Pillola RU486: privatizzare l’aborto e lasciare sempre più sole le donne di S. E. Corrado Sanguineti, Vescovo di Pavia

All’inizio di questo mese, in periodo di ferie e vacanze, con un semplice tweet, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha comunicato l’intenzione di proporre nuove linee- guida della Legge 194, consentendo l’uso della pillola abortiva RU486, senza ricovero ospedaliero; così riportava la notizia Antonella Mariani su Avvenire dell’8 agosto: «Via libera all’aborto farmacologico in privato, ciascuna a casa sua, con la dotazione di pasticche consegnate dall’ospedale. È di questa mattina presto il tweet con il quale il ministro della Salute Roberto Speranza annuncia che le nuove linee guide prevedono l’aborto farmacologico in day hospital e fino alla nona settimana di gravidanza».

Nel suo tweet il Ministro aggiungeva queste parole: «È un passo avanti importante nel pieno rispetto della 194 che è e resta una legge di civiltà». L’aborto chimico prevede il ricorso alla pillola abortiva Ru486, associata a un farmaco che dopo alcuni giorni, causa l’espulsione del feto; secondo le linee attualmente in vigore e approvate nel 2010, quando anche in Italia è stato introdotto e registrato il mifepristone (RU486), l’aborto chimico può essere attuato negli ospedali italiani come alternativa a quello chirurgico. Quando fu introdotta questa alternativa, si stabilì che l’intera procedura avvenisse in regime di ricovero, come accade per l’aborto chirurgico, per assicurare interventi e aiuti immediati, in caso di complicazioni e imprevisti, a tutela della salute della donna. Per questo motivo le linee-guida prevedevano tre giorni di ricovero, tempo necessario per l’espulsione del feto e le verifiche sullo stato di salute della donna, e il limite massimo di applicazione alle 7 settimane di gestazione, mentre ora, a quanto è dato capire, si potrà arrivare alle 9 settimane (63 giorni di gestazione).

La decisione del Ministero suscita domande e obiezioni in molti, anche in chi sostiene la validità della 194 e considera legittimo il ricorso all’interruzione di gravidanza, quando vi siano motivi riguardanti la salute fisica e psichica della donna, o altre condizioni di grave difficoltà all’accoglienza di una nuova vita.

Da parte mia, come vescovo della Chiesa che è in Italia e come uomo pensante e credente, vorrei esprimere tre ragioni che mi portano a giudicare sbagliata e pericolosa la scelta del Ministro, sotto il profilo dei valori in gioco, del merito e del metodo delle nuove linee-guida.

Innanzitutto, riconoscendo l’evidenza scientifica che l’embrione, fin dal suo concepimento, è una vita umana, è un soggetto umano, non possiamo considerare la legge 194 «una legge di civiltà», perché rende legittima, pur a determinate condizioni, la soppressione di una vita innocente e lede il primo e fondamentale diritto che è il diritto a nascere e a vivere. Pur avendo aspetti di valore, che concernono la tutela sociale della maternità, spesso disattesi nella pratica, la legge 194 rimane una legge ingiusta, non solo per i cattolici, ma per chi riconosce la realtà oggettiva dell’aborto che, come soppressione di un futuro figlio, è un atto immorale, è un delitto contro la vita nel suo stadio iniziale, assolutamente innocente e indifesa. Per chi crede in Dio come fonte e signore della vita, l’aborto acquista anche il carattere di un peccato grave, una disobbedienza alla santa legge di Dio che prescrive di «non uccidere».

Restano sempre valide le parole forti e chiare di San Giovanni Paolo II nell’autorevole enciclica Evangelium Vitae, pubblicata venticinque anni fa (25/03/1995): «Pertanto, con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale. […] La scelta deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono.

È, infatti, grave disobbedienza alla legge morale, anzi a Dio stesso, autore e garante di essa; contraddice le fondamentali virtù della giustizia e della carità.

«Niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per sé stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente.

Nessuna autorità può legittima- mente imporlo né permetterlo” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Sull’eutanasia Iura et bona, 5 maggio 1980, II: 546)».

Il primo soggetto da tutelare resta il concepito, insieme alla madre, e da questo punto di vista l’aborto è anche un dramma per la donna, spesso lasciata sola, condannata a portare il peso di una decisione combattuta, non poche volte “costretta” a ricorre- re all’interruzione della gravidanza perché abbandonata a sé stessa o addirittura fortemente spinta a questa scelta da altre persone.

