Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano

Carissimi,

nel corso di un varietà televisivo condotto da Enrico Brignano, il noto attore comico e showman, a proposito dei medici che non vogliono farsi vaccinare, ha detto in modo ironico e graffiante: «la chiamano una scelta di libertà. Ma che libertà è quella di infettare o essere infettato? Questa è libertà?». Non è del vaccino antiCovid che voglio parlare adesso (gli dedicheremo alcuni webinar che la commissione cultura del MpV sta organizzando), ma della libertà o, meglio, dell’interpretazione della libertà. Più avanti, Brignano, per mettere in evidenza che si può ricorrere alla libertà anche in modo del tutto sbagliato, fa l’esempio dell’istruttore di scuola guida «che non crede nella precedenza». «Tu stai lì, all’esame, e dici: “istruttore guardi, c’è il passaggio a livello chiuso, che faccio, mi fermo?” e l’istruttore: “No guarda, è una scelta di libertà, se vuoi, vai!” “Ma sta arrivando il treno!” “È la tua libertà, decidi tu”». Commenta Brignano: «Ma è pazzesco, è follia, è assurdo!» e porta un altro esempio «è come se una società autostrade, per scelta di libertà, decidesse di non controllare lo stato dei ponti e dei viadotti. Sarebbe folle, no?».

Dunque, la libertà non è fine a sé stessa, non è autoreferenziale, non è la facoltà di fare ciò che si vuole, a qualsiasi costo, non è il modo per legittimare qualsiasi scelta rendendola indiscutibilmente “diritto”! È evidente che la libertà non è irrelata, ma c’è un bene che la libertà deve onorare, a cui la libertà tende e che la libertà realizza; che c’è un appello alla responsabilità e che la libertà non legittima qualsiasi comportamento. Si affaccia qui il tema della responsabilità verso la vita, propria e altrui, il tema dell’“altro”. Ma allora perché, invece, quando si parla di aborto o di fecondazione artificiale, la “libertà” di distruggere un altro è messa sul trono? È evidente il perché: perché l’inganno ripete dogmaticamente che “lui” è un “grumo di cellule”, non esiste, e si scatena se qualcuno ricorda che è un figlio, uno di noi e che la sua mamma va accolta e aiutata se è in difficoltà a far emergere il suo “sì” alla vita del suo bambino. Ecco qui anche la radice degli attacchi all’obiezione di coscienza, ultimamente riaccesi.

Recentemente un amico mi ha girato il post di un giovane che ricopre un ruolo socialmente rilevante il quale, in nome della libertà, inneggiava al diritto di aborto e ridicolizzava i “pro-life”. È veramente triste che nel terzo millennio si ripetano ancora ammuffite, infondate e dogmatiche affermazioni sul “grumo di cellule”. Ed è ancora più triste che queste affermazioni, buttate là, senza un briciolo di argomentazione, siano avanzate da un giovane che dovrebbe in qualche modo occuparsi del bene comune. Davvero oggi chi vuol stare al passo con i tempi, guardare al futuro e porsi dalla parte del progresso non può non tenere conto di due elementi: le acquisizioni della scienza moderna e il moderno principio di uguaglianza. Le moderne acquisizioni scientifiche, superando le fantasiose idee del passato, mostrano che dalla fecondazione ha inizio un nuovo essere vivente appartenente alla famiglia umana che contiene in sé tutte le caratteristiche che lo rendono unico e irripetibile, che si sviluppa in modo continuo, graduale e coordinato, che è protagonista attivo del suo stesso sviluppo. Il principio di uguaglianza, cardine del nostro tempo, frutto della moderna idea dei diritti dell’uomo, ci dice che tutti gli esseri umani sono accumunati da una identica dignità che non tollera graduazioni, che è inerente a ogni vita umana senza discriminazioni, che fa coincidere il concetto di essere umano con quello di persona. La storia dell’umanità ha fatto grandi progressi quando in nome della forza espansiva della dignità umana e del conseguente diritto alla vita ha liberato da una condizione di soggezione categorie di esseri umani ritenute “inferiori”. In questa bella e grande prospettiva, parlare di “diritto di aborto” è veramente una pretesa antistorica e una minaccia frontale a tutta la cultura dei diritti umani secondo cui – come abbiamo sottolineato in più occasioni, tra cui la scorsa Giornata per la Vita – il riconoscimento dell’inerente e uguale dignità di ogni essere umano è il fondamento della libertà. Oggi tutto questo si trova di fronte al più piccolo, al più inerme e al più innocente degli esseri umani ed è destinato a crollare o a rinforzarsi a seconda della risposta che diamo alla domanda: il concepito è o non è uno di noi?

Si tenga anche conto che ci sono autorevoli documenti – di cui risparmio la citazione per non appesantire la lettera – che vanno proprio nella direzione del riconoscimento dell’embrione umano come un essere umano a pieno titolo, come un soggetto titolare del diritto alla vita. È poi veramente una gravissima contraddizione invocare uguaglianza, diritti e civiltà, accoglienza e solidarietà accettando culturalmente e praticamente la più violenta delle discriminazioni: negare l’uomo nella fase più giovane della sua esistenza e pretendere che il cagionarne la morte sia considerato un diritto espressione della libertà individuale. Sarà enorme il progresso umano, civile, culturale, giuridico, politico, quando in tutta la società, si dirà: “ma che libertà è quella di togliere la vita?”

 

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