L’eugenetica dei “buoni” di Giovanna Sedda

Tutti conoscono lo stretto legame tra nazismo ed eugenetica che ha segnato la prima metà del Novecento. Non tutti sanno però che l’origine del moderno eugenismo va rintracciata dall’altra parte dell’oceano. Negli Stati Uniti, il movimento eugenetico non si è fermato alle idee né a un gruppo marginale di pensatori. Al contrario, era riuscito a persuadere accademici e politici fino a lanciare ampie campagne pubbliche. Campagne in cui un apparato pseudo-scientifico si faceva complementare a obiettivi discriminatori e ideologici. Quella che segue è una storia a tappe della eugenetica dei “buoni”. La parola eugenetica viene inaugurata dall’inglese Francis Galton che, nel 1883, la definisce come “la scienza per il miglioramento della specie umana”. Mentre il concetto della selezione dei migliori esisteva già, a dire il vero, in modo latente già tra i filosofi greci, Sir Galton lo eleva a scienza donandole un’aurea di obiettiva utilità e immediata applicazione. Il concetto arriva negli Stati Uniti grazie a Charles Davenport, un biologista ed evoluzionista, di ritorno da un soggiorno europeo in cui è folgorato dagli studi di Galton sull’ereditarietà: siamo nel 1902. Davenport era particolarmente interessato al concetto di ereditarietà dell’intelligenza e altre caratteristiche psicologiche. Lo studioso spostava così il concetto darwiniano di selezione naturale su un piano sperimentale: individuare i meccanismi dell’ereditarietà per poterli governare e creare una “umanità migliore”. Davenport fonda il primo centro di ricerca sull’ereditarietà finanziato dalla Fondazione Carnegie, siamo nel 1903. Il passaggio dallo studio degli animali agli esseri umani avviene pochi anni dopo. Non potendo ricorrere alla sperimentazione, Davenport volge la sua attenzione sui registri genealogici per ricostruire i possibili meccanismi dell’ereditarietà umana. Nel 1906 egli istituisce l’American Breeder’s Association: l’eugenetica inizia a profilarsi in come una risposta ai problemi sociali legati alla recente industrializzazione americana: povertà, malattie, alcolismo, ignoranza. L’idea di base era fermare la trasmissione ereditaria delle caratteristiche indesiderate nelle generazioni future. Un impulso significativo in questa direzione arriva nel 1909 dallo psicologo Henry Goddard, uno dei primi utilizzatori dei test d’intelligenza. Il salto di qualità arriva nel 1910 quando ormai Davenport e Goddard sentono l’urgenza di passare all’azione sul campo. Occorre una nuova istituzione dedita a educare il pubblico sui principi dell’eugenetica e promuoverne l’applicazione nel mondo reale: l’Eugenics Records Office (ERO), dedicato a raccogliere informazioni genealogiche e guidare le scelte riproduttive della nazione. La nuova istituzione raccoglieva alcuni tra i principali scienziati dell’epoca, compreso il fisico Alexander Bell. Qui un’altra figura pianifica una vera e propria opera di evangelizzazione: Harry Laughlin raccoglie attorno all’istituzione i laureati delle migliori università ed estende la raccolta di dati a livello nazionale. La grande mole di dati raccolta serve ad alimentare un flusso continuo di articoli, libri e pamphlet a sostegno delle idee eugenetiche che si trasformano in una vera e propria causa politica. Quando l’ERO ha pubblicato il primo report ufficiale nel 1913 i cittadini statunitensi ne accolgono i risultati entusiasticamente e tra loro c’è anche il presidente Theodor Roosevelt. Con il mondo accademico, il pubblico e l’amministrazione pubblica dalla loro parte, gli eugenisti sono inarrestabili. L’eugenetica delle origini era supportata dalle prime scoperte sull’ereditarietà di Mendel e da una ben più massiccia dose di pseudoscienza. Quando Thomas Morgan, allora membro dell’ERO e futuro premio Nobel scopre, studiando i moscerini della frutta, che l’ereditarietà è ben più complessa di quanto previsto dagli eugenisti e pressoché ingovernabile, le sue critiche restano inascoltate. Il movimento negli Stati Uniti ormai è una vera e propria ideologia inarrestabile. Il movimento ha un proprio spazio e numerosi appuntamenti anche all’Esposizione internazionale del 1915 a San Francisco. Sul finire degli anni Venti, l’eugenetica è divenuta una materia universitaria a pieno titolo, è usata per avvalorare leggi anti-immigrazione e razziali, oltre che promuovere la sterilizzazione dei più indifesi e poveri. Il discutibile giudizio su un essere umano era sufficiente a catalogarlo come un “debole di mente” e a precludergli ogni diritto alla procreazione. Valutazioni ribadite nelle aule dei tribunali e le cui conseguenze venivano applicate anche coattamente. L’eugenetica diveniva un vero e proprio strumento di affermazione, se non sopraffazione, di una élite sugli altri gruppi sociali identificati spesso come portatori di altrettanti caratteri sociali indesiderati. Tra i non desiderabili dell’epoca si annoverano senzatetto, poveri, disadattati e immigrati. Non stupisce che tra i sostenitori della causa eugenetica ci fossero anche leader del movimento per il controllo delle nascite. Notevole fu il ruolo della femminista Margaret Sanger alla guida della American Birth Control League, gruppo che poi prenderà il nome di Planned Parenthood. Quando i chiari effetti discriminatori e l’uso strumentale dell’eugenetica iniziarono a divenire palesi era ormai troppo tardi. Il movimento aveva guadagnato sostenitori tornando sulle sponde europee dell’Atlantico. Un sostegno che era stato attivamente perseguito attraverso numerosi scambi internazionali. Uno di questi, portato alla luce dal giornalista investigativo Edwin Black nel 2012, fu finanziato dall’influente Fondazione Rockefeller per sostenere i progetti eugenetici in Germania, compreso quello affidato al giovane medico tedesco, Josef Mengele. Lo stesso Mengele che passerà alla storia come il “dottor morte” del campo di concentramento di Auschwitz. Da qui in poi, la storia del movimento eugenetico diventa la tragedia che tutti, si spera, non smetteremo mai di ricordare.

 

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