Miranda: Difendere la vita nascente come impegno universale di Massimo Magliocchetti

Per continuare a capire il senso profondo della Giornata per la Vita abbiamo incontrato il Prof. P. Gonzalo Miranda, L.C., bioeticista di fama mondiale e Preside della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Professore Ordinario di Bioetica e Teologia Morale, è autore di 9 libri e più di 140 articoli specializzati. Nella sua carriera vanta più di 400 conferenze, in più di 200 città di vari paesi, sui temi più importanti della bioetica.

  • Professore, quest’anno verrà celebrata la 42° Giornata per la Vita, dal titolo “Aprite le porte alla vita”. Oggi, le “porte” sono chiuse?

Perché?«Sicuramente, questa espressione ci riporta al famoso discorso di San Giovanni Paolo II il giorno dell’inaugurazione del suo pontificato: “Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo!”. Noi cristiani siamo convinti che Gesù Cristo è la Vita. Che ci porta la vita eterna. Il Suo messaggio è il Vangelo della vita, l’annuncio della Buona Novella, che illumina anche la coscienza del valore della vita umana e impelle a rispettarla, promuoverla e difenderla.
Purtroppo, è vero che molte porte sono chiuse oggi all’accoglienza della vita. Porte dei cuori, porte della cultura, porte dei Mass Media, porte della politica e del diritto…
Studiando tempo fa l’espressione utilizzata spesso da Giovanni Paolo II, quando parlava della diffusione della “cultura della morte”, mi sono convinto che non si tratta di pensare che la nostra società sia assetata di sangue, attratta dalla morte. Tanti segni dimostrano che non è così. Si tratta però di una visione culturale secondo la quale la morte può essere considerata come soluzione accettabile di determinati problemi. Non si desidera il bambino che cresce nel grembo materno, si ricorre all’aborto. Non si desidera continuare a vivere, il rimedio sarebbe l’eutanasia. Si vuole avere un figlio che non arriva, perché non far produrre degli embrioni in laboratorio per poi selezionare qualcuno eliminando quelli che “avanzano”?
L’accettazione della morte come soluzione si diffonde lì dove si va perdendo la comprensione del valore sublime della vita umana, di ogni vita umana. Da una parte a causa della perdita della visione “sacra” della vita, e di Dio come unico Signore della vita. Dall’altra per colpa di una antropologia confusa e riduttiva, nella quale non si capisce che l’uomo non è semplicemente uno in più tra gli animali superiori. E da questo deriva anche lo smarrimento del principio dell’uguaglianza universale degli esseri umani: in questa visione, il valore dell’essere umano, della sua vita, non è incondizionato e incondizionale; al contrario, dipende dalle sue caratteristiche, e le sue condizioni: sano o handicappato, nato o non ancora nato.
Tutto ciò porta da una parte, come dicevo, a vedere la morte, l’uccisione, di determinati esseri umani come soluzione di determinati problemi; e dall’altra, a un pessimismo che induce a molti a non aprirsi all’accoglienza di nuove vite, soprattutto quando si intravedono i sacrifici che il loro arrivo potrà comportare».

  • Con quali strumenti possiamo “aprire le porte alla Vita”?

