La vita come una questione sociale: il diritto alla vita come problema politico di Carlo Casini

Relazione al Convegno mondiale dei Movimenti per la vita, Roma, 3.10.1995

 

1.Rileggo un passaggio particolarmente impressionale dell’Evangelium Vitae: “Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente con immutato coraggio di dover dar voce a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanto sono minacciati, disprezzati ed oppressi nei loro diritti umani” (Ev. :1).

A quale categoria di persone si riferisce Giovanni Paolo 11? Lui stesso risponde subito: “Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare i bambini non ancora nati” (Ev, 5). Dunque i bambini non ancora nati, sia pure in un orizzonte più ampio, assumono le caratteristiche di una categoria emblematica. Del resto il Pontefice chiarisce che in tutta l’Enciclica intende concentrare l’attenzione su un certo tipo di attentati, quelli “concernenti la vita nascente e terminale che presentano caratteri nuovi e sollevano problemi di singolare gravità” (Ev, l 1). Ho detto che il testo che ho letto è impressionante. Lo è, in primo luogo, perché ha la forza di una triplice ripetizione: il pensiero si trovava già nella Centesimus annus e nella lettera inviata a tutti i vescovi del mondo nella Pentecoste del 1991. Lo è, in secondo luogo, perché mostra fino a che punto la difesa della vita sia considerata non “una” questione, ma “la” questione del nostro tempo. Da oltre 100 anni si è andata formando la moderna dottrina sociale della Chiesa. Essa approda di fronte al bambino non ancora nato come a un esito conclusivo e riassuntivo. Nel riconoscimento del suo diritto alla vita è verificata fino in fondo la coerenza di un pensiero che ha per base la dignità della persona umana e contemporaneamente è posta la forza intellettuale e morale per rinnovare l’intera società in tutti gli orizzonti.

2.Il testo è impressionante anche per una terza considerazione. Esso contesta radicalmente il diffuso modo di pensare per cui l’aborto interpellerebbe soltanto la coscienza individuale (Ev, 68; 70). Alla coscienza fanno riferimento soprattutto quei politici che intendono sbarazzarsi di una difficoltà politica lacerante. Dichiarare che “l’aborto è solo questione di coscienza” è infatti il presupposto su cui viene costruita la tesi della neutralità della politica rispetto alla tutela del diritto alla vita. Essi pensano, così di non negare il valore della vita e di vestire il loro disimpegno politico con la nobiltà di una parola densa di significato etico. In realtà non affideremmo soltanto alla individuale coscienza la vita di una persona già nata. Perciò nel nostro campo il richiamo alla sola coscienza, se non manifesta un inaccettabile relativismo etico (Ev, 24; 70), esprime una iniqua discriminazione ovvero la riduzione del giudizio sull’aborto a una questione di morale sessuale, il che equivale alla negazione dell’identità umana del concepito.
Per affermare in modo convincente che la tutela della vita nascente costituisce la “nuova questione sociale” occorre uno sguardo contemplativo (Ev, 80), cioè uno sguardo umano fatto di ragione e dì percezione del mistero presente in ogni essere umano. È uno sguardo che si pone la domanda sul senso del vivere ed investe perciò, necessariamente, la dimensione religiosa. È un tale sguardo che ci consente di qualificare ogni essere umano (la cui esistenza è percepibile dalla ragione) inevitabilmente come “persona”, cioè come fine e mai come mezzo, come soggetto e mai come oggetto (intuizione o dimostrazione religiosa). Parlo di dimostrazione pensando a Dio Creatore e, per i cristiani Padre e Redentore che chiama a un destino di vita senza limiti (Ev, cap. II). Parlo di intuizione pensando all’universale moderno riconoscimento della