Non mortificate il ruolo del medico di Maria Teresa Iannone, Ospedale Fatebenefratelli

Gli operatori sanitari hanno il compito di dedicarsi al malato in una prospettiva umanizzante affinché possa vivere fino alla morte con piena dignità.

Un lavoro corretto sulla relazione è la prospettiva fondante per evitare il rischio di qualunque legge sul fine vita, di determinare conseguenze nell’operatività generando serie difficoltà se non si prendono in considerazione in modo capillare gli aspetti relativi alla informazione e alla relazione medico-paziente.

È necessario evitare di mortificare il ruolo del medico, privandolo dell’autonomia delle scelte in scienza e coscienza da condividere col paziente attraverso un consenso che ne esprima l’adesione, a favore di una falsificazione del rapporto di cura; questo, infatti, già oggi da una parte viene promosso per poi, però, subordinarlo completamente alla scelta legale del paziente nell’ottica di un principio di autodeterminazione che più che sviluppare la dimensione di libertà si riferisce a una visione utilitaristica portando la relazione terapeutica in una dimensione contrattualistica.

È assolutamente fondamentale una formazione iniziale e continua per i medici e gli altri componenti le professioni sanitarie rivolta in particolare alla relazione e alla comunicazione innanzitutto con il paziente, ma anche con i familiari, il fiduciario ecc. che si basi non su un concetto teorico, ma sottolinei

l’estrema importanza della relazione di cura e fiducia con azioni concrete, anche organizzative. Infatti non si può trascurare, nella realtà quotidiana rilevabile nelle strutture sanitarie, la carenza della comunicazione – e dei tempi destinati ad essa – intesa come base della struttura relazionale nel rapporto terapeutico, mentre sarebbe necessario che l’approccio basato sulla malattia si convertisse in approccio rivolto alla persona.

Bisogna lavorare affinché il consenso sia definito in un’accezione più ampia dell’espressione di una mera visione contrattualistica, presupponendo un processo informativo completo ed effettivo sulla complessità e sulle possibilità che ne derivano; non deve essere, quindi, definito a priori per legge in modo statico ma adeguatamente formato solo grazie al medico, il quale non è un tecnico chiamato ad eseguire le volontà del paziente ma colui che, per competenza, fa le scelte e aiuta, poi, il paziente a comprendere ed aderire. Il paziente deve essere l’obiettivo dell’attività terapeutica e sarà l’arbitro finale delle decisioni, ma potrà farlo in base alle scelte che gli vengono chiaramente prospettate.

Una volta riconosciuta la necessità di un’informazione comprensiva anche delle reali ricadute che la malattia comporterà sulla qualità di vita dell’ammalato e della sua famiglia e delle reali opportunità assistenziali, risulta evidente che la fonte dell’informazione non potrà essere solo il medico, pur restando questo il responsabile della raccolta della manifestazione del consenso, ma anche altri soggetti, quali infermieri, psicologi, assistenti sociali, ecc., che della qualità di vita sono direttamente responsabili. Solo un’informazione che abbia questa estensione potrà creare i presupposti di una organizzazione accogliente e porre la persona in condizione di esprimere un consenso – un rifiuto o una revoca – davvero consapevole e prevenire ogni richiesta estrema frutto di condizioni di paura o solitudine.

Dobbiamo farci portavoce e testimoni di progetti e processi che partano dalla giusta educazione alla complessità e alla consapevolezza che la dipendenza e l’interdipendenza siano parte integrante della natura umana.

 

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