Le prospettive future dell’associazionismo prolife di Domenico Menorello, Coordinatore Osservatorio parlamentare "Vera Lex"

Hanno vinto o perso le ottanta associazioni no profit che nei convegni pubblici l’11 luglio e l’11 settembre 2019 avevano chiesto alla Corte costituzionale e al Parlamento di non introdurre l’eutanasia in Italia?

La sentenza n. 242/19 è arrivata. Puntualissima. Senza rinvii o dilazioni. Seppur con tanti “paletti” ha aperto una breccia persino costituzionale alla “cultura dello scarto”: a certe condizioni un uomo, malato o invalido, può decidere di essere fatto morire, con una “esecuzione” da parte del SSN.

Rispetto all’ordinanza 207/18 qualche condizione nuova (il medico non è obbligato ad eseguire la morte e le cure palliative sono un pre-requisito perché la sanità pubblica proceda con un farmaco letale”) complicherà non poco la via di una attuazione pratica all’eutanasia, e ciò si deve, con ogni probabilità, al segno comunque lasciato dalle posizioni pubbliche assunte dai medici e dai cattolici. Ma nessuna giuria assegnerebbe per questo la vittoria alle associazioni. La partita è stata nella sostanza persa.

Eppure, paradossalmente non è affatto il dissapore della sconfitta il sentimento fra di noi. Seppur nel dolore per un fatto tanto grave quale è la sentenza della Consulta depositata il 22 novembre, intuiamo che un compito nuovo è venuto precisandosi. Una nuova, interessante strada di lavoro si apre appena abbozzata, solo iniziata, cha ha in prospettiva una direzione lunga, per un affascinante cammino assieme.

Più ancora che provare (doverosamente) a rattoppare decisioni sbagliate, quel che ci sembra cioè essenziale è non farci sfuggire il senso complessivo di quanto sta accadendo in Italia (e non solo). Aiutarci, perciò, in un giudizio culturale ed esistenziale, proponendo un dialogo sulla verità a tutti. Pubblicamente.

Qualche settimana fa, Benedetto XVI acutamente ci ammoniva del fatto per cui La crisi dellEuropa, prima ancora di essere politica, degli stati e delle sue istituzioni, è una crisi dell’uomo. La crisi è innanzitutto antropologica. Un uomo che ha perso ogni riferimento di fondo, che non sa più chi è” (Il Foglio, 26.10.2019). E lo scorso 21 dicembre Papa Francesco rimarcava che “Non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. La fede -specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente- non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene persino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata” (Discorso alla Curia Romana).

Quindi, Papa Francesco ci avverte che “nelle grandi città abbiamo bisogno di altre «mappe», di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti” (ibidem).

In effetti, nella compagnia fattaci in questi mesi abbiamo (forse inconsapevolmente) iniziato un vicendevole aiuto per tracciare per noi e per tutti “mappe” nuove, intuendo che soprattutto noi, che osiamo dirci “cattolici”, non possiamo più rinviare la comprensione dell’antropologia verso cui siamo condotti.

Nelle scelte del Parlamento o di quei (troppi) giudici che si autoassegnano un improprio compito di “guida” del popolo, così come nei tweet o nei post dei leader che dilagano nella scena politica, quale idea di “uomo” è inconsciamente contenuta e pubblicamente pretesa?

Un uomo sempre “sacro”, segno di un Destino infinito in ogni circostanza, anche se fragile, malata, difficile, debole, fallita? O invece un “uomo” a valore variabile, degno di attenzione solo se di successo, se funzionale al sistema economico e performante secondo i parametri della mentalità dominante?

Nella piccola e atipica “fraternità” dell’Osservatorio parlamentare “Vera lex?”, ci ricordiamo spesso la definizione di “legge” scolpita da San Tommaso: una “legge” – scrive l’Aquinate – “non è che una prescrizione della ragione, in ordine al bene comune, promulgata dal soggetto alla guida della comunità” (I pars, q. 90, a. 4). Una decisione politica, dunque, sceglie sempre qualcosa ritenuto un “bene” per tutti, cioè un “bene comune”, e condiziona sempre l’intera comunità civile verso quello stesso “valore”. In altri termini, una decisione politica implica sempre una “antropologia” e sempre indirizza – che si abbia o meno la “mappa” – la società verso una qualche “idea di uomo”.

