Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale del Movimento per la Vita Italiano

Carissimi

questo numero speciale di SAV web è dedicato al “fine vita” e si può considerare il proseguo del numero speciale di luglio 2019 dal titolo “Fine Vita: sempre degni, sempre curabili”. Ricordate sicuramente il dibattito che ha portato alla legge 2019 del 2017, i fatti che hanno aperto la vicenda giudiziaria approdata alla Corte Costituzionale dando esito all’ordinanza 207 del 2018, alla sentenza 242 del 2019 e, infine, alla sentenza n. 8 del 2019 con cui la Corte di Assise di Milano – di fronte alla quale il procedimento penale era ripreso a seguito della decisione della Consulta – ha assolto Cappato con la formula “perché il fatto non sussiste” (l’udienza si è tenuta il 23 dicembre scorso e le motivazioni sono state depositate il 30 gennaio u.s.).

Le pagine che seguono riguardano gli interventi (di cui abbiamo ricevuto il testo) svolti nel corso dell’evento dell’11 settembre 2019 – “Eutanasia e suicidio assistito, quale dignità della morte e del morire?” – e ci offrono degli aggiornamenti e commenti posteriori a quella data.

Quando si parla di fine vita abbiamo bisogno di qualcosa che riscaldi il cuore, conforti, rassicuri, ristori, rechi sollievo, che risponda alle necessità e aiuti a risolvere i tanti problemi. Il presupposto è la convinzione che nella vita umana ci sia un mistero bello e bello, sempre presente e sempre uguale, che non subisce incrinature e abbassamenti di livello, perché la sua categoria di appartenenza è l’essere, non l’avere, il fare o l’apparire.

Recentemente, Papa Francesco – per l’appunto nello stesso giorno, 30 gennaio, in cui la Corte di Assise di Milano ha reso note le motivazioni dell’assoluzione di Cappato ed in cui si è svolto a Roma il convegno “Medicina e sanità ai confini della vita: il ruolo del medico” organizzato dall’AMCI – ha rivolto ai partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede un discorso in gran parte centrato sul “fine vita”. Rileggiamolo insieme.

«Il contesto socio-culturale attuale sta progressivamente erodendo la consapevolezza riguardo a ciò che rende preziosa la vita umana. Essa, infatti, sempre più spesso viene valutata in ragione della sua efficienza e utilità, al punto da considerare “vite scartate” o “vite indegne” quelle che non rispondono a tale criterio. In questa situazione di perdita degli autentici valori, vengono meno anche i doveri inderogabili della solidarietà e della fraternità umana e cristiana. In realtà, una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza.

Quando la malattia bussa alla porta della nostra vita, affiora sempre più in noi il bisogno di avere accanto qualcuno che ci guardi negli occhi, che ci tenga la mano, che manifesti la sua tenerezza e si prenda cura di noi, come il Buon Samaritano della parabola evangelica (cfr. Messaggio per la XXVIII Giornata Mondiale del Malato, 11 febbraio 2020).

Il tema della cura dei malati, nelle fasi critiche e terminali della vita, chiama in causa il compito della Chiesa di riscrivere la “grammatica” del farsi carico e del prendersi cura della persona sofferente.

L’esempio del Buon Samaritano insegna che è necessario convertire lo sguardo del cuore, perché molte volte chi guarda non vede. Perché?

Perché manca la compassione.

Mi viene in mente che, tante volte, il Vangelo, parlando di Gesù davanti a una persona che soffre, dice: “ne ebbe compassione”, “ne ebbe compassione”… Un ritornello della persona di Gesù. Senza la compassione, chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto, si ferma e se ne prende cura. Attorno al malato occorre creare una vera e propria piattaforma umana di relazioni che, mentre favoriscono la cura medica, aprano alla speranza, specialmente in quelle situazioni-limite in cui il male fisico si accompagna allo sconforto emotivo e all’angoscia spirituale.

L’approccio relazionale − e non meramente clinico − con il malato, considerato nella unicità e integralità della sua persona, impone il dovere di non abbandonare mai nessuno in presenza di mali inguaribili.

La vita umana, a motivo della sua destinazione eterna, conserva tutto il suo valore e tutta la sua dignità in qualsiasi condizione, anche di precarietà e fragilità, e come tale è sempre degna della massima considerazione.

Santa Teresa di Calcutta, che ha vissuto lo stile della prossimità e della condivisione, preservando, fino alla fine, il riconoscimento e il rispetto della dignità umana, e rendendo più umano il morire, diceva così: «Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano».

A tale riguardo, penso a quanto bene fanno gli hospice per le cure palliative, dove i malati terminali vengono accompagnati con un qualificato sostegno medico, psicologico e spirituale, perché possano vivere con dignità, confortati dalla vicinanza delle persone care, la fase finale della loro vita terrena. Auspico che tali centri continuino ad essere luoghi nei quali si pratichi con impegno la “terapia della dignità”, alimentando così l’amore e il rispetto per la vita». Non ho trovato parole migliori per introdurre gli interventi che seguono, sperando siano di arricchimento e approfondimento per tutti.

Buona lettura!

 

Lettera al Popolo della Vita (.pdf)