Paola Binetti. Ricordando Carlo Casini, amico e maestro

Recensione di P. Binetti con Prefazione di C. Giuliodori e Postfazione di E. Roccella, Edizioni del Movimento per la Vita, Roma, 2020, pp. 64.

 

Carlo Casini ci ha lasciati all’inizio dell’anno 2020, mentre la pandemia da Covid-19 cominciava a flagellare l’intero pianeta, a partire, dopo la Cina, proprio dal nostro Paese. L’inno alla vita cantato dalla sua esistenza non poteva trovare uno scenario più contrastato, stagliandosi sul tetro silenzio impotente che ha paralizzato il globo per mesi.

La gratitudine per i doni ricevuti, così tipica degli esseri umani consapevoli, può trovare infinite vie di manifestazione. Quella scelta da Paola Binetti è nel solco delle sue competenze di intellettuale, di accademica, di donna di parola e donna delle parole: un libro, molto breve e compendioso, in cui però ella mette da parte ogni tentazione biografica e si direbbe anche ogni ipotesi agiografica, per offrirci un’inquadratura intensamente soggettiva – e tanto più coinvolgente ed emozionante – della figura di Carlo Casini, sottratta al flusso cronologico e scolpita pagina dopo pagina in modo che alla fine, come per la Pietà Bandini di Michelangelo, custodita nel Museo dell’Opera del Duomo della Firenze che così profondamente ha segnato la biografia di Carlo Casini, sia possibile girarle attorno ed ammirarne ogni parte, insenatura e sporgenza, l’impressionante verosimiglianza dei corpi e dei gesti, la toccante espressività dei volti e delle mani.

Proprio una Pieta ricorda l’immagine di commiato, quella che ci ha congedato da Carlo Casini: un malato terminale di Sclerosi Laterale Amiotrofica accudito giorno e notte dai parenti più stretti, ospitato in casa della figlia, circondato più che dai macchinari e dai presidi, dal vapore caldo degli affetti e della fede religiosa. Attorno a quel giaciglio per mesi è ruotato il paradosso di un protettore e promotore indomito della vita umana, ridotto all’inerzia ed al silenzio; da quel letto veniva lo scandalo di un attivissimo e robusto difensore della fragilità umana, immobilizzato e bisognoso di ogni cosa. Davvero e difficile sottrarsi all’attrazione di un parallelo, che anche Paola Binetti traccia, tra questa fine (che e un inizio) e la fine di Giovanni Paolo II, grande amico di Carlo Casini e come lui, dopo una vita instancabilmente votata all’azione – nella meditazione, nella contemplazione – traboccante di energie e di carisma, costretto agli ultimi mesi terreni nell’impotenza apparente della passività e della malattia. Complessa forma di trasfigurazione della morte in vita, potente rivisitazione dell’ammutolire del salmista: “Hai trasformato il mio lamento in danza”.

La scansione seguita da Paola Binetti per il suo breve libro su Carlo Casini è molto semplice: dopo l’importante premessa, che ne costituisce come il fil rouge, ella procede tematicamente, trattando nei rispettivi capitoletti dell’amore per la vita, dell’attività nel Comitato Nazionale per la Bioetica, dell’amicizia operosa con Jérôme Lejeune, e dell’azione politica. In questa scheda è però possibile scomporre il suo ritratto seguendo un’organizzazione diversa del materiale e delle riflessioni.

Anzitutto, Binetti parla di Casini come di un convincente esempio di “protagonista del cattolicesimo impegnato” (p. 13). Dunque sin dall’inizio l’autrice mette bene in chiaro che le risorse motivazionali di Carlo Casini erano inesauribili non solo né principalmente per via della sua forza fisica e morale, indimenticabili per chi lo ha conosciuto anche solo superficialmente: erano inesauribili perché non si esaurisce il deposito della fede, non ha fondo il pozzo dell’acqua viva a cui un uomo pieno di Dio e dei Suoi Sacramenti, della Sua Grazia, è messo in condizione di attingere.

Al tempo stesso, ed è come un secondo movimento della narrazione di Binetti, Casini e l’incarnazione di una “laicità bene intesa” (p. 18), vale a dire di un’autocomprensione pienamente secolare, scevra persino dalle parvenze secondarie di qualunque clericalismo, della propria identità di cittadino, professionista, operatore culturale e sociale con mire consapevolmente sovversive: la rivoluzione di mentalità che Casini ha perseguito per tutta la vita avveniva sotto gli auspici e con il patrocinio di una visione razionale dell’antropologia cristiana, e ne assumeva dunque appieno i tratti universalistici e l’idoneità al dialogo aperto e schietto con tutti.

