Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano

Carissimi,

il presente numero speciale di Sì alla vita, curato con attenzione da Massimo Magliocchetti e Domenico Menorello, è dedicato al tema della pillola RU496 e riporta, tra i molti contributi di cui ringrazio ancora gli Autori, anche la trascrizione del tête a tête televisivo, svoltosi negli anni 80, tra Jerôme Lejeune Etienne Emile Balieu, l’inventore della RU486. Lejeune, che tutti conosciamo, medico e scienziato, pediatra e genetista di fama internazionale, dice: «la pillola abortiva che uccide i bambini è cattiva come ogni aborto. Si tratta di un prodotto che ha una tossicità specifica per gli esseri umani a un certo stadio di sviluppo. Essa impedisce al bambino di sopravvivere. È precisamente un veleno specifico, direi anzi, che è il primo pesticida antiumano». Queste parole colgono il punto fondamentale rispetto al quale Balieu tergiversa, glissa, ricorre all’antilingua: «Sono dei pre-embrioni, non sono esseri umani». È chiaro: per eliminare l’altro, bisogna diminuirne o azzerarne l’umanità; occultare la verità con l’inganno, la censura, l’annacquamento. Il tema è quello dell’aborto volontario e cioè dell’uccisione di un innocente povero e inerme e di una esperienza che ferisce le donne.

La RU486 è tornata alla ribalta nella scorsa primavera e nell’estate immediatamente successiva. Con il pretesto della pandemia da Covid19, alcune organizzazioni femministe e radicali avevano chiesto di facilitare gli aborti rendendo domiciliare la RU486 e estendendone l’uso fino alla nona settimana. A sostegno della richiesta: l’addotta inaccessibilità delle strutture pubbliche, cosa infondata dato che, nonostante il virus, gli aborti sono sempre purtroppo stati effettuati. Un vero paradosso, se pensiamo che proprio la pandemia ha portato a riflettere sul valore della vita umana. Su questa spinta, le linee di indirizzo ministeriali (previo pareri favorevoli del CSS e dell’AIFA), hanno eliminato la necessità del ricovero ordinario per la donna che assume la RU486; previsto l’assunzione della “pillola abortiva” e degli atti seguenti negli ambulatori, nei consultori, oppure day hospital; esteso la possibilità di ricorrervi fino alla nona settimana di gestazione (63 giorni).

Le pagine che seguono ci raccontano la verità dell’aborto farmacologico mediante RU486: oltre ad alimentare lo “scarto mondiale” di vite umane, provoca danni anche gravi alla salute fisica e psicologica della donna, ed è di per sé un metodo abortivo più incerto, lungo, e rischioso di quello chirurgico, come risulta anche da alcune testimonianze di donne. Non per nulla, prima delle linee di indirizzo del 2020, era richiesto che l’intera procedura, dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla conclusione del percorso assistenziale, si svolgesse all’interno del regime di ricovero ordinario in una delle strutture sanitarie individuate dall’art. 8 della legge 194/1978, e che l’assunzione della pillola dovesse effettivamente avvenire entro la settima settimana di amenorrea (49° giorno) a causa dei rischi teratogeni connessi alla possibilità del fallimento dell’interruzione farmacologica di gravidanza e del sensibile incremento del  tasso di complicazioni in relazione alla durata della gestazione. Inspiegabile il cambio di rotta se escludiamo la motivazione ideologica.

Nella prospettiva di fermare la deriva incombente della banalizzazione e della privatizzazione dell’aborto è comprensibilissimo il riferimento ad alcuni passaggi della legge 194 con la quale le linee di indirizzo sono formalmente in contrasto, soprattutto per quanto riguarda il coinvolgimento dei consultori. Ottimo in questo senso il coinvolgimento delle Regioni e il monitoraggio sull’applicazione dei relativi protocolli che si discostano dalle linee di indirizzo. Ma, sul piano culturale, nei luoghi del pensiero, laddove ci si confronta e si discute, non possiamo limitarci a riportare la RU486 sul binario della 194 per quanto riguarda il ricovero ordinario e l’estromissione dei consultori dalla pratica dell’aborto. Nella legge 194 è già presente nascostamente la cultura radicale che si manifesta palesemente nelle linee di indirizzo ministeriali e anche nella più recente tristissima Determina dell’AIFA 998/2020 che ha abolito l’obbligo di prescrizione medica per l’acquisto da parte delle minorenni della pillola dei cinque giorni dopo (EllaOne). Lo scopo dell’abortismo radicale è cancellare mentalmente il giudizio sull’aborto per quello che realmente è: la soppressione di qualcuno, di un figlio. Allora bisogna andare a fondo, laddove molti fattori concorrono a seppellire la più elementare verità: il concepito è un figlio, è uno di noi; le difficoltà di fronte a una gravidanza difficile o inattesa si possono superare insieme in una logica di accoglienza della mamma e del suo bambino. Si tratta di fare davvero un grande salto di civiltà, perché si tratta di rigenerare a fondo la società a partire dal riconoscimento collettivo – basato su scienza e ragione – del “non nato” come figlio uguale al figlio “nato”. È questo che ci dà la forza intellettuale per far fronte alle sfide sulla vita nascente, la ragione più vera per prevenire l’aborto, la motivazione per dare coraggio alle madri e alle famiglie, per mobilitare risorse intellettuali e materiali a servizio della vita umana nascente e della maternità durante la gravidanza; per rinforzare ogni altra forma di solidarietà; per dare un fondamento solido ai diritti dell’uomo.

Tra l’altro, poiché l’utilizzazione della RU486 implica un più elevato rischio di una decisione frettolosa e senza offerta di alternative, dovrebbe rendersi più organica la presenza del volontariato al servizio della vita umana nelle strutture ospedaliere, nei consultori, negli ambulatori in modo da garantire alla donna la libertà di non abortire ed un facile esercizio del relativo diritto.

Inoltre appare ancor più urgente l’iniziativa dello Stato e degli Enti locali affinché sia realizzata una educazione ampia e profonda al rispetto della vita umana fin dal concepimento e affinché, in nome del principio di uguaglianza e di dignità umana, ogni concepito sia riconosciuto come “uno di noi”.

Come sarebbe bello che tante e tante donne levassero la loro voce a favore di una società a misura di mamma – come chiede il titolo del concorso europeo 2021 – e dunque anche a favore del diritto a nascere dei figli più piccoli!

Grazie ancora ai Curatori e agli Autori e buona lettura a tutti.

 

Lettera al Popolo della Vita (.pdf)