Lejeune: la Ru486 è “pesticida antiumano” di Gianni Mussini (Alcuni spunti di questo articolo sono stati già anticipati su “Punto Famiglia”)

Lo scorso 21 gennaio, su autorizzazione di papa Francesco, la Congregazione per le Cause dei santi ha promulgato il decreto che riconosce «le virtù eroiche» di Jérôme Lejeune (Montrouge, 13 giugno 1926 – Parigi, 3 aprile 1994), grande scienziato ma anche pediatra, marito, padre di cinque figli, persino abile artigiano: come hobby fabbricava meravigliosi rosari.

La data dell’annuncio ha un alto valore simbolico: lo stesso giorno, il 21 gennaio, nel 1958 Lejeune scoprì l’origine genetica della Sindrome di Down. Una scoperta che, oltre alle decisive implicazioni scientifiche, contribuì in modo determinante a far cadere odiosi pregiudizi su quelli che in modo dispregiativo erano definiti «mongoloidi».

Chiamato per conferenze e consulti in tutto il mondo, fu docente in importanti università, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, premio Kennedy… Aveva però il terribile difetto, specialmente agli occhi dei giurati del Nobel, di essere incurabilmente contrario all’aborto e a ogni sperimentazione sull’embrione umano. E di esserlo non con proclami urlati e fideistici, ma con argomentazioni pacate e inattaccabili, condite da un’ironica leggerezza parigina cui una profonda umiltà cristiana impediva ogni arroganza.

Certo non le mandava a dire, come quando definì «pesticida antiumano» la pillola RU486. Sapeva che uno scienziato non deve mai avere paura della verità – neanche quella che mette in crisi le proprie certezze – e che essa non va mai piegata a questa o quella preferenza ideologica.

In ciò era profondamente laico, nel senso nobile del termine. Racconta la figlia Clara che, nei giorni duri della caduta del tiranno rumeno Ceausescu (per altro a lungo coccolato da noi occidentali per le sue posizioni di indipendenza dal comune nemico sovietico), le varie televisioni mandavano in onda immagini sui «massacri di Timisoara», con fosse comuni piene dei corpi torturati di oppositori politici. Scandalo e orrore. Ma Lejeune, pur avversario indefesso di quel crudele regime comunista, riconobbe subito con il suo esperto occhio clinico: «Queste persone sono morte da parecchi giorni…si tratta di un obitorio». Alle rimostranze della figlia Clara, persuasa che il tiranno andasse comunque deprecato, obiettò deciso: «Queste immagini sono un montaggio. Questi morti non sono stati torturati e buttati in una fossa comune. Riconosco le cuciture. Le si pratica regolarmente sui corpi offerti alla scienza per formare gli studenti». Un bell’esempio di rifiuto di ogni comoda strumentalizzazione dei fatti! (L’aneddoto compare in un’intervista a Clara Lejeune già uscito su “Sì alla vita”).

Nella patria dei Lumi era insomma un testimone della ragione non meno che della sua fede. Ma capiva bene che un illuminismo privo di contenuti etici, cioè il binomio libertà-uguaglianza abbandonato dalla fraternità (che si può leggere anche «carità») è destinato a impazzire, come avvenuto con il Terrore giacobino e poi con le sue successive applicazioni storiche novecentesche, e non solo…

Dinanzi ai dogmi degli illuminati colleghi, debitamente abortisti e molto democraticamente favorevoli alla manipolazione dell’embrione, lui si difendeva semplificando in parabole i concetti più ardui, magari per condirli con l’arte del paradosso. A un convegno gli chiesero che senso abbiano certe vite stravolte dal dolore: perché non l’eutanasia? Lejeune rispose: «Che cosa si fa se all’ippodromo cade un cavallo e si rompono la gamba sia l’animale che il fantino? La soluzione veterinaria è di sopprimere l’animale per non farlo soffrire; ma nessun medico penserebbe alla stessa soluzione per il fantino… Lo stesso criterio vale sempre, prima e dopo la nascita: il medico deve curare solo e sempre». E in un’altra occasione: «È proverbiale il costume degli Spartani di eliminare alla nascita i disabili. Lo scopo era di arrivare a una razza superiore. Invece così non fu e resta il dubbio che Sparta sia scomparsa dalla storia perché, eliminando i più deboli fisicamente, finirono per prevalere gli stupidi o se perché, essendo stupidi, decisero di eliminare i più deboli».

