Il profilo del volontario Cav

La relazione del dott. Giuseppe Grande dal titolo “Dalla generosità alla professionalità” inizia delineando la figura attuale del “volontario tipo” presente all’interno dei nostri CAV: in prevalenza donne, di età superiore ai 60 anni, mosse dal desiderio di impegnare una fetta del proprio tempo libero per aiutare altre donne, più giovani, che vivono con difficoltà la fase della gravidanza. L’aiuto è fatto di accoglienza, di dialogo, di amicizia e si sostanzia nel tentativo di rimuovere i problemi concreti che rendono difficile per la donna accettare la gravidanza che sta vivendo. Il “volontario tipo” attuale mette a disposizione del CAV la propria professionalità acquisita durante l’attività lavorativa; più raramente ha acquisito tale professionalità in seguito all’inizio dell’attività di volontariato. Potrà essere ancora questo il ritratto del “volontario tipo” tra 10 anni? Anche alla luce della recente riforma del Terzo Settore, il volontario del futuro è chiamato a qualificare la propria attività, acquisendo una professionalità che lo renda capace di rispondere in modo più efficace ed efficiente alla richiesta di aiuto della donna in gravidanza. In questo percorso formativo si inserisce la presenza di volontari giovani, più disponibili a formarsi, a condizione di essere a loro volta accolti nell’associazione senza resistenze da parte dei volontari “anziani”.

La relazione del prof. Valter Boero mette in luce l’importanza della formazione bioetica del personale sanitario. Infatti, per ragioni di legge, la donna in gravidanza si trova a dover incontrare medici, infermieri, psicologi, anestesisti che hanno la possibilità di svolgere il loro ruolo in modo burocratico oppure possono cercare un reale dialogo con la donna, facendo emergere le difficoltà che la inducono a chiedere l’aborto e suggerendole soluzioni alternative. Di qui la necessità per i CAV di entrare in relazione con il personale sanitario e di organizzare iniziative formative ad esso appositamente dedicate. In questo senso esistono già positive esperienze che possono essere replicate in altre realtà territoriali.

L’intervento della prof.ssa Maria Luisa Di Ubaldo mira ad evidenziare l’esperienza, ormai pluriennale, dei Corsi di formazione per volontari dei CAV di Roma. Essi nascono dalla consapevolezza che il volontario, per essere efficace nel proprio operare, deve possedere argomenti di ragione, di scienza e di coscienza: la bioetica infatti è una scienza sempre in “movimento”. La formazione dunque non può essere episodica, ma deve rispondere ad una strategia predeterminata che articoli nel tempo i momenti formativi. L’esperienza romana ha prodotto anche nuovi strumenti formativi che posso agevolmente essere utilizzati in altre realtà locali.

Alberto Tibaudi

 

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