Legiferare sul fine vita di Carmelo Leotta, Associato Diritto penale Univ. Europea di Roma, Componente del Centro Studi Rosario Livatino

Il 23 giugno 2021 è iniziato in Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera l’esame del t.u. sulla morte volontaria medicalmente assistita (relatori on. Bazoli, PD e on. Provenza, M5S), ovvero sulla richiesta di «decesso cagionato da un atto autonomo con il quale … taluno pone fine alla propria vita in modo volontario, dignitoso e consapevole». In base alla p.d.l. può accedere alla morte assistita il maggiorenne capace di decisioni libere e consapevoli che accusi sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, se alternativamente a) è affetto da una patologia irreversibile o a prognosi infausta; b) è in una condizione clinica irreversibile; c) è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale o è dipendente da trattamenti farmacologici o dall’assistenza di terzi; d) è assistito dalla rete delle cure palliative o le ha rifiutate.

Quanto all’iter si prevede che, dopo che il medico del paziente ha ricevuto la richiesta, la comunichi al Comitato per l’etica nella clinica dell’azienda sanitaria territoriale che, entro 7 giorni, esprime un parere: se è favorevole, è trasmesso alla direzione sanitaria dell’azienda sanitaria che attiva le verifiche affinché il decesso avvenga nel rispetto della dignità della persona al suo domicilio o in una struttura pubblica. Nessuna obiezione di coscienza è prevista per il personale sanitario coinvolto. La p.d.l. sancisce solo l’esclusione di punibilità per l’istigazione e aiuto al suicidio e per l’omissione di soccorso per il personale sanitario e amministrativo che ha attuato o collaborato alla procedura e per chi ha agevolato il malato ad attivarla, istruirla e portarla a termine.

L’approvazione della p.d.l. avrebbe gravi effetti nel nostro ordinamento sia sul piano generale sia sul piano della tutela specifica delle persone vulnerabili. E’ pur vero che la sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale ha già consentito al malato grave, a determinate condizioni, di ricorrere al suicidio assistito; ciò nonostante, una legge che disciplinasse compiutamente la richiesta di morte non avrebbe un mero effetto di “ratifica” delle posizioni della Corte, ma comporterebbe una deroga sul piano generale dell’ordinamento del principio di indisponibilità della vita. Ne deriverebbero effetti dirompenti perché, se è vero che un bene è indisponibile quando, a fronte di un giudizio di valore, lo si ritiene irrinunciabile per la persona, riconoscere ai malati gravi la facoltà di chiedere un aiuto a morire comporterebbe affermare che la loro vita “vale” meno di quella dei sani.

Si osservi, inoltre, come la p.d.l. estenda l’accesso all’aiuto al suicidio rispetto alle indicazioni della sentenza n. 242: nella p.d.l., ad esempio, non si parla più solo di patologia irreversibile, ma anche di patologia a prognosi infausta e di condizione clinica irreversibile.

Ancora: al trattamento di sostegno vitale, la p.d.l. affianca la dipendenza da un trattamento farmacologico o dall’assistenza di terzi. Da ultimo, per la p.d.l., la patologia irreversibile o la prognosi infausta, la condizione clinica irreversibile, il trattamento salvavita o farmacologico o l’assistenza del terzo; l’accesso alle cure palliative o il loro rifiuto sono condizioni tra loro alternative; la Corte, invece, richiedeva che la patologia irreversibile e l’attivazione del trattamento salvavita fossero contestuali.

Il fatto che la p.d.l. abbia esteso l’accesso al suicidio assistito conferma come, una volta derogato il principio di indisponibilità della vita, sia inevitabile uno scivolamento verso il basso delle tutele per i soggetti deboli: la consapevolezza di ciò indica che la sola strada sicura da imboccare per il legislatore sia implementare le cure palliative ribadendo senza equivoci l’indisponibilità della vita.

 

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