Come rendere più agevole l’accesso ad aborto ed eutanasia. La rilettura della carte fondamentali della Comunità internazionale proposta dall’ONU

Il Patto internazionale sui diritti civili e politici nacque, unitamente al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, per ovviare alla mancanza di obbligazioni cogenti nella Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo. A tre decenni dalla formalizzazione dell’impegno assunto dalle Nazioni Unite di dar vita ad una “Carta internazionale dei diritti dell’uomo”, nel 1976 l’epocale impresa vedeva finalmente la luce nell’approvazione e nell’entrata in vigore di tre importantissime convenzioni: il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, il Patto internazionale sui diritti civili e politici, ed il Protocollo facoltativo collegato a quest’ultimo.

Non fu facile addivenire ad un accordo su un novero di diritti che fosse accettabile ai rappresentanti di nazioni diverse per identità culturale, tradizioni religiose ed ideologie politiche. Anzi, fu proprio a causa delle divergenze nate tra i Paesi membri dell’Assemblea riguardo alla lista dei diritti (civili e politici oppure economici, sociali e culturali) da considerarsi prioritaria nella stesura de testo, che si optò per la creazione di due convenzioni internazionali distinte. I due Patti furono elaborati, articolo per articolo, dapprima in seno alla Commissione dei diritti dell’uomo, e successivamente nella Terza Commissione dell’Assemblea generale. Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali entrava ufficialmente in vigore il 3 gennaio 1976. Il Patto internazionale sui diritti civili e politici, nonché il Protocollo facoltativo ad esso collegato, entravano invece  in vigore il 23 marzo 1976.

Gli Stati che avevano ratificato il Patto sui diritti civili e politici, avrebbero poi provveduto alla nomina di un Comitato per i diritti dell’uomo composto di 18 membri. Il Protocollo facoltativo, in particolare, abilita detto Comitato all’esercizio di una serie di facoltà, tra le quali quelle di: 1) esaminare comunicazioni provenienti da cittadini che pretendano essere stati vittime di violazioni commesse da uno degli Stati parte del Protocollo, in ordine ad uno qualsiasi dei diritti enunciati nel Patto; 2) formulare raccomandazioni di carattere generale; 3) promuovere l’adozione di misure internazionali tese a coadiuvare gli Stati parte nella graduale ed effettiva attuazione dei diritti enunciati nel Patto. Nell’ambito di quest’ultima prerogativa, può iscriversi l’iniziativa, già intrapresa da parte dello stesso Comitato, volta a proporre una lettura reinterpretativa dell’articolo 6 del Patto sui diritti civili e politici, disciplinante la tutela del diritto alla vita umana, iniziativa destinata a divenire oggetto delle riflessioni e delle considerazioni critiche che seguono.

Detto articolo dispone, nel primo comma, che: “Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. Questo diritto deve essere protetto dalla legge. Nessuno può essere arbitrariamente privato della vita”. Ebbene, dal momento che nella Dichiarazione del 1948 non viene definita chiaramente la questione dell’identificazione esatta del soggetto cui attribuire la titolarità dei diritti ivi contemplati –sebbene nel Preambolo si designi come tale ogni “membro della famiglia umana”,  nell’articolo 1 si precisi che: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti e negli articoli 2 e 3 si parli rispettivamente di “persona” (come soggetto di diritti in genere) e di “individuo” (come soggetto titolare del diritto alla vita)– può essere di una qualche utilità, proprio muovendo da un’analisi attenta di alcuni aspetti e momenti dei lavori preparatori, tentare di chiarire i limiti dell’attribuibilità della categoria di “persona”.

C’è stata dunque nel mondo, fino alla metà del secolo XX, una sostanziale omogeneità legislativa in ordine alla tutela della vita umana, anche del concepito non ancora nato, tanto che sia nella sfera del diritto romano-germanico, sia in quella dei sistemi di common law, l’aborto e l’eutanasia sono stato sistematicamente proibiti perché considerati delitti. E se è vero, come precisato sopra, che nella Dichiarazione del 1948 non fu affrontata prescrittivamente la questione tanto dell’attribuzione della titolarità della dignità “personale”, quanto quella connessa del riconoscimento della titolarità del diritto alla vita, non può negarsi che, ricostruendo le complesse vicende che occasionarono la stesura definitiva di siffatto testo, un ruolo determinante, ai fini della definizione dei contenuti normativi inerenti gli aspetti eticamente più complessi e dirimenti, ebbero una serie di intellettuali, in specie latinoamericani, la cui formazione culturale, filosofica ed umanistica rinviava univocamente ad una ben determinata tradizione. La ragione di una simile opzione preferenziale si dovette al fatto che i modelli proposti da tali intellettuali offrivano una sintesi efficacissima delle diverse tradizioni culturali e filosofiche rappresentate nell’assise. Si trattava infatti di riuscire a conciliare la prospettiva influenzata dalla retorica lockeana, libertaria e contrattualista, che aveva avuto nella Rivoluzione americana il momento di massima espressione e che trovava ancora nei pensatori dell’area anglosassone approvazione e consenso larghi, con quella dell’area continentale, maggiormente propensa a dare enfasi a principi quali l’uguaglianza e la giustizia sociale, valori dei  quale lo Stato doveva divenire propugnatore e difensore. Erano queste le basi per la fondazione di una visione del diritto naturale di ispirazione aristotelica che, scevra da implicazioni metafisiche e unicamente fondata su una tradizione giuridica, deduceva i diritti naturali e la legge naturale dalla razionalità umana; visione che sarebbe poi transitata, come detto, nelle Carte fondamentali dei neonati Stati latinoamericani e che sarebbe assurta a modello di riferimento essenziale nella stesura di quella che sarebbe stata la primigenia bozza della Dichiarazione universale, il cui nucleo dispositivo veniva così preservato dalle ideoleogie tanto dell’individualismo libertario, come del collettivismo sovietico (M. A. Glendon).