Fece clamore la sua testimonianza a un tribunale del Tennessee, dove venne chiamato a pronunciarsi dal Governo americano. Due coniugi, prima di divorziare, avevano avviato le pratiche per una fecondazione in vitro, e così erano rimasti alcuni embrioni congelati di cui non si sapeva che fare: il padre ne voleva la distruzione, la madre si dichiarò disposta a cedere i suoi figli anche a un’altra donna. Lejeune se la cavò con evangelico, dunque astutissimo, candore: «Ma questa vicenda è già stata risolta una volta: lo fece re Salomone nella storia delle due donne che pretendevano entrambe di essere madri di un bambino…» (come noto, il Re propose di tagliare in due il bambino e darne una parte a ciascuna delle due donne: ma una di esse rifiutò atterrita la proposta e venne riconosciuta dal saggio sovrano come l’autentica madre).

Su Lejeune ho anche tre ricordi personali da riferire.

Il primo, in occasione del suo intervento al Convegno nazionale dei CAV (Salerno, 1988). Parlava in francese, per brevi frasi via via tradotte dal nostro Silvio Ghielmi. Si creava così una suggestiva sospensione che permetteva al pubblico di accompagnare l’oratore con mormorii di approvazione che mi

fecero pensare per analogia al futbol bailado dei brasiliani, pure ritmato dai cori dei tifosi. Ne vennero fuori espressioni intense come pagine evangeliche. Contro ogni pelosa neutralità della scienza, ci disse che essa è oggi «l’albero del bene e del male»: a noi la responsabilità di «cogliere i buoni frutti e di non proporre agli altri i cattivi». Quando alla fine citò proprio il Vangelo («Una sola cosa giudica tutto e dice semplicemente: ‘Ciò che avrete fatto al più piccolo tra i vostri fratelli l’avrete fatto a me’»), non ci sembrò di avvertire nessuna differenza tra le sue parole e quelle del santo libro.

Il secondo qualche anno dopo, a Casale Monferrato per l’inaugurazione della Culla della vita promossa dal compianto Giuseppe Garrone. Era un pomeriggio di tarda primavera, se non già estivo. In quattro gatti innamorati della vita, ci incamminammo per le vie del quartiere in una specie di processione sino alla sede della Culla. Ero di fianco a lui, con mia moglie e mia figlia Lorenza, di quattro anni. Conversammo un po’, e a lungo scherzò con Lorenza, riuscendo persino – chiamandola per nome – a pronunciare la nostra bella R italiana. Il grande scienziato era umile come lo sono tutti i grandi uomini dotati di senso dell’umorismo.

Il terzo e ultimo quando lo andai a trovare nella sua ultima casa, nel cimitero campestre di Chalo-Saint- Mars (non lontano da Parigi) dove è sepolto. In paese tutti lo conoscevano. La sua casa una piccola tomba ricoperta da umili fiori selvatici e benedetta dal cielo dell’Ile de France. Qui volle venire san Giovanni Paolo II in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù parigina del 1997. Ma la laicità caricaturale di certa Francia insorse: i meriti indiscussi dello scienziato erano infatti sovrastati dall’irredimibile colpa della sua preferenza per la vita a partire dal concepimento. Ovviamente il Pontefice non fece una piega, lui che aveva combattuto Hitler e Stalin (mica dei fighetti come quei socialisti francesi dimentichi di essere pur stati una volta dalla parte dei proletari, cioè di chi non deteneva altra ricchezza che la «prole»): così andò in visita privata a trovare il suo amico, che dopo tutto era stato con lui a pranzo il 13 maggio 1981, poco prima dell’attentato di Ali Agca, di certo conversando anche della Madonna di Fatima…

Quell’estate capitò un grave incidente proprio alla nostra Lorenza, che fortunatamente si riprese bene. Ho sempre pensato che la mano di Dio sia intervenuta, sollecitata anche dalle preghiere dell’amico Lejeune: ora più attivo che mai se c’è da salvare una vita.

 

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