Referendum sull’aborto? Vi racconto impegno e tensioni di Federico Cenci, 18 maggio 2021 – International Family News

Tre date di maggio sono impresse in modo indelebile nell’animo degli italiani che hanno a cuore il diritto alla vita. Il 22 maggio 1978 fu approvata la Legge 194 che depenalizza l’aborto. Nei mesi successivi si preparò una controffensiva che avrebbe portato, grazie a una raccolta firme, al referendum parzialmente abrogativo che si tenne il 17 e 18 maggio 1981. Due sconfitte, sia la legge sia il referendum. Ma dalle ceneri di quei risultati negativi è emerso uno slancio che non si è fermato. Lo testimonia il Movimento per la Vita (MpV) italiano, vivace come sempre sotto la guida dell’attuale presidente

Marina Casini, figlia nonché successore in quel ruolo di Carlo Casini (1935-2020), una delle figure chiave di quel referendum. All’epoca poco più che una ragazzina, Marina racconta ad “iFamNews” l’impegno, il trasporto emotivo, ma anche le tensioni e il significato politico e culturale di una consultazione che ha inciso profondamente nella storia del nostro Paese.

Che ricordi ha di quella campagna referendaria?

Ricordi belli, perché legati a un impegno serio, gioioso, entusiasmante. Bellissima, per esempio, la grande manifestazione allo stadio comunale di Bergamo, il 19 ottobre 1980, a conclusione della raccolta delle firme per chiedere il referendum. Erano presenti 30mila giovani, presero la parola anche santa Teresa di Calcutta (1910-1997) e l’arcivescovo Hélder Câmara (1909- 1999). Fu chiaro che la prospettiva del referendum chiesto dal MpV non era “contro” bensì “per”, che aveva un respiro culturale ben più vasto di una modifica legislativa: era in gioco l’occasione per rinnovare la società e la politica. Era in gioco tutto l’uomo e si preparava una rivoluzione culturale. Si delineavano le prospettive future.

Ci furono momenti di tensione?

Ricordo, per esempio, quando – se non sbaglio era il settembre 1980 –, come spesso capitava, mi trovavo con altri ragazzi alla Loggia del Bigallo, a Firenze, per la raccolta delle firme. Le femministe – ma c’era anche qualche ragazzo – venivano in gruppo a fare azioni di disturbo impedendoci di avvicinare le persone, ritmavano frasi come «Movimento per la vita, con questa buffonata facciamola finita». Una volta lanciarono un oggetto colpendo alla tempia Chiara, una ragazza di Comunione e Liberazione un po’ più grande di me, andavamo allo stesso liceo. Per inciso dico che Chiara compose una struggente canzone sui bambini non nati e, accompagnandola con la chitarra, la cantò a scuola. Poi Chiara scelse la strada delle Piccole Sorelle di Gesù.

Insomma, non era un clima sereno per voi giovani del MpV.

In realtà il clima era positivo, di entusiasmo, carico di idealità. Ciò nonostante ci fu qualche tensione che però fu riassorbita nel gioioso impegno per la vita. Un altro episodio. Una sera, ero all’MpV in via Cavour, suonò il campanello, aprii la porta: «Mi hanno picchiato», disse un ragazzo in uno stato di agitazione. Da allora decidemmo che nessuno prima, durante e dopo la raccolta delle firme, dovesse trovarsi da solo per strada. Ricordo certe assemblee infuocate a scuola, i volantinaggi, l’attacchinaggio dei manifesti. Era comunque bello il senso di unità; la sensazione forte era quella di partecipare a qualcosa di grande.

E poi avevate un riferimento carismatico come san Giovanni Paolo II (1920-2005)…

Grandioso san Giovanni Paolo II, una roccia. Non perdeva occasione per ricordare il diritto alla vita del bambino che vive «sotto il cuore della mamma» accompagnando la chiarezza delle sue parole con espressioni di tenerezza verso le madri, confermando e mobilitando i credenti e porgendo la mano ai non credenti, in un esemplare sforzo di autentico dialogo. L’attentato alla sua vita, miracolosamente salvata, rese ancor più vigorosa la sua testimonianza se si pensa che tre giorni prima, il 10 maggio, si rivolse alla folla di romani – c’era anche, ancora, santa Teresa di Calcutta – con un accorato appello a favore della «santa inviolabilità della vita concepita».

E quattro giorni dopo, il 17 maggio, il referendum

Mio padre ha sempre detto e scritto di avere la convinzione che la ferita più profonda non fosse stata quella causata dalla pistola di Mehmet Ali Ağca, ma quella inferta dalla sordità e dal rifiuto dei suoi tanti insistiti appelli «alla voce della coscienza». Ma è d’obbligo ricordare anche l’impegno e la vicinanza di Madre Teresa!

Prego…

Con lei vivemmo la sera di quel 13 maggio a Firenze, al Teatro Tenda. Si doveva chiudere la campagna referendaria e l’incontro si trasformò in una silenziosa marcia di preghiera.

E nella sua famiglia che clima si respirava?

Il clima era sereno, di condivisione massima, anche grazie alla mamma che ha abbracciato tutto quel grande lavoro come una “missione” importante alla quale in qualche modo partecipavamo anche noi. Trascorremmo l’estate 1980 in giro per l’Italia con il pullmino a raccogliere le firme per la vita, partecipando a incontri e iniziative. Quanti giovani! La mamma e noi sei ragazzini dai 15 ai 6 anni, facevamo il tifo per il babbo; non abbiamo perso una “tribuna politica”, un “ping pong” (memorabile quello con Marco Pannella [1930-2016]), una trasmissione a cui partecipava il babbo. Ricordo un dibattito con le onorevoli Agata Alma Cappiello (1948 – 2006) e Adriana Fabbri Seroni (1922-1984). Mi colpì il comportamento del babbo che le chiamò «gentili interlocutrici» quando, ai miei occhi di ragazzina quindicenne, così gentili non mi parvero, tanto che gli scrissi subito dopo una lettera di sostegno e solidarietà! Più penso e più affiorano i ricordi, come il Meeting di Rimini del 1981, i convegni e le iniziative successive scaturite da quel «Ricominciamo da trentadue»… Mi fermo qui. Penso comunque che a livello familiare quell’esperienza ci abbia fatto crescere come famiglia, rafforzando anche l’unità tra noi.