Dunque, determinante pare essere stata l’influenza del pensiero giusnaturalista, aristotelico-tomista, laico e razionalista, nell’individuazione dei diritti da contemplare e proteggere nella Dichiarazione e nella messa a punto dei rispettivi contenuti normativi. La realizzazione umana integrale, che è il bene di tutte le persone e di tutte le comunità umane, unitamente e sincronicamente considerati, è il supremo fine della legge umana. Alla luce ciò, l’uomo dovrebbe scegliere e volere quelle e solo quelle opzioni la cui realizzazione è compatibile con l’obiettivo della realizzazione umana integrale (J. Finnis). Il nostro “essere”, infatti, è sempre un “essere con”, un essere comunitario. Il dato meramente empirico di detta orizzontalità, riceve un significato più profondo mediante un’analisi di tipo fenomenologico, che mostra come la riflessione dell’ “io” su se stesso, comporta sempre il riconoscimento della presenza di un “altro”. La relazionalità empirica, provata fenomenologicamente, poggia dunque sulla parità ontologica delle persone, che è poi la parità nella conseguibilità, e non del conseguimento effettivo, dei beni fondamentali, per cui nessun uomo può negare la dignità di un altro senza negare al contempo la sua propria dignità (S. Cotta).

L’antidoto contro quella mentalità che intende negare il diritto alla vita di alcuni essere umani sta proprio nel riconoscimento pubblico e giuridico della dignità personale di ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale. Come nella storia, l’abolizione della discriminazione tra liberi e schiavi, tra bianchi e neri, tra uomini e donne, ha segnato un passo avanti nelle conquiste di civiltà di nazioni e popoli, di Istituzioni e Stati, allo stesso modo occorrerà superare la discriminazione tra esseri umani nati e meramente concepiti, e superarla giuridicamente, perché la legge, oltre ad essere strumento di coazione, è e rimane un potente deterrente con una radicale e sociale funzione pedagogica. Occorre poi ampliare siffatto discorso alle persone le cui condizioni di vita sono tali da renderne auspicabile il porvi quanto prima fine (C. Casini).

La sfida è dunque primariamente culturale: come il feto non è solo un corpo vivente privo di dignità, allo stesso modo non lo è la persona che a causa di una patologia o di altra ragione si vede nella condizione di non poter più espletare le funzioni più elementari del vivere. Non possiamo chiedere al diritto di legittimare una mentalità che si arroghi il potere di distribuire patenti di dignità a seconda delle circostanze e della pretesa qualità o livello di sviluppo della vita di un soggetto. Una delle principali conquiste della modernità sta proprio nel fatto di aver arginato, con dichiarazioni solenni di principio e carte costituzionali, l’arbitrio del potere politico in tema di attribuzione della titolarità del diritto alla vita e della dignità personale. Il potere pubblico deve allora limitarsi a riconoscere, non pretendendo di attribuire, il diritto alla vita.

Sorprende dunque che il Comitato per i diritti umani stia tentando di legittimare letture dell’articolo 6 del Patto finalizzate a sollecitare i legislatori nazionali perché dispongano gli interventi necessari a rendere agevole, senza rischio, in una parola senza limiti, l’accesso tanto all’aborto come all’eutanasia. E’ questo il portato diretto di un’impostazione culturale che identifica la dignità personale dell’uomo con la sua capacità di compiere scelte autonome. Ma la mistica dell’autonomia assoluta esclude da ogni possibile considerazione proprio quei soggetti che non sono in condizione di proclamarsene fattualmente titolari, ovvero i soggetti più deboli, sacrificando ogni limite all’esercizio indiscriminato di questa facoltà sull’altare della realizzazione personale, dell’affermazione individuale, che nulla ha a che vedere con il bene integrale umano e con la sua intrinseca dimensione orizzontale cui abbiamo accennato innanzi.

Per leggere la versione integrale di questo contributo: www.vitanews.org

Antonio Casciano, Phd, Fondazione “Ut Vitam Habeant”

 

Come rendere più agevole l’accesso ad aborto ed eutanasia. La rilettura della carte fondamentali della Comunità internazionale proposta dall’ONU