dignità umana e dei diritti umani fondamentali. Non è forse una parola “misteriosa” la dignità umana? E come è possibile affermare dei diritti inerenti alla natura umana e perciò precedenti ogni legge ed anzi misura della giustizia delle leggi se non superando la logica di una visione materialista? Poiché il diritto alla vita è il primo tra tutti, affermarlo non significa riconoscere che l’esistenza dell’uomo ha in sé un valore indipendente e precedente la qualità della vita? (Ev, 23) che lo separa al di sopra di tutto l’universo materiale? In verità sulla questione della vita nascente e morente si gioca oggi la partita ultima tra materialismo e personalismo. La carta sui diritti dell’uomo e le Costituzioni che affermano la dignità di ogni essere umano sono, sotto questo profilo, documenti religiosi. Il non credente intuisce ciò che l’uomo di fede dimostra. O meglio, anche la dichiarazione universale del 1948 fornisce una dimostrazione ricavata dall’esperienza di tutta la storia umana, particolarmente del nostro secolo. Ogni qual volta che la uguale dignità umana è stata negata la società è divenuta una giungla dominata dalla violenza. E proprio all’esperienza dell’olocausto e degli effetti nefasti delle dottrine razziste e totalitarie che la ‘dichiarazione fa espresso richiamo per affermare l’uguale dignità e gli uguali diritti umani come antidoto al ripetersi delle tragedie. Ma si tratta di una dimostrazione ex post ed in certo senso utilitarista che peraltro si incontra con la dimostrazione ontologica della Fede. Questo dimostra fino in fondo ciò che gli uomini come tali intuiscono e postulano. Per questo Giovanni Paolo II non esita ad usare gli aggettivi più forti e qualifica inquietante e scandaloso il contrasto tra la dottrina dei diritti umani e la negazione del diritto alla vita dei nascituri (Ev, 18). Quel che qui preme sottolineare è che noi non abbiamo che un solo argomento tanto forte quanto molto spesso eluso con giri di parole, come “vita potenziale”, o vita “in formazione”. In realtà la questione dell’aborto e delle uccisioni di embrioni nell’esercizio della procreatica è la “nuova questione sociale” perché il concepito è un essere umano e perché è inammissibile la distinzione tra uomo e persona (Ev, 60). Dobbiamo renderci conto che non è possibile la pretesa di introdurre il diritto alla vita nella politica senza l’ardimento di affermare che il concepito è persona. Dico ardimento, non per sottolinearne la temerarietà, ma perché penso all’uguale ardimento di chi già in passato ha lottato per il riconoscimento della uguale dignità degli schiavi, dei figli, delle donne, dei neri, volta a volta considerati in leggi e sentenze di ordinamenti per altri versi evoluti “non persone” o, addirittura, oggetti (Gaio, istituzioni, e più di recente sentenza Dred Scott della Corte suprema Statunitense, pronunciata nel 1857). La teoria dei diritti umani è inutile se diviene incerto il soggetto che ne è titolare. Gli uguali diritti non evitano la discriminazione se alcune categorie di esseri umani vengono sottratti alla categoria dei soggetti. Tanti anni di impegno per il diritto alla vita mi hanno convinto che è inutile discutere di leggi se prima la legge non riconosce che tutti gli umani, fin dal concepimento, sono soggetti per il diritto. La strumentazione della tutela può essere opinabile e contrattabile, ma non si può negoziare su questo punto. Esso delinea la distinzione tra quanti stanno dalla parte della vita e quanti sono contro di essa. In Italia il Movimento per la vita ha già presentato una proposta di legge di iniziativa popolare fatta di poche parole, quante bastano per dire che tutti gli uomini sono soggetti per il diritto fin dal concepimento e condurrà una strenua battaglia perché la politica ne discuta a fondo.
