Quella parola che salva la vita di Pino Morandini

L’Evangelium Vitae, quale enciclica, si connota per la sua particolarità. Fu infatti preparata da un Concistoro, introdotto dall’allora card. Ratzinger, e dopo una specifica consultazione di tutti i Vescovi del mondo. A prescindere comunque dalla sua genesi, che impegnò anche il Pontefice in prima persona, essa si impone con la sua intrinseca forza come testo essenziale, imprescindibile per chiunque intenda difendere la vita umana dal concepimento alla morte naturale. Essa non può che essere, quindi, il nostro manuale di riferimento, sia per la sua riflessione profonda in ordine ai valori della modernità (eguaglianza, democrazia, libertà, legalità), sia per il suo accorato appello alla mobilitazione generale per una cultura per la vita. Appello rivolto a tutti: a credenti e non credenti, a politici, insegnanti, a uomini e donne, a famiglie ed a persone consacrate, ecc. Tanto comunemente, quanto erroneamente essa, nella vulgata dominante ed anche in certa tralatizia esegetica cattolica, viene considerata come atto magistrale afferente, per lo più, al piano della morale sessuale.  Si tratta di una posizione quantomeno riduttiva, considerato che essa, in realtà, affronta problematiche inerenti piuttosto i diritti umani, i problemi sociali, al cui centro si pone l’attualissima questione antropologica (chi è l’uomo, qual è il senso della vita, ecc), ripresa pure da Benedetto XVI nella “Caritas in Vertiate” (“la questione sociale è oggi eminentemente questione antropologica”, p.78). Al cuore di detta questione si stagliano le violazioni nei confronti dell’inizio e fine vita, cioè della vita più fragile. Il loro carattere criminoso è affermato nel p. 73 E.V., laddove peraltro è lanciato, a mo’ di resilienza, un accorato appello all’obiezione di coscienza, cioè a quel comportamento che non solo rifiuta l’adempimento di una prescrizione, ma testimonia al contempo una verità più grande e vincolante della legge scritta. È il cuore della libertà, unanimemente riconosciuto in legge nelle moderne società occidentali, salvo preoccupanti eccezioni (legge italiana 219/2017).  Detta obiezione ha origini antiche e nobili. Si snoda sin dall’Antico Testamento, allorquando le levatrici degli Ebrei si opposero all’ordine del faraone che pretendeva l’uccisione dei neonati maschi; per toccare la civiltà ellenica, dove primeggiano il rifiuto di Socrate (narrato nell’”Apologia” di Platone) di obbedire al governo oligarchico dei Trenta e la disobbedienza scolpita nell’Antigone  di Sofocle, che seppellì il fratello in spregio all’editto del tiranno Creonte; mentre in età imperiale brilla la testimonianza dei martiri cristiani disposti ad affrontare la morte pur di non abiurare alla propria fede; e, in epoca rinascimentale, il comportamento di Thomas Moore, insigne umanista cristiano, condannato al patibolo per non aver accettato di tradire la propria coscienza. È peraltro curioso notare come una certa cultura cerchi di trasformare detta obiezione da pilastro indiscusso di civiltà a marchio infamante. E questo, nonostante la Risoluzione 7/10/2010, n. 1763, dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, legittimante il diritto all’obiezione sia all’aborto che all’eutanasia che all’esecuzione di parti prematuri. Ancora, l’attentato all’obiezione di coscienza dimentica il robusto radicamento sia interno che internazionale di quel diritto. Quanto al primo, risaltano vari articoli della Costituzione: l’art.2, atteso che la libertà in parola attiene ai diritti fondamentali; l’art.21, sulla libera manifestazione del pensiero; l’art.13, sulla libertà psicofisica e l’art.19 sulla libertà religiosa. Oltreché l’art.9 della legge194/78.  Quanto al secondo, la libertà di coscienza è riconosciuta dall’art.18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dall’art. 9 della Convenzione europea. Come mai allora, nonostante chiare disposizioni normative, si tende a emarginare tale fondamentale diritto, scavando così una profonda frattura tra coscienza e diritto e in tal modo generando quell’etica senza verità che mette in crisi l’idea stessa di verità? Di pratica attualità appare poi il secondo capoverso del p.73, nel quale l’Autore affronta una fattispecie di probabile accadimento: quella in cui un voto parlamentare sia determinante al fine di “favorire una legge più restrittiva, volta cioè a restringere il numero degli aborti autorizzati, in alternativa ad una legge più permissiva già in vigore o messa al voto”. In siffatti casi è considerato lecito il voto di approvazione da parte di parlamentari “la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota” e ogniqualvolta non sia possibile “scongiurare o abrogare completamente una legge abortista”. Assai lucidamente S. Giovanni Paolo II riesce quindi a coniugare principio e norma, fornendo la chiave di lettura e comportamentale in caso di imbarazzanti dilemmi che possono scaturire al momento del voto (decisivo) su questioni eticamente sensibili. In tal modo, mentre si salva il fondamentale valore della vita umana, non si perde d’occhio la realtà, anzi la si migliora contribuendo a ridurre i danni di legislazioni permissive.  E quand’anche il miglioramento fosse minimale, anche un solo aborto in meno sarebbe un successo. Senza poi scordare di ulteriori miglioramenti che si potrebbero apportare in sede amministrativa nell’attuazione della legge. Il tutto a conferma che sul diritto alla vita “si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica” (E.V.p.2). Per tranquillizzare vieppiù i parlamentari in questione, costoro potrebbero, a mio avviso, in sede di dichiarazione di voto favorevole alla proposta in discussione, dichiarare altresì la propria assoluta contrarietà all’aborto.

 

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