È troppo inclemente affermare che il risultato del referendum dimostrò che l’opera di persuasione del Partito Radicale fu più efficace di quella dell’MpV?

Penso che il risultato sia stato dovuto a vari fattori, la situazione era complessa. Cominciamo col dire che la propaganda a favore della 194 presentò la legge come punto di equilibrio tra due opposti estremismi offrendone una lettura falsata e cioè facendo credere che essa riguardava solo casi limite, estremi. Si trascurava così il fatto che la cultura Radicale – quella che cancella il concepito e pretende l’aborto come “diritto” – è nascostamente presente nella legge nella disciplina dell’aborto nei primi tre mesi di gravidanza. Questo fu uno degli elementi di inganno. I radicali, in fondo volevano semplicemente che quell’“anima” uscisse allo scoperto, che fosse esplicito ciò che era implicito. C’è un episodio significativo riguardo alla linea di difesa della legge. Fu preso un accordo tra mio babbo, il sottosegretario alla Sanità Vittoria Quarenghi (1934-1984) e il vicedirettore del Corriere della Sera, Gaspare Barbiellini Amidei (1934-2007). Tale accordo prevedeva una sorta di par condicio nel corso della campagna referendaria: tre articoli a favore dell’aborto e tre articoli a favore della vita. Mio padre scrisse un articolo, come richiesto dal Corriere, che non fu mai pubblicato perché – dissero – la linea era cambiata. L’articolo, pubblicato venti anni dopo nel libro Diritto alla vita & ricomposizione civile. 1981: referendum sull’aborto. Riflessioni & risorse per il tempo presente, si intitolava Aborto: conoscere la legge per giudicarla. E dunque un quotidiano molto diffuso come il Corriere della Sera si schierò a favore della 194. In questo modo la censura compromise la democrazia espressa nel voto popolare che non poté contare su una diffusa conoscenza della realtà. Questa linea penalizzò ovviamente anche il referendum radicale. A ciò si aggiunga la confusione tra il significato del «sì» e il significato del «no» e tra i colori delle schede elettorali. Ma la menzogna più grande fu quella sul concepito. Quando non veniva chiamato «grumo di cellule», era comunque scartato dal dibattito: l’attenzione era spostata su altre questioni e si evitava di rispondere alla domanda fondamentale: è o non è uno di noi? Certamente queste considerazioni sono una parte di ciò che si può dire sull’esito del referendum del 1981, perché l’analisi dovrebbe essere approfondita e portarsi anche sul piano della politica, ma sono sufficienti a capire come la campagna fu condotta.

Ritiene che la galassia pro vita fosse più unita a quei tempi rispetto ad oggi?

All’epoca, in realtà, non esisteva una galassia pro life. C’era l’MpV, laico e aconfessionale, che aggregò sul tema della vita il mondo cattolico superando le comprensibili titubanze e riserve iniziali a favore del referendum. Mio padre stesso valutò in lungo e in largo la situazione per capire se una scesa in campo fosse proprio necessaria, ma, una volta presa la decisione, l’impegno c’è stato in generale da parte di tutte le realtà ecclesiali. Questo è spiegato molto bene nel saggio scritto all’indomani del referendum da mio padre e dalla Quarenghi, La ricomposizione dell’area cattolica dopo il referendum sull’aborto. Il libro – ripubblicato venti anni dopo, nel 2001, per i tipi della Ares – voleva ricordare come e perché si giunse al referendum, capire e analizzare le cause del risultato, gettare le basi per il lavoro futuro. Riguardo la domanda, rispondo con questo passaggio: «A chi osservi che un consenso del 32%, pur non irrilevante, esprime una linea di tendenza negativa e indica non una ricomposizione, ma una disgregazione, come a chi osservi che molti cattolici hanno votato “no” rifiutando la “ricomposizione”, replichiamo che i processi morali e sociali hanno bisogno dei loro tempi, che sempre le idee precedono i fatti, che una ricomposizione dell’area cattolica, premessa a una riunificazione morale e civile degli italiani, esige in primo luogo una ricomposizione culturale. Questo evento ha già incominciato a verificarsi con un referendum che ha fatto chiarezza su alcuni concetti e che ha fatto maturare molti». Oggi si parla di galassia pro life e il tema dell’unità è sempre molto attuale e importante. A questo proposito dico due cose: l’unità è una conquista continua, non si raggiunge una volta per tutte perché molte sono le insidie e dunque essa va coltivata; ma soprattutto l’unità per essere tale non può basarsi solo sugli intenti: è necessaria – e questo è un punto importante che mio babbo scrisse anche nell’Appello al popolo della vita (in Sì alla vita. Storia e prospettive del Movimento per la Vita, curato da Renzo Agasso nel 2011) – l’unità strategica, cioè operativa, di tutti coloro che intendono difendere e promuovere il valore della vita umana ed è importante che il linguaggio e le azioni per la vita suscitino simpatia per la verità, che comunque non deve mai essere taciuta, nella fiducia che il valore della vita è presente, nonostante ogni contraria apparenza, nella mente e nel cuore di tutti.

 

Referendum sull’aborto? Vi racconto impegno e tensioni (.pdf)