3.Di fronte al concepito-persona siamo chiamati a dare pienezza di verità a tutti i concetti fondamentali del nostro moderno vivere civile: eguaglianza, libertà, solidarietà, laicità, democrazia, diritto e stato di diritto, pace. La sfida è lanciata alla cultura politica moderna sul suo stesso terreno. Possiamo farlo solo affermando il concepito-persona. Ogni argomento meriterebbe una separata trattazione e non posso farlo. Basti il rinvio alla lettura dell’Evangelium vita (in particolare nn. 12, 18, 20, 70, 72, 76, 96, 101). Propongo soltanto alcune domande alla cultura moderna. La libertà è la capacità di amare l’altro o la facoltà di autorealizzarsi anche a costo di calpestare l’altro? L’altro è il limite o il termine, la ragione stessa della libertà? Se il concepito è persona non deve essere qualificato come “povero”, anzi il più povero tra i poveri? Come conciliare solidarietà e attenzione privilegiata agli ultimi con la sua negazione e soppressione? La democrazia è soltanto metodo o anche sostanza, cioè conseguenza del principio di eguaglianza? La legge ha valore solo perché è posta della forza oppure è giudicata dalla giustizia? Che cosa distingue lo Stato da un’associazione a delinquere ben organizzata? Non è forse la vita la ragione della pace? Non è forse la guerra il fatto degli Stati che si organizzano per uccidere? Su un punto voglio soffermarmi perché un chiarimento è indispensabile per essere efficaci nella politica. Spesso i difensori del diritto alla vita sono accusati di essere integralisti e di pretendere l’imposizione per legge della loro credenza. L’obiezione sarebbe vera se lo sguardo che riconosce il concepito non fosse uno sguardo semplicemente umano. Una domanda: agire laicamente significa essere privi di ogni principio, oppure la grande cultura laica è quella che pretende di avere come unici punti di riferimento l’uomo e la ragione a prescindere dalla diversità delle fedi? Una constatazione. In passato, è vero, la Chiesa ha domandato al potere civile protezione della Fede. Ma proprio sulla questione del diritto alla vita giunge a compimento oggi un’autentica rivoluzione copernicana. L’interesse confessionale e clericale suggerirebbe prudenza. Perché ingaggiare una battaglia così aspra che genera inimicizie, emarginazioni e vendette? Ma è in gioco l’uomo, non la Fede ed è la società civile che ha bisogno della forza della visione religiosa per ritrovare saldezza nei suoi obiettivi. L’uomo è la via della Chiesa e la Chiesa non può dimenticarlo anche se deve affrontare rischi, fosse anche l’abbandono della fede da parte di alcuni incapaci di capire.
4.Alcuni commentatori hanno cercato di togliere vigore all’Enciclica pontificia limitandone il contenuto alla sfera morale o degli ideali tanto lodevoli quanto lontani nella loro realizzabilità. Non è così. L’appello a una mobilitazione generale (Ev, 95) è rivolto a tutti ed anche ai politici elencati tra coloro che si trovano in prima linea nella difesa della vita insieme a vescovi, sacerdoti, genitori, educatori, intellettuali, giornalisti, donne. Anzi nei confronti della politica l’appello è particolarmente pressante e severo. Proprio perché “sul riconoscimento del diritto alla vita si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica” (Ev, 2), l’aspetto “più sovversivo e conturbante”, di ciò che il Papa non esita a chiamare “cultura di morte”, “struttura di peccato”, “guerra dei potenti contro i deboli”, “congiura contro la vita” (Ev, 12) si trova “sul piano culturale, sociale e politico” (Ev, 18) perché è proprio la politica che ha trasformato il delitto in diritto (Ev, 11, 68, 72 e passim). I politici non debbono perciò dare il loro consenso a leggi contrarie al diritto alla vita e debbono adoperarsi per rimuoverle o almeno correggerle dove già esistono (Ev, 73 e ssg.). Più in generale bisogna anzi affermare la centralità politica del diritto alla vita, come tale condizionante i voti popolari, le alleanze tra i partiti, i programmi di governo, se è vero, colme vera che la protezione della dignità di tutti è precipuo compito della comunità politica. Non so se questo avvenga in tutte le nazioni, tua da noi in Italia il Movimento per la vita incontra qualche difficoltà per il tatto che esso cerca di toccare anche il livello politico. Rispondo, confortato dalla parola del papa, con due considerazioni. La prima: dire che chi intende difendere la vita deve solo occuparsi di assistenza alle madri e alle famiglie in difficoltà ed anche di educazione, ma non deve occuparsi di politica è come dire che il bambino non nato non è un bambino. Dimostreremmo di non riconoscere pienamente il concepito come persona se non ponessimo domande alla politica, la quale deve occuparsi del bene comune e di quello di tutti. La seconda: è diffusa l’idea che la politica sia territorio di corruzione, di arrivismi personali, di compromessi. Di fatto ciò è largamente vero, ma secondo la sua verità la politica è altra cosa: è servizio prestato soprattutto ai più deboli per collocare l’uomo al centro della società. Perciò impegnandoci per il diritto alla vita noi osiamo pensare che non soltanto lavoriamo per l’uguaglianza, la libertà, la democrazia, il diritto e la pace, ma anche per restituire alla politica la sua verità.
