Lejeune perseguitato perché contro l’aborto di Marina Casini Bandini, Pubblicato in “Avvenire” del 29 gennaio 2021

“Vieni, Marina, ti presento il Professor Lejeune”. Così, mi disse mio padre nel dicembre del 1988 durante un convegno in Vaticano. Avevo già sentito parlare di lui più volte e sempre con grande stima per la sua intelligenza unita al suo tenace e appassionato impegno per sottrarre – con la forza della scienza e dell’amore – allo stigma sociale coloro che erano affetti dalla trisomia 21 e i bambini non nati da logiche di morte. A casa era nominato spesso. Sapevo quanto era stato perseguitato per aver avversato la legge sull’aborto e con quanto coraggio intervenne a New York nella sede dell’ONU per dire che un organismo che si occupa della salute non può divenire dispensatore di morte, con la consapevolezza che questa posizione gli sarebbe costata il premio Nobel (cosa che in effetti accadde). Sapevo della sua bellissima famiglia. Quando me lo trovai davanti, restai folgorata dai suoi occhi. Non ricordo nulla, purtroppo, di quello che mi disse, ma i suoi occhi li ricordo ancora: azzurrissimi, dallo sguardo caldo, intelligente, intenso, buono. Ricordo il portamento elegante, signorile. È stata l’unica volta che l’ho visto, ma era una persona familiare perché ne parlava spesso mio padre con cui era in rapporti di amicizia. Erano perfettamente in sintonia su tutto. Era chiaro che “qualcosa” li legava in profondità, pur nella diversità di nazionalità e professione.

Ho “seguito” Lejeune attraverso i suoi scritti e i suoi interventi sul giornale “Sì alla Vita”; in particolare ricordo la trascrizione del dibattito televisivo con Etienne Balieu, il medico francese che ha “inventato” la pillola RU486 e la sintesi del suo intervento al meeting di Rimini nel 1990. In quest’ultimo scritto Lejeune riflette sui doni dello Spirito Santo ponendoli sotto la luce del meraviglioso inizio della vita umana e del dovere di proteggerla anche quando afflitta dalla malattia. L’ho riletto in questi giorni ed è veramente una “bomba”! “Quelli che hanno liberato l’umanità dalla peste e dalla rabbia non furono quelli che bruciavano gli appestati nelle loro case e soffocavano i rabbiosi, ma quelli che hanno combattuto la rabbia e la peste, ponendosi a servizio dei malati”; “È nostro dovere aiutare il legislatore a discernere la verità e a comprendere che le leggi che uccidono la vita umana sono delle cattive leggi”; “è straordinario vedere che nella cellula di un millimetro e mezzo è già iscritta la divisione del lavoro che si potrà vedere solo nell’adulto”; “quando dite che l’essere umano comincia dalla fecondazione siete voi ad avere ragione”; “al momento attuale si può dimostrare, con questa firma del DNA, che ogni essere umano ha la sua formula personale, che ognuno di noi è unico e quindi irripetibile”. Sono tutti densissimi “flash” di un intervento che nasce da una mente e da un cuore capaci di coniugare mirabilmente scienza e umanità, ma anche fede e coraggio. Così conclude, infatti, Jerome Lejeune il suo intervento: “Se non avrete timore dell’opinione di quanti vogliono fare del male al bambino, ma avrete un rispettoso timore per le leggi che Dio ha dato alla natura, non sbaglierete mai. Tutto è giudicato da una sola frase che non ha bisogno di conoscere la tecnologia e che non sbaglia mai: “Quello che avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me”. Fu importante per me anche la lettura del libro “L’embrione segno di contraddizione” che riporta gli atti del processo che si svolse in Tennessee e che vide la partecipazione dello scienziato medico genetista e pediatra Lejeune come testimone che gli embrioni umani sono esseri umani a pieno titolo e dunque non devono essere distrutti. Il processo, come molti sanno, riguardava una causa di divorzio: mentre il padre voleva disfarsi dei figli allo stadio embrionale generati in vitro e congelati, la madre voleva che fossero destinati alla nascita.

Quando venimmo a sapere che Jerome Lejeune era nato al Cielo fummo profondamente colpiti. All’epoca, a Firenze, ogni settimana, generalmente il venerdì, ci trovavamo con gli amici del Movimento per la Vita nella Chiesa dei SS. Innocenti in piazza della SS Annunziata per la Messa per la Vita, al termine della quale c’era un momento di riflessione. Ricordo che pregammo per Lejeune e per la sua famiglia in un clima di grande commozione, sapendo che comunque non lo avremmo perso in virtù della Comunione dei Santi e sapendo che lui non sarebbe mai davvero scomparso. Infatti è stato così.

Jerome Lejeune ha continuato ad essere un punto di riferimento in varie circostanze. Nel 2008 mio padre è stato chiamato tra i testimoni nel processo per la beatificazione e, sempre nel 2008, il Movimento per la Vita ha conferito alla memoria di Lejeune il “premio europeo Madre Teresa di Calcutta” – per la sua costante, intelligente, ferma difesa dei bambini non ancora nati e per la sua conseguente pubblica opposizione alle leggi che ne autorizzavano e ne promuovevano la morte (legge sull’aborto e legge sulla procreazione artificiale) – e ha collaborato alla realizzazione in italiano di tre libri che ne raccontano la vita, l’opera, la spiritualità (“Il professor Lejeune fondatore della genetica moderna”, “La vita è una sfida” “Lo scienziato che amava la vita. Itinerario spirituale con Jerome Lejeune”). I miei genitori sono stati ospiti della moglie Birthe nell’abitazione parigina e la Fondazione Lejeune fa parte della Federazione europea “One o us”.

Jerome Lejeune ci è di esempio per molte cose, anche semplicemente per la “forza tranquilla” di queste sue parole da lui messe in pratica: “Ogni giorno dovrete rinnovare l’impossibile sintesi tra i valori veri e la dura realtà. Ogni giorno dovremo lottare, convincere; sarà difficile, incerto ed impossibile […] Quest’unica riflessione ci indica la nostra rotta che si riassume in una frase: costi quel che costi, e non importa quel che avverrà, noi non demorderemo”.

Nella fase della malattia del babbo, insieme a San Giovanni Paolo II, a Santa Teresa di Calcutta, a Santa Gianna Beretta Molla e ad altre luminose figure incontrate nel corso della vita, nella preghiera ricordavamo sempre anche Jerome Lejeune il cui “santino” era una presenza fissa.

Adesso che la Chiesa ha reso possibile questo importante passo verso la Beatificazione ho come la sensazione che sia ancor più vicino e presente. Forse è proprio questo il “segreto” dei Santi: più si è vicini a Dio, più si è vicini agli uomini.

 

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