A proposito di dialogo, ed eccoci al terzo movimento, va rimarcato quel che Binetti osserva in relazione alla “cura del linguaggio”: Orwell ci ha edotti circa il potere corruttivo dell’antilingua, e la perversione implicita negli usi manipolatori delle parole; Casini, come spiega Binetti, ha sempre parlato chiaro (da uomo di Dio, certamente, ma anche da uomo di Toscana), attribuendo alle parole il loro significato ed aiutando tutti a fare lo stesso, perché “la cura del linguaggio, scritto e parlato, era per lui un atto di omaggio alla vita” (p. 25), perché era ed e sempre un atto di omaggio alla verità, che nella vita si traduce e resiste all’ideologia. La vita, ovviamente: la vita umana, la vita come creazione e come dono, la vita come frutto dell’amore della coppia, la vita umana come esperienza della gioia e della sofferenza, la vita umana come fine e come mezzo indispensabile per ogni fine. Dunque, la vita umana come diritto fondamentale e fontale, come diritto umano inviolabile nonostante le innumerevoli violazioni (vi sono forse diritti inviolabili non costantemente sottoposti a violazioni, anche atroci? Vi sono diritti umani alla cui verità antropologica e poi giuridica non siamo arrivati senza “la fatica della storia”, come la chiamava Capograssi?): unito alla fede, scaturisce da qui l’inesauribile getto umano e spirituale della speranza di Carlo Casini, la ricchezza affascinante della sua personalità già manifesta e nuda nel suo primo sguardo, e cosi fresca e gioiosa nel tono della sua voce, vigorosa nella sua stretta di mano. Come sintetizza magnificamente Binetti, alla scuola di Casini s’imparava, e s’impara se la teniamo aperta, in presenza o a distanza poco importa a questo punto, s’imparava “a dare vita alla vita” (p. 27).

L’ultimo lineamento che va almeno sbalzato, nei limitatissimi spazi di una scheda ancor più angusti di quelli del libretto di Paola Binetti, è quel prodigioso frutto dell’umanità cristiana tanto ben rappresentata da Carlo Casini, che consiste nella conciliazione di amicizia e verità. Amicus Plato, sed magis amica veritas, siamo abituati a pensare, e non senza buoni motivi, vista la gran quantità di momenti in cui ci troviamo al bivio tra oggettivo e soggettivo, tra ideale ed interesse, tra verità ed amicizia. Carlo Casini ha avuto il dono – misteriosamente legato ai suoi occhi ed al suo sorriso – di riuscire a coniugare verità ed amicizia, rispetto per le persone ed amore fino al martirio per la verità. Forse perché meglio di tanti aveva percepito che la verità e Verità, e cioè il nome proprio di una Persona, che nell’istante tragico del suo giudizio di condanna a morte fini per rivelarsi in pubblico – davanti a media, tribunali, parlamenti, re, eserciti – per quel che era realmente: vale a dire, la risposta definitiva ed incrollabile all’interrogativo inquieto, ma spesso anche ipocrita o crudele, quid est veritas?

Nel libro di Paola Binetti incontriamo questo, e molto altro (come la sensibilità tutta femminile con cui viene descritto il profondo rapporto di Carlo Casini con le donne che hanno voluto confidargli la propria dolorosa esperienza di aborto, per cercare conforto o parole di rinascita: altra sfumatura umanissima della ricca personalità dell’uomo). Ma è meglio che sia il lettore a scoprire tutto il resto. Aggiungiamo qui solamente un cenno ad una notazione contenuta nella postfazione a firma di Eugenia Roccella, ove alle cesellature di Binetti se ne aggiunge un’altra molto efficace, quella che sottolinea la coerenza dinamica di Carlo Casini come uno dei suoi talenti più grandi: “Coerente è la parola che forse meglio definisce Carlo: una coerenza granitica, ma non chiusa, gretta, come talvolta capita alle persone che difendono fino alla fine un’idea e vi rimangono attaccati mentre il mondo intorno a loro li oltrepassa e va avanti. Carlo era aperto, dialogico, capace di adattarsi e di modellare le sue battaglie sui cambiamenti che avvenivano. Se le sue convinzioni erano immutabili, perché radicate nei principi non negoziabili […] il suo atteggiamento era duttile” (p. 58). Certamente non è quello qui presentato l’ultimo libro che tenta di restituire ai sopravvissuti l’immagine e la presenza di un grande protagonista della storia (giuridica, politica, culturale, bioetica) italiana ed europea degli ultimi decenni: però è un volume che lo fa con una vivacità davvero adeguata alla vita ed alla vitalità che descrive e narra, e non è affatto improbabile che se Carlo Casini lo leggesse, ne rimarrebbe conquistato. Non perché parla di lui, naturalmente: anzi, questo occorrerebbe occultarglielo, per convincerlo a leggere. Piuttosto, perché parla dell’amore per la vita umana, che è stato l’amore della sua vita, un amore così insaziabile (nonostante le tante meraviglie che la vita gli ha elargito, assieme alle persecuzioni) che soltanto in una Vita superiore sembra destinato a trovare la quiete della pienezza.

 

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