5.”Il servizio della carità nei confronti della vita deve essere profondamente unitario: non può tollerare unilateralismi e discriminazioni… Si tratta, dunque, di prendersi cura di tutta la vita e della vita di tutti” (Ev, 78). Dopo essersi lungamente soffermato sulla vita nascente e morente (ma anche sui problemi demografici, sulla pena di morte, sul trapianto di organi, sulla sessualità e sulla famiglia) Giovanni Paolo II torna a pensare alla lunga serie di attentati alla vita che già aveva enumerato il Concilio vaticano II (G. e S. 27; Ev, 3 e 10) dalle guerre, al traffico di armi, allo spaccio di droga etc. L’ampiezza di orizzonte deve essere cercata soprattutto a livello politico. Battersi per il diritto alla vita del non nato significa porre la prima pietra, ma l’edificio intero va costruito. Non si tratta di restaurare un edificio antico, ma di costruirne uno nuovo. È doloroso che l’impegno per la vita sia da molti considerato segno di mentalità conservatrice. È vero esattamente il contrario. Se come accade nella storia umana si mescolano stati d’animo e aspirazione diverse, bisogna purificarci. Lottare per la vita significa cercare il nuovo. È una nuova società segnata dalla civiltà dell’amore quella verso cui il Papa domanda una grande strategia (Ev, 95). Un tale atteggiamento deve caratterizzare i difensori della vita sempre, ma particolarmente quando cercano di influire sul livello politico. Del resto la storia dell’umanità può essere interpretata come un faticoso cammino verso un sempre più compiuto riconoscimento della dignità umana. La piena affermazione del diritto alla vita sta quindi nel futuro, non nel passato. E forse il tempo presente, con le sue tragiche sfide inedite, è proprio il tempo opportuno, il tempo che ci è dato da Dio, che sa volgere al bene; inedite, perché, a partire dallo sguardo contemplativo verso il più piccolo e il più povero, si compia un salto di qualità e si completi la tensione verso l’eguaglianza, la libertà, la giustizia e la pace che ila percorso tanti secoli alle nostre spalle.
6.Siamo qui riuniti come Movimento per la vita da molte parti del mondo. Perciò dobbiamo riflettere anche su come noi possiamo influire sulla politica. Probabilmente l’approfondimento avverrà nei gruppi linguistici. Ma io vorrei avviare la riflessione con alcune indicazioni. Fin qui ho illustrato l’Evangelium Vitae. Ora la responsabilità di ciò che dirò è prevalentemente mia, anche se tengo conto del documento pontificio, che costituisce la nostra “magna charta” che delinea in modo organico la strategia complessiva.
a) La politica ha le sue leggi. Specie nelle democrazie gli orientamenti non vengono determinati dai semplici desideri o soltanto da ragionamenti in sé perfetti. Contano molto i rapporti di forza e questi dovrebbero essere determinati dall’elettorato. Perciò, in primo luogo, non possiamo pensare ai nostri movimenti come a gruppuscoli di poche persone pronte soltanto a denunciare infedeltà e tradimenti. È indispensabile che ogni movimento nazionale divenga un’associazione vasta, diffusa sul territorio, capace di decisioni unitarie. Solo così possiamo sperare di influenzare la politica. Ciò comporta una serie di conseguenze.
aa) Non giova la frammentazione in tanti gruppi con stili di azione talvolta contrapposti. Si dovrebbe tentare in ogni nazione di costituire un’unica associazione, o almeno — laddove la storia ha fatto spontaneamente proliferare realtà diverse — un coordinamento nazionale. Credo che la relativa credibilità del Movimento per la vita italiano derivi in buon parte proprio dalla sua unità e dalla sua organica articolazione sul territorio.
