Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano

Carissimi,

da fine giugno ha preso il via la raccolta delle 500mila firme necessarie per presentare il referendum sull’eutanasia promosso dai Radicali (Associazione Luca Coscioni).

Dall’aborto all’eutanasia, passando per l’ideologia gender. La linea è stata tracciata nel momento in cui si è consolidato, con la forza della legge, il rifiuto di portare lo sguardo sul figlio che inizia a vivere nel grembo materno. Adesso la cultura dello scarto pretende di ottenere la legalità, l’assistenza medica, il consenso sociale alla fuoriuscita delle persone gravemente malate e disabili. Sì, persone, perché la dignità umana è ineliminabile e indistruttibile: nessuna malattia o disabilità, può intaccarla o menomarla.

Sia chiaro: il piano della riflessione è culturale, sociale, legislativo e politico. Qui e solo qui siamo chiamati a giudicare, perché l’umanità dolente va sempre riconosciuta, accolta, amata. Piergiorgio, Eluana, Fabiano, Davide, Daniela, Mario, per fare i nomi di coloro di cui ha parlato la cronaca, sono nostri fratelli e nostre sorelle. Abbiamo, però, di fronte ai problemi e alle dolorose vicende umane, la responsabilità di riflettere e trovare insieme risposte non dettate dalla cultura dello scarto e dell’indifferenza, ma dalla cultura della cura e della prossimità. Quest’ultima esige che il massimo impegno scientifico, tecnico, organizzativo debba essere quello che vuole attuare il diritto alle cure palliative e a una adeguata terapia del dolore; rafforzare l’assistenza sanitaria anche a domicilio; garantire il diritto alle cure adeguate e fruibili; ristabilire un’autentica alleanza terapeutica, anche attraverso la pianificazione condivisa delle cure; non imporre interventi sproporzionati e clinicamente non adeguati e prestare attenzione all’eventuale momento della desistenza terapeutica; supportare economicamente chi ha più bisogno; aiutare le famiglie e sostenere i caregiver; migliorare le strutture ospedaliere e i pronto soccorso sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista della formazione umana e professionale degli operatori; alleggerire la burocrazia sanitaria e migliorare la qualità dei servizi; provvedere alla diffusione degli hospice. Questo è ciò per cui vale la pena lavorare tutti insieme. È questo ciò di cui ha bisogno chi si trova a combattere con malattie inguaribili e disabilità gravi. Se non diamo risposte concrete e amorevoli alla sofferenza delle persone, la richiesta di morte si presenta come lo sbocco della disperazione.

Ma, si dice, quella di morire è una scelta individuale su sé stessi e in quanto tale insindacabile. È il ritornello dell’autodeterminazione autoreferenziale e assolutizzata che recide il più elementare vincolo di solidarietà umana: quello che riconosce sempre e comunque l’uguale dignità dell’altro e promuove autentiche relazioni di cura. E così, in barba alla vera libertà, l’ideologia radicale dà il colpo di grazia a situazioni di comprensibile fragilità emotiva e spirituale, scoraggia, illude, inganna, demotiva, genera abbandono e solitudine, si amalgama agli egoismi, si avvale dell’indifferenza, apre voragini sotto i piedi di chi già è provato dalla stanchezza e dall’esasperazione. Si dimentica però che esiste una dimensione relazionale che inevitabilmente si riflette nelle scelte individuali. «Si può dimenticare il degrado del proprio corpo se lo sguardo degli altri è pieno di tenerezza», è scritto sulle pagine del diario di un hospice. Lo sguardo della società su malati e disabili dovrebbe essere uno sguardo di fratellanza, sempre pronto – anche quando l’altro ha smarrito la percezione della propria dignità – a riconoscere il valore della persona anche nelle condizioni di estrema dipendenza dagli altri.

«Quando la malattia bussa alla porta della nostra vita affiora sempre più in noi il bisogno di avere accanto qualcuno che ci guardi negli occhi, che ci tenga la mano, che manifesti la sua tenerezza e si prenda cura di noi, come il Buon Samaritano della parabola evangelica», ha detto giustamente papa Francesco (Discorso ai membri della Congregazione per la dottrina della fede, 30 gennaio 2020). Non sarà che davvero è questa la strada della libertà, della civiltà, del progresso e dei diritti dell’uomo?

 

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