L’angelo della morte di Stefano Bani, Presidente del Forum Cultura, Pace e Vita - Federazione di Associazioni e Persone ETS

In alcuni paesi europei, fra cui l’Olanda è consentito “aiutare a morire” ed a questo scopo vengono preparati e formati appositi consulenti, quelli che io definisco “gli angeli della morte”.

Questo è consentito in quei paesi che hanno reso legale il suicidio “medicalmente” assistito e l’eutanasia. In questo contesto le domande da porsi sono molteplici:
1. Quale aberrante vuoto dell’anima può portare una persona a desiderare di morire?
2. È più facile, o meglio, utile aiutare un’altra persona a morire o essergli vicino con amore accompagnandola nel percorso, anche doloroso, della naturale fine della vita?
3. Come ci si sente dopo aver aiutato una persona a suicidarsi o dopo avergli procurato la morte o i mezzi per perseguirla?

Ognuno di noi potrebbe a suo modo trovare una risposta a questi quesiti ma ritengo che la chiave per poter comprendere come un essere umano possa arrivare a desiderare la sua morte sia soprattutto nella mancanza di amore percepito e donato.

Se si sentisse l’Amore di Dio, non si sentirebbe la solitudine; anche la sofferenza più forte, se fosse concepita come qualcosa da donare agli altri sarebbe sostenibile. Prendersi cura dell’altro, mostrargli attenzione e vicinanza, cosa sono se non il riflesso dell’amore che nostro Signore ha per noi?

Giovanni Paolo II, nell’ultimo periodo della sua vita, ci ha mostrato come si possa rendere “dono” la sofferenza e il sacrificio, trasformandoli in un “valore alto”. I tanti malati che ogni giorno vengono assistiti negli ospedali o negli hospice sono reali testimoni che ciò sia possibile.

Ogni giorno tantissimi professionisti e volontari si battono per combattere la sofferenza dei loro pazienti e dare loro conforto e, al contempo, alle loro famiglie. Questo altro non è che la manifestazione dell’amore per il prossimo, per la propria professione e per l’umanità.

Ma poi c’è anche chi chiede di poter vedere riconosciuto il suo diritto a chiedere di morire anticipatamente.

E allora ecco la domanda: “Quale meccanismo psicologico, quale intima motivazione spingono un essere umano a desiderare la morte o a chiedere di essere aiutato a morire?” La mancanza di amore, la solitudine, il senso di colpa, il peso sulla famiglia, la paura di soffrire?

Tutto ciò è legato alla cultura in cui ci si è formati ed in cui si è vissuto.

Nell’epoca contemporanea si va affermando una visione utilitaristica e individualistica della persona, secondo cui solo chi è produttivo e utile nella società ha valore, altrimenti diviene un costo, un peso. Quindi, nel quadro della società attuale, questo tipo di pressione psicologica può spingere l’individuo a desiderare di morire, anche se non è giunto il naturale compimento della sua vita. Nella stessa visione, si afferma anche il concetto che solo l’individuo possa decidere del suo destino sempre e comunque.

Da tutto ciò deriva il dibattito sul fine vita. Allora da uomini del XXI secolo dovremmo tutti chiederci perché promuoviamo ancora il progresso scientifico e medico se poi non siamo capaci di sfidare la sofferenza, garantendo all’essere umano tutti i mezzi per affrontarla nel modo più dignitoso possibile, alleviandola o, se non c’è alternativa, cercando di accompagnare le persone verso la naturale fine della loro vita con serenità, piuttosto che con la freddezza di un suicidio o dell’eutanasia.

Inoltre, è necessario considerare che se il diritto al suicidio divenisse tale, il SSN dovrà offrire il servizio degli “angeli della morte”, con tutte le conseguenze morali annesse non essendo prevista l’obiezione di coscienza.

Da queste riflessioni emerge la necessità di promuovere una seria progettualità sociale che non escluda nessuno, che renda forti le motivazioni alla vita perché garantire la dignità del nascere e del morire non è una questione puramente etica ma un progetto sociale che rappresenta la vera sfida del cambiamento d’epoca. L’esistenza di personaggi come Stephen Hawking, Alex Zanardi o Bebe Vio, per citarne solo tre dei molti, ci indicano come anche nelle avversità, nella malattia e nella diversa abilità si possa vivere con pienezza e donare a sé stessi ed agli altri tante meravigliose idee, esperienze ed emozioni.

Perché scegliere di favorire la “scorciatoia” per la morte, perché uno Stato deve facilitare in modo ipocrita la cultura dello “scarto”, del “non-più-utile”, adducendo il primato della decisione dell’individuo o dei suoi familiari in un assoluto senso di autodeterminazione?

Questa “scorciatoia” può celare per lo Stato la volontà di evitare di sostenere costi, anche rilevanti, e quindi agevolare la fine anticipata, rispetto al naturale corso della vita.

Da queste brevi, e non certo esaustive, riflessioni, su un tema articolato e complesso, nascono due richieste da parte FORUM CPV, in rappresentanza di tante persone che fanno parte delle Associazione costituenti la Federazione.

Una nei confronti della Corte Costituzionale, e cioè che rimandi la sentenza che dovrà essere deliberata il 24 settembre 2019, concedendo almeno altri quattro mesi al Parlamento, per varare una legge che modifichi quanto in essere, scongiurando la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio o della sua istigazione ai sensi dell’articolo 580 del codice penale. Questo anche a seguito della crisi di Governo palesata e poi di recente risolta.

L’altra è rivolta ai Parlamentari di entrambe i rami, Camera e Senato, in modo trasversale, affinché si adoperino in tempi brevi per approvare una delle proposte di legge depositate, eventualmente modificata o integrata, per escludere che il Parlamento venga “espropriato” della funzione legislativa, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale, ed infine per evitare che un tema così importante, con dei risvolti antropologicamente rilevanti ed anche pratici, venga deciso dai quindici giudici della Corte invece che dal libero dibattito degli esponenti del Parlamento.

 

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