bb) Dobbiamo essere consapevoli ed umili. L’appello di Giovanni Paolo II è a tutta la comunità cristiana, non a caso chiamata “popolo della vita”. Nei paesi ove esistono più confessioni religiose è auspicabile — e spesso già è realizzato — qualcosa di simile a un “ecumenismo della vita”. La nostra forza non starà mai nel nostro numero ma nel valore che proponiamo, al cui servizio vi sono forze infinitamente più vaste ed organizzate di cui dobbiamo almeno spiritualmente, sentirci parte. È opportuno, perciò, un confidente rapporto di amicizia, senza la pretesa di avere un monopolio, ma solo mettendo a disposizione la nostra passione e la nostra conoscenza. L’impegno per la vita richiede un’approfondita La informazione e un intelligente discernimento che suppone una quotidiana attenzione che non tutti possono avere.
cc) Al fine di rendere visibile ciò che è ontologicamente vero, che cioè che la difesa della vita nascente e morente implica un servizio a tutti i poveri e gli emarginati è quanto mai opportuna una amicizia e un collegamento con tutte le associazioni di volontariato che operano nella carità verso gli ultimi. Madre Teresa di Calcutta, che noi abbiamo proclamato presidente onorario mondiale dei Movimenti per la vita impersona in sé stessa l’ampiezza di orizzonti e la grande determinazione nel sostenere il diritto alla vita dei bambini non nati. Pochissimi possono tentare di imitarla. È allora necessario un collegamento con le varie forme di volontariato di carità in modo che tutti, come è nella realtà, appariamo un’unica forza disposta su vari fronti accumunati dall’ideale comune di servire la dignità umana. In tal modo la nostra voce sarà più autorevole.
dd) Ci sono i casi in cui occorre la denuncia ferma anche verso fratelli di fede. Ma la linea ordinaria è quella che scopre il bene e lo valorizza, che cerca amicizia e si sforza senza mai tradire la verità — di suscitare simpatia e quindi adesione e sostegno. Non dimentichiamo, insomma, che la voce veramente capace di muovere la politica è quella dell’intero “popolo della vita”.
ee) Va infine ricordato che l’estensione e l’articolazione suppone una quantità di dirigenti locali e che se vogliamo incidere sulla politica (ma il discorso è valido in generale) occorrono quadri non solo affidabili dal punto di vista degli obiettivi ideali dei movimenti per la vita, ma anche capaci di comprendere le complessità della politica, competenti, capaci, insomma di essere autorevoli. Un dirigente sbagliato provoca un danno più che un vantaggio. Non basta la spontanea disponibilità di persone magari sconosciute che offrono collaborazione. Anche in questo la consultazione con i punti di riferimento del “popolo della vita” sembra criterio di prudenza.
7. b) Il carattere planetario del-la questione sul diritto alla vita implica una più intensa forma di coordinamento anche a livello internazionale. A livello europeo, ad esempio, stiamo cercando di costituire un gruppo di lavoro presso il Parlamento europeo, data l’ampia possibilità di contatti che esso consente. Non si tratta soltanto di intervenire sulle strutture internazionali o sovrannazionali, che tanta influenza danno sulle culture e sui parlamenti intrastatuali (basti pensare alle recenti conferenze del Cairo e di Pechino ed anche a talune risoluzioni del Parlamento europeo), ma anche stabilire linee strategiche e di comportamento. Di fronte ad un avversario agguerrito l’errore di un movimento può essere pagato da tutti gli altri, così come il successo di uno può trascinare quello degli altri.

8.c) Nella nostra società dell’informazione la politica e, prima ancora il modo di pensare della gente, è condizionata da chi parla alla Tv, sui giornali, alla radio o lancia messaggi con il linguaggio delle varie forme artistiche. I politici lo sanno e cercano di dominare sui mezzi di comunicazione. Ad essi dunque anche noi dobbiamo dedicare attenzione individuando amici e cercando tenacemente di garantire la massima presenza possibile. Non basta scambiare tra di noi messaggi, soprattutto nel campo esterno ma dobbiamo farli pervenire se vogliamo che la cultura della vita raggiunga anche la politica.
9.d) Naturalmente il voto centralità politica del diritto popolare ha una importanza determinante. La alla vita, implica che si possono votare solo candidati e partiti che diano garanzie di voler difendere il diritto alla vita. Ma non basta affermare questo criterio. Bisogna anche saperlo attuare, direi renderlo anche temibile, come una capacità di orientare vastamente il voto della gente. L’esperienza prova che grandi risultati possono essere raggiunti anche da piccoli gruppi uniti e determinati che subordinino ogni alleanza al raggiungimento dell’obiettivo che si sono prefissi.
