Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano

Carissimi,

a Parigi, ci si imbatte con facilità in manifesti che raffigurano due persone abbracciate e sorridenti. Sotto la scritta: “Sì, mio padre è gay”, oppure “Sì mia figlia è lesbica”, oppure, “Sì, mia nipote è trans”, ecc. A primo impatto possono sembrare immagini innocue: in fondo – si potrebbe pensare – il bene che si vuole a una persona, specie se si tratta di un familiare, non arretra a causa della tendenza sessuale. Giusto. Peccato però che non si vedono, per esempio, manifesti in cui un uomo e una donna si abbracciano sorridenti in cui lei dice “Si, mio marito è pedante” oppure lui dice “Sì, mia moglie è una seccatrice”. Neanche si vedono cartelloni con la scritta “Sì, mia suocera è invadente” e due donne che si abbracciano sorridenti; oppure “Sì, mio padre è malato”, o anche “Sì, mia figlia è disabile” con rispettive immagini di abbracci affettuosi. Neanche – figuriamoci! – si vedono manifesti di donne incinte che abbracciano il grembo dicendo “Sì, mio figlio è down”! Eppure anche queste situazioni familiari meriterebbero una riflessione in termini di capacità di costruire una relazione positiva e di accoglienza e solidarietà.

Cosa voglio dire? Voglio dire che è evidente che dietro quelle immagini da “mulino bianco” c’è l’ideologia gender che sotto la copertura della non discriminazione, punta a cancellare la rilevanza sociale della differenza maschile femminile facendo scivolare questa complementarietà nella palude dell’indifferenza sessuale. È questa l’obiettivo reale del Testo unico Zan comunemente noto come disegno di legge sull’omotransfobia, illustrato molto bene nel libro a cura di Alfredo Mantovano, “Legge omofobia perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo” (Cantagalli, 2021).

Sia chiaro: è, purtroppo, vero che talvolta dobbiamo fare i conti con episodi assolutamente negativi, espressione di una subcultura della violenza che sottopone le persone non eterosessuali (omosessuali o altro) a provocazioni verbali e anche ad aggressioni fisiche. Si tratta di episodi assolutamente riprovevoli e di atteggiamenti che vanno decisamente debellati e puniti. E in questo senso il codice penale (Titolo XII, “Dei delitti contro la persona”) non fa eccezioni per nessuno. Non è dunque in gioco il principio di uguaglianza (per altro affermato nella nostra Costituzione e in molti documenti internazionali). È evidente scrive Domenico Airoma che «La posta in gioco è molto più alta: siamo nell’epicentro di un conflitto che riguarda l’umano»; si vuole «mettere il sigillo della norma (cioè della normalità) ad una nuova antropologia e mettere fuori gioco ogni diversa visione dell’uomo».

Qualcuno chiede: perché il MpV si occupa del gender? Più volte nel MpV è stato affrontato questo tema, ricordo per esempio il libro di Carlo Casini, “Matrimonio, famiglia, figli tra ideologia e realtà” (Società editrice fiorentina, 2007) e l’“Appello alla ragione. Contributo al dibattito parlamentare sulle unioni civili” proposto dal Movimento per la vita, dal Forum delle associazioni familiari e da Scienza&Vita. Il motivo dell’interesse è duplice. Innanzitutto si presenta l’occasione di una profonda riflessione sul principio di uguaglianza/non discriminazione che è la ragione per la quale il MpV da sempre sostiene che il concepito uno di noi, riconoscimento che esprime nel massimo grado proprio il principio di uguaglianza. Ma in che consiste l’uguaglianza? Dove si fonda? Se fosse cancellazione delle differenze, sarebbe “egualitarismo”, omologazione, uniformità, livellamento. Invece, il principio di uguaglianza valorizza le differenze, proprio perché sottolinea la ricchezza di ogni differenza che manifesta l’importanza insostituibile di ogni essere umano e dell’uguale valore della sua vita. Inoltre il tema del gender investe la famiglia e pone la domanda: esiste una struttura ontologica della famiglia oppure è sufficiente un’affettività sessualmente caratterizzata indipendente dall’essere uomodonna? La risposta si ricava da ciò che è scritto in numerosi documenti internazionali in tema di diritti umani, sia in molte Costituzioni nazionali: la famiglia è fondamento e nucleo, cellula primordiale, della società e dello Stato; essa svolge una funzione pubblica in quanto risorsa primaria ordinata al bene comune. La “fondamentalità” della famiglia è, evidentemente, ritenuta tra i pilastri che sorreggono la complessa architettura dello Stato. Infatti, la dimensione sessuata dell’uomo e della donna è una caratteristica essenziale che rende possibile la storia attraverso il succedersi delle generazioni. Senza la diversità-complementarietà sessuale uomo-donna non ci sarebbero nuovi esseri umani e perciò neanche storia, futuro, avvenire. Una società senza figli è destinata a scomparire. Certamente, non è solo il dato biologico della generazione che attira l’interesse pubblico. È innegabile, come l’esperienza dimostra, che il bambino – ma anche l’adolescente – per crescere in modo sereno e armonico, ha bisogno di un ambiente, la famiglia, dove poter sperimentare – attraverso la forza del padre e la tenerezza della madre – sicurezza, amore, stabilità, solidarietà. L’importanza della famiglia per la società si manifesta, perciò, anche nella sua capacità educativa che fa leva anche sulle diverse ricchezze della femminilità e della mascolinità.

Dire queste cose significa essere omofobo? Noi vogliamo che tutti, anche i bambini in viaggio verso la nascita, siano accolti e rispettati, amiamo l’uguaglianza, la libertà la democrazia, i diritti umani, noi vogliamo costruire il bene comune, accettiamo il dialogo e il confronto. Dove stanno le fobie? Non stanno forse dalla parte di chi detesta un pensiero diverso e pretende di imporre il proprio?

Come è abituale nel nostro stile, ai “no” volti ad impedire il male affianchiamo la scelta di rappresentare con entusiasmo la bellezza e la verità della dimensione sessuata dell’uomo e della donna.

Il punto di partenza è la meraviglia della vita umana il cui inizio è affidato all’incontro tra una donna e un uomo. «È per questa ragione – ricorro ancora una volta alle parole di Domenico Airoma – che questa battaglia merita di essere combattuta a prescindere dal risultato che potrà avere».

 

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