La verità sul fine vita di Massimo Gandolfini, Comitato Difendiamo i Nostri Figli

Eminenza Reverendissima, Reverendi Prelati e stimati Amici, innanzitutto il mio vivo grazie per aver dato vita a questo prezioso e, auguriamoci, proficuo incontro.

Considerata la brevità del tempo a disposizione, ho scelto di non entrare in questioni di ordine bioetico e giuridico, che altri competenti Amici affronteranno certamente con grande lucidità. Vorrei, invece, portare la mia esperienza di 42 anni di professione medica ed in particolare di neurochirurgo (la neurochirurgia è una specialità che ha molto a che fare con aspetti delicatissimi del vivere umano: stati vegetativi, gravi e gravissime disabilità fisiche e cognitive, tematiche di fine vita, rischio di accanimento terapeutico inutile e dannoso, rischio altissimo di derive eutanasiche, sedazione del dolore e medicina palliativa). Sono centinaia (o migliaia) i casi clinici concreti di “fine vita” che ho dovuto affrontare.

Ecco in estrema sintesi la mia esperienza (peraltro condivisa da numerosissimi colleghi):

  • Il Paziente ha forte desiderio di essere ascoltato, consigliato ed aiutato a decidere.
  • Il Paziente chiede fortemente una relazione di cura, chiara e ricca di speranza
  • Il Paziente vive una sola vera paura: sentirsi ABBANDONATO
  • Le dinamiche familiari/parentali so- no le più varie, ma in denominatore comune è rappresentato da una forte influenza che il medico può E ci si rivolge al medico in quanto garante di professionalità ed umanità, nell’ottica di un’azione che difenda la vita, tuteli la salute e lenisca il dolore
  • NON ho mai ricevuto una sola richiesta – neppure velata o indiretta – di “aiuto a farla finita”; richiesta di vincere il dolore certamente sì, ma di morire, altrettanto certamente NO
  • Anche in ordine al “consenso informato”: ricordare l’esperienza circa i pazienti affetti da SLA

La professione medica esige il rispetto del Codice Deontologico e l’ontologia ippocratica dell’ars medica che giammai consente al medico di trasformarsi in ATTORE DI MORTE. Non si studia per anni e anni per somministrare una flebo di KCl o staccare la spina di un ventilatore meccanico!

Uno sguardo (rapido) a quanto sta accadendo in Paesi che hanno legalizzato l’eutanasia/suicidio assistito.

OLANDA: 2001 depenalizzazione; 2002 legalizzazione; 2004 protocollo di Groningen “eutanasia a minori di 14 anni, vittime di malattie inguaribili che provocano sofferenze fisiche o psichiche giudicate intollerabili”. Oggi In olanda e Belgio i morti per eutanasia sono il 4% delle morti totali, l’1% per suicidio assistito. Inoltre: dei morti per eutanasia circa il 2% è stata comminata SENZA RICHIESTA del paziente !!! Si aggiunga che il New England Journal of Medicine (2010) ha pubblicato che in Olanda il 23% delle morti per eutanasia non vengono riportate (nel 2010: 3695 morti per eutanasia ufficiale + 23% = 4544 reale)

REGNO UNITO: il “Liverpool Care Pathway (2012): compilazione di una “death list” di pazienti terminali che a giudizio medico – SENZA CONSENSO del soggetto o dei parenti – vengono privati di NIA fino al sopraggiungere della morte. Le cliniche che applicano il “protocollo” in denaro perché eliminano “pazienti che pesano sul sistema sanitario nazionale”.

Si va verso l’EUTANASIA DI STATO (casi Charlie e Alfie)

Alcuni dati sullo “stato dell’arte” in BELGIO e OLANDA:

  • 2006 -2016: incremento di morti per eutanasia del 317%
  • Eutanasia per problemi psichici (forti depressioni): 32% (un soggetto su tre!)
  • Eutanasia per diagnosi di demenza: 109 nel 2015, 141 nel 2016, in incremento
  • Altri motivi che spingono a richiedere eutanasia: perdita del coniuge/partner/compagno,a; alcoolismo, trauma da stupro, fallimento economico, dipendenze
  • Raccontare il “Caso Mirarchi” al Pennsylvania University Hospital nel 2016

 

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