10.e) Né basta il voto. Occorre trovare nei parlamenti, nei governi, nelle amministrazioni locali, nei partiti persone disposte a battersi. Queste persone sono più numerose di quanto si pensi. Forse sono distratte dalle mille questioni che la politica fa crescere ogni giorno ed hanno bisogno di informazioni ed incoraggiamento. Credo che sia più efficace un metodo di calorosa valorizzazione che di acida critica. La politica non è l’occasione del male. È in primo luogo l’occasione del bene. È illusorio pensare di rinnovare l’inquietante panorama della politica quanto al diritto alla vita se ci limitiamo a predicare fuori della politica. Si dovrà invece curare la formazione di gruppi pro-life, che s’inseriscono, discutono, propongono, dentro i parlamenti, i partiti, i sindacati, le amministrazioni locali. Essi non devono essere considerati i soli pro-life, ciò che può essere offensivo per gli altri. Essi sono quelli che studiano, animano e propongono a servizio di tutti gli altri nella propria formazione politica o nel sindacato. Dove peraltro esistono partiti che esplicitamente si richiamano alla ispirazione cristiana e alla dottrina sociale della Chiesa come ragione della loro stessa esistenza, occorre far capire che la tutela anche giuridica del diritto alla vita fin dal concepimento, secondo le prospettive nella complessiva visione dell’Evangelium Vitae, è il distintivo d’identità che deve condizionare programmi e alleanze.
11.f) Il cambiamento della politica suppone che la risorsa immensa della popolazione femminile si ponga in modo visibile a servizio del diritto alla vita. L’invito ad un “nuovo femminismo” di Giovanni paolo II deve essere raccolto (Ev. 99. Paradossalmente proprio i movimenti femministi hanno dato un forte contributo alle leggi contro la vita. Ma ciò è potuto avvenire per la convinzione che questi movimenti rappresentassero la reale volontà di tutte le donne. Ciò è contro la verità che occorre ristabilire attraverso presenze femminili che mostrino come il giusto cammino verso la dignità e l’eguaglianza delle donne debba accompagnarsi alla liberalizzazione e al riconoscimento di tutti i piccoli a cominciare dai figli dell’uomo e della donna.
12.g) Avere una chiara idea del rapporto tra legge civile e legge morale è importante per rendere efficace la nostra azione sottraendola a strumentali accuse di confessionalismo. Ciò vale sia per confermare la centralità politica del diritto alla vita, perché – essendo l’uomo il fine stesso del diritto – non si può fare su questo punto distinzione tra regola etica e regola giuridica, sia per introdurre, invece, opportune distinzioni ontologiche e strategiche. Mi riferisco a temi trattati dall’Enciclica Evangelium Vitae riguardo la contraccezione (Ev 13) e a casi in cui si tratti di modificare parzialmente leggi abortive (Ev 73). Non posso che ricorrere alla rilettura dell’enciclica. Per quel che vale vi aggiungo soltanto la testimonianza di ciò che tanti anni d’impegno per la vita nei parlamenti mi hanno mostrato. Abbiamo di fronte una grande inquietudine. La questione del significato del vivere non è più soltanto il problema personale di ciascuno di noi. È divenuta anche la questione politica fondamentale senza la quale semplicemente non è possibile far politica se non nel senso di esercitare un voto di potere. Tale questione apre la soglia del terzo millennio dell’era cristiana. Per essere risolta essa deve porsi di fronte a coloro che non hanno qualità. a colono che sono ricchi solo dell’esistenza. La meditazione va fatta dì fronte ai senza voce e agli esclusi. Di essi la sintesi emblematica è il bambino non nato. Il problema è politicamente conturbante perché la risposta implica cambiamenti faticosi e radicali. Perciò il politico cerca sempre dì sviare lo sguardo parlando d’altro. Noi, invece, abbiamo il dovere dì farlo concentrare su di lui: l’uomo che non conta. Perché da lui può ricominciare tutto. Credo che questo indichi una linea strategica. MI sembra di seguire il pensiero di Giovanni Paolo II che grida in nome dì Dio: “rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera. pace e felicità”.

 

La vita come una questione sociale: il diritto alla vita come problema politico (.pdf)