Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano

Carissimi,

Giuseppe Anzani, ha scritto un toccante editoriale su “Avvenire” (16 ottobre scorso) riguardante l’eutanasia in Olanda di bambini da 1 a 12 anni. La macchina dello “scarto mondiale” avanza senza pietà e continua a mietere vittime su vittime. L’Olanda, capostipite dell’eutanasia in Europa, dal 2001 si è munita di una legge sulla “interruzione della vita su richiesta”. Una legge che disciplina sostanzialmente la burocrazia della morte (protocolli, procedure commissioni…) e che riguarda gli adulti e i minori dai 12 ai 18 anni. Poi, sempre in Olanda, nel 2004 è arrivato il Protocollo di Groningen, elaborato dal professor Eduard Verhaegen, sulla soppressione dei neonati “affetti da malattie gravi” e così è possibile uccidere un bambino tra gli 0 e i 12 mesi su richiesta dei genitori. Adesso cade la barriera di protezione dei bambini nella fascia d’età compresa tra 1 e 12 anni. Vite scartate, rifiutate, espulse dalla nuova rupe Tarpea: la società, la sua cultura, le sue leggi, il suo diritto. Il ministro della salute Hugo de Jonge ha insistito sulla necessità di evitare ai più piccoli sofferenze insopportabili e per quali non ci sono cure, ha giustificato l’allargamento ripetendo il ritornello del “best interest”.

La sofferenza va combattuta certamente, con forza e determinazione, e così la malattia, ma delle persone dobbiamo prenderci cura fino in fondo. L’impegno dovrebbe essere quello per promuovere e potenziare la terapia del dolore, gli analgesici, le cure palliative. E poi certo, la morte si accetta e non si respinge a tutti i costi, fa parte dell’umana esistenza. Ma questa logica è diversa da quella eutanasica che un po’ alla volta sta mostrando il vero volto di una cultura che rifiuta il mistero dell’uomo e si confina negli angusti limiti di un materialismo che non sa percepire quella dignità della vita umana che resta, brillante e costante, anche nella malattia più grave, nella disabilità più devastante, nella piccolezza e povertà estrema dell’uomo. Non sarà che la “cultura della morte” ha molto a che fare con l’idea che il senso della vita sia solo il piacere, il possedere, l’apparire? In questa visione non solo non c’è molto spazio per l’altro, ma diventa “indecente”, come è stato detto dal paladino olandese dell’eutanasia dei bambini, la vista di un malato grave o di un gravemente disabile. L’uomo è un pezzo di materia molto ben organizzata, ma comunque materia, e quando in qualche modo la “materia” non funziona più o ci impegna troppo nell’accudimento, si scarta e distruggerla può diventare una necessità ogni qualvolta il prezzo da pagare è basso.

Perciò gli uomini che non possono difendersi e che non sono difesi dalla collettività possono essere eliminati come cose inutili. È consequenziale il pericolo per i concepiti, i malati, i disabili gli anziani… così come lo era per gli ebrei, i prigionieri, gli schiavi.

«La morte che si vuole pietosa – scrive Anzani – è in sé violenza sopra il bambino ignaro e indifeso, e innocente, per giunta piagato da una malattia che lo infragilisce come una vittima. Non così, non così. È disumano». L’umano è in «una relazione che consola e accompagna, e non espelle né sopprime. Protegge dal dolore. Non dà le spalle quando viene il momento della fine».

 

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