«Sono convinto che, in primo luogo, noi cristiani dobbiamo rinnovare lo sforzo di evangelizzazione del nostro mondo. I cuori che accolgono Dio, molto più difficilmente si chiuderanno all’accoglienza della vita di coloro che sono stati da Lui creati a Sua immagine somiglianza. Chi ama Gesù, la Vita, accoglie con amore ogni vita umana. C’è poi il compito culturale, anche questo arduo e a lunga scadenza, di promuovere una visione antropologica, una comprensione della persona umana che non la riduca ad una macchina pensante o un animale appena di qualche grado superiore alla scimmia.
Mi sembra poi molto importante che promoviamo insieme degli atteggiamenti positivi e propositivi in relazione alla vita. Poche esperienze possiamo immaginare più belle e dense di significato che quelle della nascita di un nuovo piccolo essere umano (che è poi un nuovo figlio di Dio!). L’annuncio del Vangelo della vita, che spesso deve comportare anche la denuncia dei delitti contro di essa, deve essere un canto alla bellezza, la speranza, la meraviglia sublime che si riflette nel Salmo 8 della Bibbia: “Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato”.
In questo annuncio, è di fondamentale importanza l’esemplarità. Le idee si spiegano, i valori si testimoniano. Così come i pagani si ammiravano vedendo i primi cristiani e dicevano: “guardate come si amano” e venivano contagiati da questo amore, oggi i nostri “pagani distratti”, vedendo la nostra testimonianza positiva ed allegra, devono poter dire: “guardate come amano la vita, come amano ogni essere umano!”»

  • Oggi è fondamentale dare nuovo vigore all’impegno culturale, sociale e politico per la costruzione della cultura della vita, specialmente quella della “vita nascente”. Secondo Lei, quali sono le priorità per raggiungere questo obiettivo?

«Penso che, innanzitutto, dobbiamo rinnovare l’impeto della missionarietà per la vita tra di noi, cattolici. E in questo un ruolo importante è quello dei sacerdoti e degli agenti della pastorale. Naturalmente, queste tematiche non sono le uniche che devono vedere il nostro impegno. Ma bisogna essere ciechi per non comprendere che stiamo parlando di valori fondamentali, “vitali” nel senso più letterale, e che è proprio su questi valori che regna la maggiore confusione e il peggiore smarrimento. Il valore della vita e del suo rispetto dovrebbe essere continuamente, tenacemente, promosso nelle omelie, nell’attività parrocchiali, nella catechesi per adulti, nelle conferenze, nel circolo di studio, nelle scuole.
Mi sembra molto importante lavorare seriamente nella formazione dei formatori in questo campo. Questo è, per esempio, lo scopo della nostra facoltà di bioetica (come di tante altre realtà accademiche).
E con il contributo di tante persone ben formate, cercare di raggiungere anche il maggior numero di persone, specialmente tra i politici, i legislatori, i comunicatori sociali, i docenti della scuola e dell’università, etc.»

  • La bioetica non è più una disciplina soltanto È entrata nelle case di ognuno, con le notizie della stampa e le televisioni, fino ai dibattiti nei talk show. Come possiamo offrire un servizio alla cultura della vita nascente?

«In parte ho risposto nella domanda precedente. Approfitto per sottolineare l’importanza dei Mass-media e conseguentemente del lavoro culturale da fare tra i responsabili e gli operatori di questi potenti mezzi di comunicazione. Ugualmente, penso che dobbiamo ancora crescere molto nella nostra capacità di comunicazione attraverso questi strumenti. Fortunatamente, oggi con Internet si sono moltiplicate le possibilità di comunicare ad ampio raggio, anche con risorse economiche molto modeste. La coscienza di questa importanza ci ha portati a creare alcuni anni fa, all’interno della nostra facoltà di bioetica, il gruppo di ricerca Biomedi@, che si occupa del binomio bioetica (e in generale la promozione della vita, della famiglia) e Mass-media. Iniziative del genere mi sembrano molto importanti».

  • Nel messaggio dei Vescovi non è mancato un cenno al tema del fine Il dibattito italiano è ormai concentrato su questi temi e da pochi mesi è stata depositata la sentenza della Corte Costituzionale sul caso Dj Fabo. Sembra che le aperture sul fine vita, in Italia, abbiano ripercorso le tappe che hanno portato alla liberalizzazione dell’aborto. Aborto ed eutanasia sono due facce della stessa medaglia?

