L’esperienza della comunità di Giovanni Paolo Ramonda, Presidente Comunità Papa Giovanni XXIII

Eminenza, Presidenti, amici tutti,

oggi nelle nostre case famiglia accogliamo 326 persone con disabilità, di cui 93 sono minori. Inoltre accogliamo 1310 barboni, 300 ragazzi usciti dalle dipendenze, e poi ancora ragazze rese schiave per la prostituzione, carcerati, anziani.

Tutte persone con una vita dura alle spalle. Una vita fatta di abbandoni, solitudine e dolore, fisico e morale. Sono persone che cercano una nuova famiglia, nuovi incontri, in una parola: cercano una nuova vita.

Loro sono a rischio! Se in Italia si dovessero spalancare le porte della morte per eutanasia o suicidio assistito, loro sarebbero coloro che più rischierebbero di essere sacrificati. Loro sono quelli che la nostra società considera scarti, pietre d’inciampo per tanti. Diceva don Oreste Benzi che loro sono le colonne portanti delle nostre Comunità. Sono le pietre angolari.

Tutti loro sono a rischio!

Noi parliamo di volti cari incontrati nell’esperienza della sofferenza, nella propria famiglia, nella quotidianità, ferialità, dove si sceglie di camminare insieme, con piccoli dagli occhi grandi che parlano da soli della loro fame acuta di vita e di relazione significativa. La sofferenza molte volte nella nostra esperienza non è data dall’handicap o dalla malattia anche terminale, ma dalla solitudine che si crea a causa di questa.

Essere padre e madre di chi non ha più nessuno, di chi molte volte non può nascere perché con disabilità, di chi è emarginato od ospedalizzato oltre misura, sa che c’è un linguaggio che può essere decodificato solo dall’Amore. Diceva don Oreste Benzi, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, che c’è “un’intelligenza che viene solo dall’amore”. Certe cose si capiscono solo se si ama.

Vivendo con bimbi cerebrolesi che hanno la bava alla bocca, vediamo che hanno voglia di giocare, sentirsi coccolati, toccati, sfiorati, di essere tenuti in braccio. L’immobilismo fisico, visivo, facciale diventa scelta di fare sì che quella persona sia parte di una famiglia più grande dove tutti sono a servizio gli uni degli altri, dove le membra più deboli sono le più necessarie, anzi vengono circondate di maggior onore e cura. È l’antropologia del dono, dei talenti, della meraviglia che ognuno è. Non c’è più nessuno inutile, ma tutti siamo compagni di viaggio verso l’Eterno, l’Assoluto, il Vivente che risusciterà i nostri corpi mortali per una Vita di pienezza senza tramonto.

Vivendo con queste creature ci si accorge che gli spenti, quelli che non hanno più il gusto della vita molte volte sono fuori, quelli che hanno tutto, che cercano nuovi modi per sballarsi, che vogliono nuove forme di devianza e perversione.

Loro i semplici, i crocifissi, con cui viviamo hanno voglia di partecipare, di andare sulle alte vette, di vedere il mare, di sentire la brezza leggera del vento, di andare nell’acqua, di incontrare un sorriso e soprattutto di qualcuno che si giochi la vita con loro non come lavoro ma come reciproca appartenenza e dono.

Chi si separa da queste persone istituzionalizzandole si priva di esperti di umanità e sentenzia da lontano che cosa devono fare. La medicina che si mette a servizio della morte anche se richiesta e figlia di una società necrofila amante della morte, tenebrosa. Come comunità ecclesiali dobbiamo recuperare e sostenere con tutte le forze le famiglie che tengono con sé queste persone. E gridare ai politici per essere voce di chi non ha voce di destinare le risorse per i non autosufficienti in famiglia e a livello sanitario.

Nessun pietismo ma responsabilità, perché un popolo è tale se non lascia indietro i più deboli o peggio ancora li accompagna ad una morte prematura volontaria. Una famiglia è pienamente umana se si prende cura dei deboli, dei malati, dei sofferenti e canalizza le risorse verso queste famiglie che hanno al proprio interno malati terminali.

 

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