento stretto tra l’aborto e abbandono di un neonato nel cassonetto o sul ciglio della strada. È il rifiuto dell’accoglienza di un altro, del figlio. Quel figlio nella sostanza è sempre lo stesso, sia che sia stato appena concepito, sia che sia appena nato, sia che abbia un mese o due o tre, o che abbia tre, quattro o cinque anni. Ecco l’importanza della tutela della vita nascente anche attraverso una sempre maggiore diffusione della conoscenza dei centri e dei servizi di aiuto.

 

Conclusione

Vorrei poter dire molte altre cose, soffermandomi in particolare sull’alleanza tra la donna e la vita nascente. Le donne possono fare molto per tutelare la vita! Ma il tempo stringe. Concludo con l’appello che si trova nell’Evangelium Vitae (n. 5): «rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità!»

 

La tutela della vita nascente – 26 novembre 2020 (.pdf)