Pertanto, non viene meno il giudizio negativo sulla legge 194 che di fatto ha favorito una mentalità abortista: è vero che negli ultimi anni il numero di aborti recensiti è in calo, ma non sono compresi gli aborti procurati dalla crescente diffusione di pillole del “giorno dopo”. Inoltre il ricorso a questi farmaci, che non hanno solo un aspetto contraccettivo, ma in caso di avvenuta fecondazione, determinano aborti precocissimi, e ora l’uso della RU486 sono il frutto di uno sguardo sempre più superficiale e banalizzante sulla vita umana nel suo sorgere e sulla sessualità stessa. Chi ha a cuore il bene della vita nascente e delle madri in situazioni di disagio e difficoltà, ha davanti a sé varie strade da percorrere: la scelta doverosa dell’obiezione di coscienza, per chi opera nel campo sanitario; il lavoro culturale e educativo per promuovere un’autentica cultura della vita, in ogni aspetto, dall’accoglienza del concepito all’accompagnamento dignitoso del morente; l’impegno diretto a sostegno della maternità, come avviene nei numerosi Centri alla Vita, nei consultori promossi da Diocesi e associazioni, nelle iniziative promosse dal Movimento per la vita (es. “Progetto Gemma”).

Oltre a ciò, si può e si deve lavorare per valorizzare e attuare le parti della legge 194 che intendono sostenere la maternità. La legge 194 porta come titolo «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza» e vi sono articoli (cfr. 1,2 e 5) che esprimono una mens a favore della vita e della maternità: qui si dovrebbe collocare l’attività dei consultori, iniziando da quelli pubblici, purtroppo non sempre all’altezza.

In questa prospettiva, entriamo nel merito delle nuove linee-guida: consentire l’assunzione della RU486 a casa, senza ricovero ospedaliero, espone la donna a situazioni di rischio, la lascia ancora più sola nell’affronto di quello che, comunque lo si consideri, resta un dramma. Nessuno più della gestante sa e sente di portare in sé una vita umana, “un altro” da sé, con il quale ben presto inizia un dialogo, un rapporto d’empatia, un legame inscritto nel suo corpo di madre. Come hanno giustamente osservato Eugenia Roccella e Assuntina Morresi nel loro Appello ai governatori: ascoltate scienza e coscienza sulla Ru486, pubblicato sempre su Avvenire il 12 agosto scorso: «La fortuna della pillola abortiva non è legata a una maggiore ‘facilità’ per le donne (è un metodo più incerto, più lungo, più doloroso, con una incidenza assai più alta di eventi avversi, effetti collaterali e anche di mortalità), ma a quelle caratteristiche tipiche del metodo, che tendenzialmente riportano l’Ivg nella sfera privata, ribaltando l’impostazione della legge 194, che non considera l’aborto un diritto individuale, come accade in altri Paesi, ma una questione sociale. […] La prima parte della legge, che mira a sostenere le maternità difficili e ad aiutare chi all’aborto ricorre per difficoltà economiche e personali, non è mai stata veramente applicata, se non dal volontariato cattolico, e lo sarà sempre meno, man mano che l’Ivg diventerà un semplice fatto privato. L’interruzione volontaria di gravidanza, grazie al metodo chimico, uscirà dunque dalla scena pubblica, ma rischia di uscire persino da quella sanitaria».

Infine, c’è un profilo più che discutibile nel metodo del Ministero: com’è stato notato da più parti, non è corretto introdurre linee-guida che portino a una sostanziale modifica della legge 194, senza passare attraverso un’approvazione del Parlamento, dopo un reale dibattito in aula: oltre a mutare l’impostazione della legge, che considera l’aborto una realtà da gestire nell’ambito della sanità pubblica, come garanzia per la salute della donna, il Ministero prospetta anche la somministra- zione della RU486 nei consultori, deformando così totalmente l’identità e la funzione dei consultori stessi. Identità e funzione che, nonostante la lettera della legge, attendono ancora di essere pienamente riconosciute e attuate e che sarebbero deformate e compromesse. Vivendo in una democrazia, è bene non mortificare il ruolo e il compito dei membri delle Camere, rappresentanti del nostro popolo, soprattutto su temi cruciali e decisivi.

Mi permetto di concludere richiamando a che cosa siamo chiamati, come Chiesa e come cristiani in Italia, nel campo del servizio alla vita: senza dimenticare il ruolo specifico di chi è in politica o di chi entra nel dibattuto pubblico, e che può far sentire la sua voce per contrastare provvedimenti e orientamenti non condivisibili, resta il compito grande di essere testimoni di uno sguardo accogliente sulla vita umana, in ogni suo momento, in ogni situazione di debolezza, di sofferenza e di disagio, collaborando con ogni uomo e donna di buona volontà, di qualsiasi “credo” ideale, per edificare una società che sappia amare, stimare e custodire la vita, sempre, dal suo primo apparire nel grembo di una donna al suo naturale termine, nel misterioso passaggio della morte.

Qui c’è spazio per tutti, c’è un’opera comune che si realizza in tanti modi, più o meno strutturati, c’è un popolo della vita e per la vita, talvolta nascosto e dimenticato sulla scena pubblica, che non smette di celebrare, accogliere e testimoniare il Vangelo della vita.

 

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