«È innegabile il nesso logico tra queste due realtà. Ricordo la domanda di un giovane in una trasmissione televisiva alcuni anni fa: “Se in Italia abbiamo legalizzato che si possa porre fine con l’aborto alla vita di un altro, come possiamo pensare che non si autorizzi a porre fine alla propria vita?”.
Pensandoci bene, però, vedo  una differenza importante, per quanto riguarda La legalizzazione o depenalizzazione di questi comportamenti. Nel caso dell’aborto, gli adulti decidono (nel parlamento o nei tribunali), la sorte di essere umani che non possono esprimere la propria opinione o volontà. Quando si tratta di legalizzare l’eutanasia invece, gli adulti sanno che può essere in gioco anche la propria vita. È interessante notare come l’aborto fu legalizzato rapidamente in molti paesi, quasi a cascata, dalla prima legge in Inghilterra nel 1969 e poi la sentenza della Corte Suprema americana del 1973 a tanti altri paesi, in pochi anni (in Italia nel 1978). Non è stato così invece con l’eutanasia o il suicidio assistito. I primi tentativi di legalizzazione sono avvenuti nel 1903 e il 1906 in Germania e negli stati uniti. Poi si agitarono di nuovo le acque negli anni ’30, e poi negli anni ’70… Attualmente, l’eutanasia è legale in pochissimi paesi, concretamente nei tre paesi del Benelux (Olanda, Belgio e Lussemburgo) e da poco anche in Canada.
Purtroppo, però, certe tendenze vanno creando dei solchi nella cultura e nella società. Spesso, come vediamo ora anche in Italia, con l’utilizzo dell’aratro da parte di giudici di vari livelli, che dettano sentenze non solo contro le leggi ma anche contro il sentire comune. Su questi solchi poi certe ideologie si affermano e possono diventare davvero comuni».

  • La Giornata per la Vita è stata istituita da un Papa, un Santo, San Giovanni Paolo È però un momento di riflessione sociale ben più ampio, che coinvolge direttamente anche i non credenti. Il messaggio prolife è veramente universale?

«Di per sé, il valore della vita umana dovrebbe essere apprezzato da tutti, a prescindere da credi religiosi o appartenenze politiche. C’è qualcosa di più universale che il  vivere?  C’è qualche principio morale più elementare che il dovere di rispettare la vita di tutti? Purtroppo, costatiamo che non è così sempre e dappertutto. E non mi riferisco al fatto che alcuni esseri umani uccidano altri essere umani. Questo è accaduto sempre. È significativo che il primo peccato narrato nella Bibbia, dopo il peccato originale (e a causa della corruzione introdotta da questo), sia stato proprio un omicidio, quello di Caino nei confronti di suo fratello Abele. Ma da sempre, e in tutte le culture e religioni, se è capito che l’uccisione di un essere umano innocente non deve essere mai giustificata né approvata dalla legge.
Oggi invece, nella mente e nel cuore di molte persone e di molti gruppi ideologici e politici c’è tanta confusione. È interessante vedere come per esempio i membri del Partito Radicale Italiano hanno portato avanti la famosa campagna “Nessuno tocchi Caino”, contro la pena di morte. Ma ignorano olimpicamente il versetto di poco precedente nello stesso libro della Genesi, quando Dio dice a Caino: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” Quante grida arrivano a Dio dalla voce del sangue di milioni di esseri umani eliminati prima di vedere la luce!»

  • In chiusura, Lei tiene lezioni e conferenze in tantissime parti del Ha quindi potuto misurare l’impegno prolife in culture molto differenti tra loro. Esiste un aspetto che ci lega tutti?

«Tanti! Riempie il cuore di speranza vedere queste persone, gruppi, associazioni, che con grande generosità si sforzano per promuovere il rispetto della vita in tante parti del mondo, annunciando, denunciando, aiutando le persone che sono in situazioni di fragilità e necessità… Si tratta di persone profondamente sensibili al bene e all’amore, generose, spesso eroiche nella loro tenacia.
E questa speranza non è un mero sentimento vago e incerto: è abbastanza evidente che grazie all’impegno costante di queste persone e di questi gruppi, le società vanno cambiando in molte parti del mondo, e va guadagnando terreno la cultura della vita».

 

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