L’Eutanasia in Italia: il pericolo di una sanità “disumanizzata” di Marie-Cristine Jeannenot

Il prossimo 25 ottobre la proposta di legge sull’eutanasia sarà esaminata alla Camera. Quanto al referendum popolare a favore dell’eutanasia legale, promosso dall’Associazione Coscioni ha già superato 1 milione di firme (con raccolte anche online) e riguarda l’abrogazione parziale dell’art. 579 del codice penale.

Ricordiamo che l’articolo in questione sancisce che “Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni”.

E già da un po’ di anni che si è insinuata in Italia la volontà di smantellare il principio fondamentale dell’ ”indisponibilità alla vita” (e l’eutanasia ne è un punto cardine).

Il 31 gennaio 2018 entrava in vigore, dopo l’approvazione del Parlamento, la legge 219 sulle Dat “Disposizioni anticipate di trattamento” cioè il cosiddetto testamento biologico.

Nel 2019 la Consulta legittimava, in Italia, il suicidio assistito in determinate condizioni con la depenalizzazione dell’articolo 580 del c.p. Secondo questo articolo Cappato sarebbe dovuto essere condannato, per “istigazione o aiuto al suicidio”, ad una reclusione da 5 a 12 anni, per aver aiutato Fabiano Antoniani (Dj Fabo) a morire in una clinica svizzera.

Purtroppo si contano sostenitori dell’eutanasia, sia a livello politico (Radicali, Pd, M5 Stelle, Più Europa per fare qualche esempio…) che a livello di personalità pubbliche (propaganda tramite influencer come Fedez, presentatori tv, cantanti, attori…).

Qualche giorno fa anche Roberto Fico, presidente della Camera dei Deputati, parlando dei referendum sulla cannabis e l’eutanasia ha commentato: “Non c’è dubbio che soprattutto se parliamo di eutanasia, sono convinto che il Parlamento debba assolutamente legiferare. D’altro canto i referendum possono essere uno stimolo alla legislazione del Parlamento”.

È innegabile che le nostre società moderne presentano tutti gli allarmanti sintomi di “una cultura di morte” puntando ad imporre un criterio di qualità della vita. Si esalta l’autodeterminazione dell’individuo facendogli credere che è preferibile morire piuttosto che soffrire. Ovviamente è un altro modo di far accettare alle masse l’idea che esistano quelle che una volta si dicevano essere “vite non degne di essere vissute”…ma chi ha il potere di impadronirsi della morte e di scegliere chi fare morire o vivere? A chi appartiene la vita del paziente?

È illusorio pensare, malgrado l’esistenza del “consenso informato” ( molto discutibile), che l’individuo potrà a lungo essere autonomo nelle sue scelte. Temo purtroppo che anche se i promotori della legge sull’eutanasia vogliono sembrare rassicuranti sulla libera scelta del paziente, molto presto si trasformerà in un sistema sanitario spietato con protocolli rigidi, dove al contrario i pazienti dovranno dimostrare (giuridicamente) che non vogliono morire.

Molto preoccupante al riguardo è l’’articolo 7, comma 1 (del testo di legge sull’eutanasia) che “prevede i casi di non punibilità, specificando che le disposizioni degli articoli 575 (omicidio) 579 (omicidio del consenziente) 580 (istigazione o aiuto al suicidio) e 593 (omissione di soccorso) del codice penale non si applicano al medico e al personale sanitario che abbiano praticato trattamenti eutanasici provocando la morte del paziente, e a tutti coloro che agevolino o aiutino il paziente nell’accesso al trattamento eutanasico, al sussistere di determinate condizioni dettagliatamente specificate”.

L’eutanasia costituisce né più né meno che la soppressione della vita umana (sia con la somministrazione di un farmaco letale che con la sottrazione di un sostegno vitale, come l’idratazione e l’ossigeno).

La nostra società contemporanea è organizzata sulla base di criteri di benessere, di efficienza produttiva dove tutto ha un valore (purtroppo anche la vita e la morte).

Si tagliano i costi e non ci sono posti negli ospedali, le persone a volte devono fare cure domiciliari spesso a proprie spese…quale dovrebbe essere la risposta di uno stato democratico e responsabile?

Promuovere l’eutanasia o investire nella sanità? Non c’è dubbio che si deve investire nelle cure per aiutare il paziente e le loro famiglie (che troppo spesso si sentono abbandonati).

Malgrado la pandemia è sorprendente vedere che in Italia non si investe nella sanità (che addirittura è stata tagliata in Italia dal 2009). Le politiche di austerità, imposte dai vicoli europei, hanno sempre avuto come parola d’ordine la riduzione degli sprechi: flessibilità del lavoro, tagli alla previdenza e all’assistenza, tagli alla sanità.

Questo segnale è preoccupante e lascia trasparire che le condizioni sanitarie della popolazione non sono una priorità e certamente l’eutanasia non è la soluzione.

Nel testo della proposta di legge è scritto: “Il presente disegno di legge va quindi a colmare un vuoto normativo non più giustificabile né dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, né dalla Corte costituzionale e dà una risposta a centinaia di persone che chiedono il rispetto della propria dignità nella morte e che, per vedere garantito questo loro diritto, spesso sono costretti a lunghi e faticosi viaggi verso i Paesi dove l’eutanasia o il suicidio assistito sono legali.”

È molto triste vedere che viene invocato l’argomento della clandestinità per giustificare l’eutanasia.

Questo dimostra una mancanza di onestà morale ed intellettuale con un spudorato tentativo di manipolazione delle menti.

L’eutanasia (come il suicidio assistito) è una “falsa pietà” e la nostra civiltà va protetta da questa pericolosa deriva eugenetica. Ribadisco l’importanza della cura (anche palliativa) e del non accanimento terapeutico (che già esistono). Il paziente (anche malato terminale, soggetto cosiddetto “vegetale”, portatore di handicap psicofisici, l’anziano…) ha diritto ad essere accompagnato nella sua malattia e non abbandonato.

Nella relazione di cura (compresa la medicina palliativa) il malato e la sua famiglia hanno il diritto di essere assistiti, seguiti, guidati in una relazione di fiducia grazie a un personale sanitario competente e responsabile. Il malato non va abbandonato a sé stesso ma aiutato a fronteggiare la malattia… soprattutto il medico non può e non deve diventare il boia di una sanità “disumanizzata”.

Vorrei anche accennare a due interrogativi su potenziali pericoli:

  1. la triade: consenso informato-eutanasia- donazione degli organi;
  2. il pericolo delle intelligenze artificiali e obiezione di coscienza.

In una società eutanasistica in cui il consenso informato permette di sapere chi morirà a breve, siamo sicuri che la medicina adempierà i suoi doveri di cura e non di lucro (per potenziali donatori di organi)?

In un sistema dove l’intelligenza artificiale potrebbe anche sostituire l’uomo in certi ambiti medici, che ne sarebbe dell’obiezione di coscienza dal punto di vista giuridico?

San Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae ricordava con saggezza: “Nessun uomo tuttavia, può scegliere arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è padrone assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale ” viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28).

 

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