Così, cercare, come è successo in questi mesi, di comprendere questa “filigrana” nelle scelte legislative e politiche appare un contributo pubblico destinato a non essere offerto invano, qualunque sia l’esito finale. È infatti arrivato il momento di alzare il velo sul politically correct, perché sia chiara quale antropologia, quale valore dell’uomo siano in ballo. E solo questa chiarezza può riaccendere un nuovo dialogo pubblico in Italia, invitando ciascuno a giudicare quale modello umano corrisponda maggiormente al suo cuore.

Né possiamo più attendere, perché sempre più la “legge” e il “diritto” vengono usati per veicolare un cambio di cultura nel popolo italiano, di cui dobbiamo tutti essere molto più consapevoli. In particolare, negli ultimi 10-12 anni abbiamo visto via via affermarsi un “nuovo diritto”, che discende da tratti antropologici ben distinguibili. Un “nuovo diritto” che propone (rectius: impone) un uomo “solo”, privo di relazioni e di appartenenza, che rifugge dalle responsabilità verso gli altri e persino verso il “reale” perché ritiene che “libertà” sia rottura dei legami: un uomo che si pretende misura di tutto e il cui valore vorrebbe essere proporzionale solo all’iperbole della sua “autodeterminazione”. Ma che, in pratica, viene consegnato agli stereotipi della mentalità dominante, cosicché se non performa secondo gli standards di successo, vale meno. Sempre meno. Fino a poter non essere curato. Fino a essere fatto convinto di andarsene.

Questo “nuovo diritto” sta riscrivendo il modello della famiglia, come è avvenuto con la legge n. 55/2015, che ha “liberato” il coniuge dai legami familiari, ridotti a fatto privato, senza “responsabilità pubblica” verso i figli e verso la comunità civile. O come è avvenuto con la legge n. 76/2016, che ha elevato a “modello familiare” un assetto affettivo senza obblighi di fedeltà, esaltando soprattutto la proiezione dei desideri soggettivi a prescindere da ogni dato oggettivo, persino sessuale.

Il “nuovo diritto” ambisce addirittura a evitare la stessa responsabilità di scegliere l’interruzione di gravidanza, volendo rendere obbligatoria in tutte le farmacie la presenza delle “pillole del giorno dopo”, cosicché dell’evento abortivo non si abbia più nemmeno la percezione fisica, cancellandone dunque ogni coscienza.

Al “nuovo diritto” in effetti piace che con una semplice ma onnipotente opzione farmacologica diventiamo padroni non solo di impedire la vita, ma anche di comandare la “morte”, come si legge indirettamente in alcune diposizioni della legge per il c.d. “biotestamento” n. 219/17. E ora direttamente nella consequenziale sentenza 242/19 della Consulta, che arriva a costituzionalizzare il diritto di avere un farmaco letale per autodeterminarsi “nel congedarsi dalla vita”, la quale perde, così, la sua principale caratteristica di essere “data” e, dunque, non disponibile.

Accorgersi verso quale specifica concezione dell’umano il popolo italiano sia condotto ci appare, dunque, una sfida essenziale, che fa intravvedere tanto un nuovo sterminato campo di vivace dialogo con tutti, quanto un rinnovato significato di una presenza pubblica di chi, come noi, ha avuto la fortuna (rectius: la “Grazia”) di incontrare Qualcuno che, invece, ci guarda e ci accoglie come un bene assoluto in qualsiasi circostanza di vita “donata”. E questa diversa antropologia è così corrispondente alla ragione umana che persino la stessa sentenza n. 242/19 ne avverte la necessità, al prezzo di contraddire la principale pretesa ideologica che la caratterizza. Quando, cioè, il Giudice costituzionale afferma che le “cure palliative” vanno qualificate come un “pre-requisito” per poter poi avere il “diritto” a essere uccisi dal SSN, con ciò deve – benché obtorto collo – riconoscere l’insopprimibile desiderio di ciascuno di essere invece accolto nella fragilità e nella sofferenza. Questa “nota stonata” rispetto allo spartito triste su cui è scritta la sentenza del 22 novembre ci sembra perciò un possibile “controcanto” interessante; da valorizzare.

Così, le “cure palliative” potrebbero diventare un tema da prendere davvero seriamente, sia perché in Italia sono troppo trascurate con buona pace della legge 38/10, sia perché chiedere che il Servizio Sanitario Nazionale le ponga finalmente all’apice delle sue priorità può divenire un modo semplice ma efficace di riproporre -seppur in controluce a una opposta pretesa- una antropologia e una sanità più corrispondenti all’umano. Dunque, più razionali sia per la scienza medica, sia per il vero bene comune, per cui solo esistono le leggi e le istituzioni, ospedali compresi.

 

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