Legalizzare l’eutanasia: triste e rischioso pendìo di Giovanni Marco Campeotto

Giovedì 12 agosto mi è capitato di ascoltare “Radio anch’io”, trasmissione di approfondimento culturale e politico di Radio Uno che ha dedicato una finestra di venti minuti al tema dell’eutanasia.

Tra gli ospiti ha avuto ampio spazio Marco Cappato, rappresentante dell’Associazione Luca Coscioni e tra i promotori della raccolta di firme a sostegno di una specifica norma in tema di eutanasia, in particolare, per un referendum abrogativo che chiede la modifica dell’art. 579 del codice penale sull’omicidio del consenziente. Le argomentazioni erano le solite: la ‘morte dignitosa’, la libertà di scelta, a fronte di un pronunciamento della Corte Costituzionale all’Italia manca una norma, altri Stati invece sono ‘più bravi’, la necessità di disciplinare questa materia anche per eliminare l’eutanasia nascosta che oggi comunque viene praticata.

Pur essendoci sufficiente tempo anche per altre voci, mi ha colpito come la trasmissione fosse chiaramente a senso unico: Cappato, gli altri due ospiti, Garavaglia (vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica) e Caravita di Toritto (docente di diritto all’univ. La Sapienza di Roma), conduttore compreso. L’eutanasia pareva proprio un diritto negato: l’Italia è in colpevole ritardo, cosa aspettiamo?

Il tema è certamente delicato e difficile, poche righe di riflessione rischiano di non essere esaustive. Mi preme in questa sede esporre alcune considerazioni che desidero lasciare come spunti di riflessione:

  1. la parola dignità racchiude un profondo senso dell’umano e del suo rispetto, non va strumentalizzata o ridotta al concetto di autonomia;
  2. l’autodeterminazione non si può assimilare a “fa’ quel che vuoi” o “aiutami a far quel che voglio io”, non può quindi prescindere dal vivere in una collettività e non può vincolare altri alle proprie volontà;
  3. in Europa si contano sulle dita di una mano gli Stati che hanno legiferato in tema di eutanasia, nel resto del mondo, ancora meno: gli altri Stati sono quindi tutti ‘arretati’?
  4. il documento del Comitato di Bioetica (18.7.2019) non è di posizioni uniforme, presenta pareri diversi e su certi aspetti anche segnatamente divergenti, certo non tutti pro-eutanasia;
  5. che posizione avrà la FNOMCeO (federazione nazionale degli ordini dei medici) che all’art. 17 del codice deontologico vieta al medico “atti finalizzati a provocare la morte”? Si piegherà al pensiero di una certa corrente di pensiero modificando il proprio codice?
  6. con l’eutanasia legalizzata avremo ancora chiaro il concetto di cura ed assistenza?
  7. prima ancora dei codici deontologici e ben prima dell’epoca cristiana, il giuramento di Ippocrate prescrive “Non darò a nessuno alcun farmaco mortale neppure se richiesto”; sui temi della vita, i giochi di parole, le definizioni burocratizzate e l’appellarsi ai cosiddetti ‘casi limite’ sono alcune delle strategie che spesso sono state utilizzate per rendere accettabile ciò che la coscienza rifiuta;
  8. quante sarebbero le eutanasie che già oggi vengono praticate in Italia? Chi le ha contate e come ha fatto (e con quali conseguenze)?
  9. è corretto legalizzare un fenomeno da combattere al fine di ridurne l’incidenza? È la stessa argomentazione (non a caso) utilizzata quando è stata votata la norma che consente l’aborto in Italia: legalizziamo anche per eliminare l’aborto clandestino. Ne abbiamo visto le conseguenze: legalizzare e regolamentare un male, così, male non è più: la sconfitta del diritto.

La trasmissione non ha sviluppato questi temi, è facile pensare che non sia un caso. Intanto la raccolta firme prosegue. Ci si chiede se, tra i tanti problemi di casa nostra, sia proprio questo uno dei più impellenti. Il crollo demografico è più che evidente a tutti: anziché legiferare a difesa, promozione e sostegno della vita nascente, si propone di facilitare percorsi in direzione opposta. Pare un volersi ostinare nella cultura della morte, lucidamente evidenziata già nel secolo scorso da S. Giovanni Paolo II (cfr. Evangelium Vitae, 1995).

C’è da sperare che l’informazione che i cittadini sostengono con le proprie tasse sia in grado di dare il giusto spazio anche a tutte le voci che invece ritengono disumano togliere la vita al prossimo o collaborare a tale scopo, sia questo per motivi di fede, di ragione o per entrambe.

 

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