Planned Parenthood: ancora al centro delle polemiche di Giovanna Sedda

Planned Parenthood (PP) è tornata sotto i riflettori dell’opinione pubblica che continua a interrogarsi sul suo modo di operare e sulle sue origini. In un momento di forte riflessione sociale sull’impatto delle discriminazioni razziali e l’importanza della difesa della vita umana, la principale organizzazione di cliniche abortive negli USA è nuovamente sul banco degli imputati.

L’organizzazione, che pure da tempo cerca di convincere l’opinione pubblica dell’opportunità dell’“aborto post-nascita” è stata accusata dal Center for Medical Progress di aver avuto addirittura beneficiato dagli infanticidi avvenuti nei suoi centri coinvolti in un traffico di tessuti umani. Nel tentativo di difendersi, PP ha fatto causa al fondatore del Center for Medical Progress, l’attivista David Daleiden. Ma stando alle trascrizioni del processo, rivelate dall’emittente Fox News, la causa non ha fatto altro che fornire ulteriori indizi contro l’organizzazione.

Secondo quando riportato da LifeSite News, nei video i medici e operatori di PP ammettono che bambini nati vivi sono stati uccisi nei centri, come anche che le procedure abortive erano state modificate per poterne vendere gli organi a imprese private del settore medico e delle biotecnologie.

Nelle scorse settimane, oltre 60 parlamentari hanno chiesto al Dipartimento di Giustizia di aggiornare il Congresso circa l’indagine in corso sul traffico di tessuti nei centri di PP, una indagine nata proprio dalle inchieste di Fox News. Come se non bastasse, l’organizzazione è finita sotto accusa anche da parte del movimento Black Live Matters che si batte per il rispetto della minoranza nera e la fine delle discriminazioni razziali. La direttrice di PP di New York è stata costretta alle dimissioni per aver discriminato gli operatori di colore nei propri centri. Ben più grave è l’accusa di promuovere la selezione razziale attraverso l’aborto: in una recente intervista, il famoso cantante nero Kayne West non ha usato mezzi toni, sostenendo che le cliniche di PP “siano messe nelle città dai suprematisti bianchi per fare il lavoro sporco”.

Tuttavia, le accuse di discriminazioni razziali risalgono niente meno che a Margaret Sanger, fondatrice di PP. In un recente editoriale per la National Review, l’eticista Alexandra Desanctis si chiede “quanto ancora potrà resistere la figura della Sanger” nel pantheon della sinistra e del femminismo nell’epoca del Black Live Matters.

La Sanger, infatti, non faceva mistero nelle sue lettere che gli sforzi per la diffusione dell’aborto da parte di PP erano volti a liberare il mondo da inadatti e incapaci. Come non erano un mistero il suo razzismo, in particolare contro i “poveri non bianchi” e le simpatie naziste. Non si tratta di accuse di detrattori, gli stessi dipendenti hanno ammesso, chiedendo provvedimenti in una lettera aperta, che l’organizzazione ha un problema di “razzismo istituzionale” che va ben oltre la figura di Margaret Sanger.

 

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